Password dimenticata?

Registrazione

Home > Catalogo > Schede > Libri di lettere

Libri di lettere

Libri di lettere
Libri di lettere
Le raccolte epistolari del Cinquecento tra inquietudini religiose e “buon volgare“
- disponibile anche in ebook
Edizione: 20195
Collana: Quadrante Laterza [147]
ISBN: 9788842088554
Argomenti: Storia moderna, Storia del libro e delle biblioteche

In breve

Dal 1538, anno d’uscita delle Lettere di Aretino, il mercato del libro italiano, e veneziano in particolare, viene invaso da centinaia di edizioni di raccolte epistolari. Dalle operazioni editoriali più prestigiose affiora l’attività di alcuni importanti correttori e letterati-editori del Cinquecento: Lodovico Dolce, Francesco Sansovino, Girolamo Ruscelli e poi il grande stampatore-umanista, Paolo Manuzio, che con le sue Lettere volgari crea un vero, plagiatissimo best seller. L’intento dichiarato è la divulgazione di modelli ‘alti’ per scrivere lettere in un buon volgare, ma accanto alle tematiche umanistiche queste raccolte danno ai lettori anche informazioni politiche e militari sui drammatici eventi delle guerre d’Italia e offrono un quadro delle tensioni religiose dell’epoca. Non è un caso che, con la stretta controriformistica, il genere delle raccolte epistolari cambi drasticamente, perdendo la vivacità che l’aveva caratterizzato e lasciando sempre più spazio allo stereotipato libro per il segretario. «In questo modo il libro di lettere veniva depotenziato di ogni riferimento alle vicende contemporanee e svuotato di ogni pericolosità. Era la fine di un percorso legato alla stagione di un umanesimo che aveva saldamente tenuto insieme le humanae litterae e i valori religiosi.»

Indice

Scarica l'indice in pdf

Leggi un brano


Nei decenni centrali del ‘500 «un vero e proprio fiume di lettere a stampa invase le librerie della penisola». A quasi un centinaio, se si tiene conto delle ristampe, ammontano le antologie di Lettere volgari di «huomini illustri», «eccellentissimi», «nobilissimi», dei «più rari auttori», di donne, di «principi», «facete et piacevoli», amorose, spirituali, morali, che si ispirarono al successo degli epistolari di singoli autori ― sul modello ciceroniano ― quali Erasmo, Aretino o Bembo. Quella pubblicata da Paolo Manuzio nel 1542, per fare un solo esempio, ebbe ben 28 edizioni nei successivi 25 anni. Su questo vero e proprio caso editoriale il libro indaga da una pluralità di punti di vista, cogliendone con finezza gli aspetti culturali, religiosi, sociali, editoriali, bibliografici, con una preziosa attenzione agli aspetti paratestuali (indici, sommari eccetera) che ne rivelano aspetti fondamentali, e delineandone l'evoluzione nell'arco di oltre mezzo secolo.

In quel profittevole business tipografico si intrecciarono fenomeni di profondo mutamento della comunicazione intellettuale: il travolgente successo della lingua volgare, di cui tali antologie furono a loro volta uno strumento di affermazione; le nuove possibilità che l'arte della stampa offriva ai letterati di emanciparsi dal ruolo cortigiano per trovare sul mercato editoriale spazi autonomi di reddito e prestigio; le reti di conoscenze, di rapporti personali, di comuni sensibilità che rendevano possibili tali antologie e fornivano a esse i materiali più aggiornati; il bisogno della società letteraria del tempo di apprendere «la vera forma del ben scrivere» e disporre di modelli di scrittura per ogni occasione; le curiosità del pubblico di essere informati su fatti importanti della storia contemporanea e di seguire le vicende di principi, vescovi, cardinali, dotti di fama, nel rispetto dei canoni fortemente gerarchizzati di una società in via di rapida aristocratizzazione. Ne scaturirono una straordinaria fioritura di testi in prosa (tutt'altro che comune nella storia della cultura italiana) e un nuovo genere letterario, in quanto quelle lettere subivano processi di selezione, correzione, riscrittura, adattamento. Decisivo fu quindi il ruolo di tali raccolte epistolari nel fondare i canoni della «civile conversazione» cinquecentesca.

Ma non furono solo questo: furono anche testi di propaganda religiosa, sia nel sottrarre al monopolio del latino, e quindi dei teologi di professione, ardue questioni teologiche, sia ― e soprattutto ― nel promuovere istanze di riforma e orientamenti dottrinali non alieni da istanze filoprotestanti attraverso le lettere di autorevolissimi prelati che non avrebbero tardato a essere guardati con sospetto e infine processati dal Sant'Uffizio. «Dalle raccolte di lettere degli anni Quaranta sembrava trasparire che la scelta della letteratura e del "buon volgare" non fosse in contraddizione con la fiducia nel dialogo con il mondo della Riforma e, per alcuni uomini di lettere, con l'apertura alle inflessioni eterodosse». Ed è soprattutto in questa prospettiva che si spiega il progressivo mutamento di queste antologie, capaci di mantenere in vita sotto la maschera delle lettere di «eccellentissimi huomini» prospettive religiose anche molti anni dopo la loro condanna ufficiale, ma via via costrette a limitare i rischi, a espungere gli scritti e i nomi più compromettenti. Negli anni postridentini sarebbe quindi venuta meno una delle ragioni profonde del loro strepitoso successo, il che contribuisce a spiegare perché «da fertile terreno di confronto umanistico, di valori laici e religiosi» esse fossero destinate a diventare «negli ultimi decenni del Cinquecento e per tutto il secolo successivo, una raccolta di formule in cui grande importanza aveva l'allestimento di indici per tipologie retoriche e di concetti utili per ogni occasione».

Ne veniva così «depotenziato di ogni riferimento alle vicende contemporanee politiche, religiose e culturali, bloccato in un linguaggio stereotipo, svuotato di ogni pericolosità». In tal modo le antologie di lettere volgari si sarebbero via via trasformate in una sorta di prontuario del buon segretario (genere anch'esso destinato a larga fortuna), ma segnando «la fine di un percorso legato alla stagione di un umanesimo che aveva saldamente tenuto insieme le humanae litterae e i valori religiosi». Anche perché i segretari cui si rivolgevano non erano più i grandi letterati di un tempo, i Bembo, i Sadoleto, i Caro, ma diligenti funzionari di corte, soprattutto di quella romana, «arcicorte del mondo», responsabili dei formulari, della grammatica, ma non più dell'inventio umanistica. Con essa andavano perduti i riferimenti alle amicizie, ai grandi eventi della storia politica e religiosa, ai temi di attualità, e quelle lettere diventavano canoni normativi, manuali di riferimento senza tempo e senza luogo. Nel frattempo molte delle antologie di Lettere volgari del passato erano finite nell'Indice dei libri proibiti.

Ricerca

Ricerca avanzata

Catalogo

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su