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Rapporto sulla scuola in Italia 2009

Rapporto sulla scuola in Italia 2009
Rapporto sulla scuola in Italia 2009
Edizione: 20092
Collana: Percorsi [115]
ISBN: 9788842088332
Argomenti: Scuola

In breve

«Da dove cominciare a cambiare le cose, se non da una migliore qualità della scuola?»

Le difficoltà della scuola mettono a rischio il futuro del Paese? Non mancano timori: i risultati dei nostri studenti nelle rilevazioni internazionali sono inquietanti e i divari scolastici fra Nord e Sud profondi. La scuola italiana, inoltre, sembra avere rinunciato a una sua funzione essenziale: sostenere chi ha talento e merito, indipendentemente dall’origine, e favorire così la mobilità sociale. Non mancano nemmeno, però, le possibilità di cambiare rotta. A condizione di non perdere altro tempo e di trovare risposte alla domanda: quale scuola vogliamo in Italia per il prossimo futuro? Nel Rapporto 2009 – il primo di un impegno pluriennale – la Fondazione Giovanni Agnelli presenta i risultati di ricerche originali su numerosi temi caldi del dibattito sull’istruzione. Al centro, la risorsa fondamentale della scuola italiana di oggi e domani: i suoi insegnanti.

Da oltre 40 anni la Fondazione Giovanni Agnelli di Torino interpreta il cambiamento della società e gli

scenari del futuro dell’Italia, attraverso gli strumenti della ricerca sociale. Oggi i suoi programmi guardano ai nodi critici della scuola e dell’università, nella prospettiva di un rinnovamento del sistema dell’istruzione.

Indice

Prefazione di John Elkann

Introduzione di Andrea Gavosto

Crediti e ringraziamenti

I. Dove sta andando la scuola?

1. «La nazione in pericolo» - 2. La crisi della scuola: da questione americana a questione internazionale - 3. Tre esigenze condivise per il governo dei sistemi scolastici - 4. E in Italia? - 5. Il futuro della scuola: alcuni indizi in un paesaggio difficile da scrutare - 6. Sguardi sul futuro della scuola: gli scenari - 6.1. I sei scenari dell’OCSE - 6.2. Gli scenari del National College for School Leadership: preparare i giovani alla società della creatività - 6.3. Gli scenari della «network society» degli insegnanti americani - 6.4. Il cambiamento scolastico è ancora ipotizzabile? - 7. Nessuna età dell’oro per la scuola
Note - Per saperne di più

II. Luci e ombre dell’autonomia scolastica

1. L’Italia non è un’anomalia - 2. Motivazioni e fatti dell’autonomia scolastica in Europa - 3. Nodi critici - 4. Due miti italiani - 5. Decentramento senza autonomia: il caso spagnolo - 6. Le scuole autonome nel nuovo disegno costituzionale - 7. I dirigenti valutano l’autonomia (e se stessi) - 7.1. Motivati, sull’orlo di una crisi di nervi - 7.2. Maturi per l’autonomia - 7.3. Manager o leader educativi? Il «time budget» dei dirigenti - 7.4. Luci e ombre dell’autonomia - 7.5. La questione del «middle management» - 8. Innovazione didattica e insegnanti - 8.1. L’autonomia della didattica: le ragioni di un parziale insuccesso - 8.2. Più responsabilità, nessun incentivo - 8.3. Il cassetto delle buone pratiche: la banca dati dell’INDIRE - 8.4. Discorsi sul metodo: CLIL e «cooperative learning» - 8.5. Verso l’apprendimento per competenze - 8.6. Il paradosso digitale: didattica e TIC - 9. L’autonomia: strumento utile da non idealizzare
Note - Per saperne di più
Storia dell’autonomia scolastica in Italia in pillole - Quante sono le scuole in Italia? - Chi sono e quanti sono i dirigenti scolastici?

III. Gli insegnanti sotto la lente

1. Perché gli insegnanti? - 2. La carriera degli insegnanti - 2.1. Caratteristiche del corpo docente - 2.2. Il reclutamento degli insegnanti - 2.3. Meno studenti, più insegnanti: un’analisi del paradosso - 2.4. Le retribuzioni - 2.5. Gli anni del precariato: la lunga marcia verso il ruolo - 2.6. Diventare, restare o smettere di essere insegnante: la permanenza nella professione - 2.7. Mobilità geografica e professionale dei docenti italiani - 2.8. Quanto distante dal luogo di nascita lavorano gli insegnanti italiani? - 2.9. Le domande di mobilità - 2.10. La fine della carriera: il pensionamento dei docenti - 3. Un confronto internazionale: gli insegnanti nella scuola inglese - 3.1. L’abilitazione all’insegnamento - 3.2. La retribuzione degli insegnanti inglesi - 3.3. La domanda e l’offerta d’insegnanti - 3.4. Gli interventi per fronteggiare la carenza di insegnanti - 4. I docenti neo-assunti. Un’indagine in tre regioni italiane - 4.1. Chi sono i docenti neo-assunti? - 4.2. Il precariato nella scuola: un sistema bloccato - 4.3. Titoli di studio e giudizio sulla formazione iniziale - 4.4. Competenze professionali e immagine della professione - 4.5. L’esercizio della professione: motivazioni, gratificazione, motivi d’insoddisfazione - 4.6. Progetti di sviluppo professionale e personale - 4.7. Giudizi e preferenze intorno a nuovi assetti professionali e istituzionali - 4.8. Motivati e arrabbiati - 5. La scelta di insegnare - 5.1. I laureati insegnanti a confronto con gli altri laureati - 5.2. Meccanismi di selezione e di autoselezione: i percorsi universitari - 5.3. Meccanismi di selezione e di autoselezione: il background socio-culturale - 5.4. Mobilità a breve raggio dei laureati insegnanti - 5.5. Motivazioni «ex ante» e soddisfazione «ex post» dei laureati insegnanti - 5.6. Gli insegnanti: un gruppo disomogeneo,
Note - Per saperne di più
Le politiche di reclutamento: riassunto delle puntate precedenti - Le domande di mobilità e le preferenze degli insegnanti - La banca dati AlmaLaurea

IV. Gli studenti giudicano la scuola

1. Il giudizio dei diplomandi sull’esperienza di istruzione secondaria - 2. Origini sociali dei diplomandi, riuscita negli studi e prospettive future - 3. Il giudizio sull’esperienza complessiva - 4. Il giudizio sugli insegnanti e su altri aspetti della vita scolastica - 5. La soddisfazione dei diplomandi per le capacità degli insegnanti
Note - Per saperne di più
Gli studenti in Italia: quanti sono, dove sono, in quale scuola vanno - Cresce la popolazione studentesca straniera - La banca dati AlmaDiploma

V. Valutazione, «accountability» e incentivi

1. Perché non si può prescindere dalla valutazione - 2. L’«accountability» nella scuola - 2.1. Un tentativo di definizione - 2.2. Valutare gli apprendimenti degli studenti e le performance delle scuole - 2.3. I limiti dei sistemi di «accountability» - 2.4. L’«accountability» degli insegnanti - 2.5. Tirando le somme: un sistema di valutazione stratificato - 3. Un esercizio di valutazione esterna: come le università piemontesi giudicano le scuole della regione - 3.1. Obiettivi e limiti dell’esercizio - 3.2. I dati: l’Anagrafe nazionale degli studenti - 3.3. Qualche statistica su cui riflettere - 3.4. Effetto scuola: la metodologia seguita e le assunzioni fatte - 3.5. Due immagini e una graduatoria
Note - Per saperne di più
L’«Education Reform Act» in Inghilterra e il «No Child Left Behind Act» negli Stati Uniti - Non solo PISA. Le indagini comparative internazionali sugli apprendimenti – Progressi e limiti della valutazione in Italia dal 2002 a oggi - La costruzione della graduatoria

VI. Conclusioni

Le proposte

Recensioni

Enrico Lenzi su: L’Avvenire (11/02/2009)


Contrari al meccanismo delle graduatorie, ma favorevoli a quello dei concorsi abilitanti e alla scelta da parte della scuola. Delusi dall'assenza di una vera carriera, ma disponibili all'introduzione di modalità di differenziazione della carriera attraverso il riconoscimento del merito e dell'impegno. È l'immagine di un corpo docente «disponibile al cambiamento», anche se «arrabbiato per come si è proceduto fino ad ora», quella che emerge dal Rapporto 2009 promosso dalla Fondazione Giovanni Agnelli, che sarà presentato questa mattina a Roma da Giuseppe De Rita, John Elkann e Andrea Gavosto, alla presenza del ministro della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini.

Una fotografia «quanto mai necessaria — commenta Andrea Gavosto, direttore della Fondazione — soprattutto in una fase storica come questa nella quale siamo chiamati a domandarci se la scuola italiana rappresenta un rischio per il futuro del nostro Paese». Una domanda tutt'altro che provocatoria, ma che mette in evidenza due rischi: l'acuirsi del divario tra Nord e Sud, come si evince dai risultati dell'indagine Ocse-Pisa, e il non svolgere la funzione di ascensore sociale, cioè attuando la Costituzione quando parla del sostegno «ai capaci e ai meritevoli». E la Fondazione Agnelli parte proprio nella sua indagine dal ruolo e della figura dei docenti, perché «la riorganizzazione della scuola non può che partire in primo luogo da loro». E proprio ai docenti, il Rapporto (edito da Laterza e che sarà in libreria dal 19 febbraio), dedica la totalità dell'analisi, non senza qualche sorpresa rispetto al pensiero dell'opinione pubblica. Infatti i docenti italiani appaiono «motivati, arrabbiati e disponibili al cambiamento».

Motivati. Il Rapporto include un'indagine condotta tra 11 mila docenti neo-assunti a tempo indeterminato di tre Regioni: Piemonte, Puglia ed Emilia Romagna. Quasi l’80% del campione «dichiara di aver scelto per passione» la professione di docente, mentre solo un 9,3% si definisce «insegnante per caso». Ma per la stragrande maggioranza si è «trattato di una scelta meditata e consapevole», tanto che, sottolinea il Rapporto, «oltre il 90% riconfermerebbe questa scelta professionale».

Sorprende, inoltre, che per moltissimi degli intervistati «il posto di ruolo da poco conquistato non è considerato come un traguardo, ma come una tappa intermedia necessaria verso ulteriori obiettivi».

Arrabbiati. La critica è rivolta soprattutto al passato e al processo di riforma che da quasi due decenni sta caratterizzando il mondo della scuola. Un processo al quale «i docenti non si sono sentiti adeguatamente coinvolti e ascoltati». Ma anche l'assenza di una vera carriera e del riconoscimento dell'impegno e del merito, sono motivi critici per la categoria. Nessuna carriera, tanto che per molti docenti la possibilità di trasferirsi nel corso degli anni in un istituto prestigioso o vicino a casa diventa quasi una sorta di compensazione rispetto all'assenza di qualsiasi altro riconoscimento.

Disponibili al cambiamento. È l'elemento che si unisce all'aspetto critico della ricerca. Soprattutto i neo-assunti, che hanno alle spalle mediamente un decennio di precariato, risultano disponibili a mettersi in gioco, introducendo non solo una carriera e uno stipendio legati all'impegno e al merito, ma anche a sottoporsi a una valutazione. A iniziare dal reclutamento, dove «il meccanismo delle graduatorie è ritenuto mortificante delle potenzialità e dell'entusiasmo. Meglio i concorsi che evidenziano il merito». E così anche per la carriera, dove «merito e impegno, uniti alla valutazione, dovrebbero diventare i nuovi strumenti».

Le proposte. Abolizione delle graduatorie, reclutamento solo per concorso abilitante, bando per le cattedre disponibili emesso dalle singole scuole, differenziazione delle retribuzioni, sono le proposte che la Fondazione Agnelli espone al termine del Rapporto. Passaggi necessari, spiegano gli autori del lavoro, con «la consapevolezza di poter fare affidamento su docenti motivati a svolgere il proprio lavoro, determinati a costruirsi una vita professionale gratificante, disponibili ad assumersi responsabilità nella scuola».

Gabriela Jacomella su: Il Corriere della Sera (11/02/2009)


È la dimostrazione che i numeri, se letti nel modo giusto, possono sfatare miti veri a metà. Ma è anche un allarme. Perché i miti, a volte, possono essere consolatori. In questo caso, quello sui precari della scuola: tanti, troppi, con liste d'attesa infinite. Vero? Falso? Il Rapporto sulla scuola in Italia 2009 elaborato dalla Fondazione Giovanni Agnelli (Laterza, in libreria dal 19 febbraio), che oggi sarà presentato a Roma — con il vicepresidente John Elkann, il sociologo Giuseppe De Rita e il ministro Mariastella Gelmini —, cerca di dare una risposta a partire da una domanda più grande: «La scuola è un rischio per il futuro del Paese?».

Prima di fare un salto sulla sedia, precisiamo: l'interrogativo non è farina del loro sacco (vale a dire, dei 30 ricercatori cui spetta la paternità del rapporto), bensì della commissione che, nel lontano 1983, mise sotto accusa il sistema educativo americano. Per gli esperti della Fondazione torinese, un quesito utile per individuare, senza falsi tabù, i «fattori di rischio» della scuola italiana, oggi.

E dunque, per questo rapporto (primo di una serie), un tema centrale: gli insegnanti, le loro carriere. Per capire in che misura sia vero quel che si sente ripetere da tempo. Che sono troppi, che sono vecchi, che con i loro spostamenti non garantiscono continuità didattica. A finire sotto il microscopio, oltre 8.000 graduatorie provinciali; ed ecco sfatato (in parte) il «mito» dei precari. Perché di queste, 1.500 sono esaurite o in via di esaurimento. «La situazione — spiega il direttore Andrea Gavosto — è molto variegata, sia sull'asse territoriale che su quello delle materie. Ci vorranno 19 anni per esaurire le graduatorie di lingue straniere; ma al tempo stesso, nelle aree scientifiche e tecnologiche — le stesse in cui, fuori, c'è la possibilità di un impiego meglio retribuito —, c'è una carenza disperante».

Elettronica e matematica, materie sanitarie o economico-giuridiche: è in questi settori che i pensionamenti — con una media «di almeno 30/32.000 cessazioni all'anno» — creano voragini negli organici. Soprattutto, sorpresa, nelle Regioni del Nord. Dove il mercato del lavoro è florido. «Se nelle materie umanistiche gli insegnanti sono la "crema", in quelle scientifiche la scuola si prende il residuo». Il motivo è semplice: l'assenza di una prospettiva di carriera formale. Gli stipendi, tra i più bassi d'Europa (Ocse 2008), raggiungono un massimo di una volta e mezza la busta paga iniziale. A 35 anni di anzianità (in un corpo docente di ruolo dove l'età media è vicina ai 50). «E allora si "fa carriera" avvicinandosi a casa, o passando a scuole "di prestigio"». Le stesse in cui i genitori laureati cercano di mandare i figli. Risultato: «La scuola italiana non fa da ascensore sociale, ma perpetua una struttura che rimane uguale a se stessa».

L'analisi non è confortante. Ma per la Fondazione, esistono soluzioni concrete e praticabili. Per iniziare: assunzioni dirette e differenziazione retributiva. «Le graduatorie vanno abolite, sostituendole con un albo. Saranno le scuole, poi, a emettere un bando; e i docenti a mandare i curricula. La mobilità resterebbe, ma con un maggiore incrocio di domanda e offerta». Quanto alle retribuzioni, «bisognerebbe differenziarle su base regionale e di materie, ma anche dei ruoli rivestiti. E soprattutto, introducendo una valutazione delle scuole». Con un «premio» per quelle in grado di offrire un «valore aggiunto» ai loro studenti. E i prof? «La maggioranza dei neoassunti è d'accordo», giura la Fondazione. Chissà, forse è davvero arrivato il momento di cambiare.

Francesca Angeli su: Il Giornale (11/02/2009)


Insegnanti di matematica e scienze in via d'estinzione, soprattutto al Nord. Sovraffollate invece le cattedre di lingua e più in generale delle materie umanistiche. Scuole molto autonome dal punto di vista didattico e troppo poco da quello organizzativo. Fallimento del sistema delle graduatorie, necessità di differenziare gli stipendi su base regionale e per disciplina insegnata, garantendo il ricambio generazionale.

Il Rapporto sulla scuola in Italia 2009 curato dalla Fondazione Agnelli serve prima di tutto a sfatare miti e leggende sul complesso sistema dell'istruzione nazionale, mettendo in luce altre verità. «Questo è un momento cruciale e anche se in Italia il dibattito sulla scuola è iniziato in ritardo le difficoltà sono le stesse per tutti i paesi: non siamo un'anomalia», dice Andrea Gavosto direttore della Fondazione Agnelli. Al ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, osserva Gavosto, va riconosciuto il merito di aver riportato il tema della scuola in primissimo piano. La ricerca, edita da Laterza, sarà presentata oggi a Roma da John Elkann, vicepresidente della Fondazione Agnelli, insieme con Giuseppe De Rita ed alla presenza del ministro Gelmini.

La rivelazione più inaspettata? Quella che contraddice il luogo comune che vuole tutti gli insegnanti frustrati, demotivati e disinteressati ai cambiamenti. Non è così. Dal rapporto emerge chiaramente la disponibilità a mettersi in gioco, la richiesta di un cambiamento e di un riconoscimento del proprio ruolo sociale anche attraverso gratificazioni economiche e di carriera. Il Rapporto poi denuncia il fallimento del sistema delle graduatorie ad esaurimento e soprattutto smantella un'altra leggenda metropolitana: gli insegnanti sono troppi. Attenzione a generalizzare su una realtà tanto complessa. Nel Rapporto si calcola che i precari siano circa 260.000. E se è vero che ci vorranno vent'anni per assorbire quelli che insegnano lingue è altrettanto vero che i docenti di matematica e scienze sono pochi e se non si inverte la tendenza tra dieci anni al Nord non ci sarà più nessuno che insegni agli studenti a far di conto. Su 8.000 graduatorie infatti 500 sono esaurite e 1.000 in via di esaurimento. «Per le aree di elettronica e matematica ma anche quella sanitaria non sarà facile coprire i vuoti fisiologici che si stanno aprendo negli organici per effetto dei pensionamenti dei titolari», è scritto nella relazione.

La ragione? Puramente economica e assai comprensibile spiega Gavosto. Perché mai un laureato in ingegneria o in altra disciplina scientifica dovrebbe andare a fare l'insegnante guadagnando fino a 500 euro di meno al mese dei suoi pari con la stessa laurea ma impegnati in altri settori? La differenza per chi si laurea in materie letterarie è invece di appena 50 euro. La soluzione, dice Gavosto, è semplice: differenziare gli stipendi in base alla disciplina insegnata. Ma non solo. Occorre tener conto pure della logistica, del maggior carico di lavoro che ad esempio si assumono i coordinatori e soprattutto dei risultati raggiunti.

Il meccanismo delle graduatorie che premia soltanto l'anzianità va abolito perché non offre alcuna prospettiva di carriera e nessuno stimolo a migliorare per i docenti. Un sistema che ha indotto gli insegnanti a costruirsi una carriera fai da te basata sull'avvicinamento a casa e la conquista di una cattedra nelle scuole considerate d'eccellenza.

Andrea Casalegno su: Il Sole - 24 ore (11/02/2009)


Gli insegnanti italiani sono tanti, forse troppi: più di un milione, in maggioranza donne, di età avanzata (l'età media è 50 anni), frustrati e demotivati da condizioni di lavoro sempre più difficili, da un prestigio sociale decrescente, da stipendi bassi, dalla mancanza di prospettive di avanzamento e di ogni forma di riconoscimento economico per un maggiore impegno. In un lavoro così importante e delicato la quantità sembra soffocare la qualità.

I docenti hanno, in proporzione, pochi allievi: nove milioni circa, meno di dieci a testa. Sono distribuiti in 57mila edifici, uno ogni mille abitanti, accorpati in poco più di 10mila plessi scolastici, ciascuno guidato da un «dirigente» che dirige poco. I docenti infatti arrivano in cattedra in base a un meccanismo burocratico complicato, nel quale i dirigenti, «autonomi» per modo di dire, hanno le mani legate. Chi decide è il punteggio accumulato da ciascun candidato in una «graduatoria permanente» che oggi contiene circa 300mila aspiranti al posto di ruolo. Il punteggio, decisivo anche per i trasferimenti da scuola a scuola, si acquista soprattutto attraverso le supplenze; ma contano anche i titoli scientifici e altri fattori, come il servizio militare o i carichi di famiglia, che poco hanno a che vedere con la vita scolastica.

Questa rete a maglie fitte è una camicia di forza per il reclutamento dei nuovi docenti. Inoltre favorisce un tasso di mobilità che nuoce al principio basilare della «continuità didattica». Ogni anno un insegnante su quattro cambia scuola. Spesso è il meccanismo stesso delle graduatorie a costringerlo, perché egli deve far posto a un collega con un punteggio più elevato; altre volte è lui stesso a chiedere lo spostamento, alla ricerca di una scuola di maggior prestigio o più vicina a casa sua. Andare in una scuola migliore, più comoda o di rango superiore è per la maggior parte dei docenti l'unico surrogato di quella progressione di carriera che manca a causa della struttura piatta della retribuzione.

La finanziaria 2007 ha bloccato le graduatorie permanenti, che ora sono un ruolo «a esaurimento». Ma come si possono assorbire 300mila aspiranti alla cattedra senza impedire per molti anni l'accesso ai docenti giovani? Per questo la Fondazione Giovanni Agnelli di Torino ― un istituto che da più di 40 anni conduce ricerche sulla società italiana, con l'ambizione di fornire analisi e suggerimenti alla classe dirigente ― lancia oggi due proposte.

La prima è modificare il reclutamento degli insegnanti, abolendo le graduatorie e creando un Albo nazionale degli aspiranti alla cattedra dotati di abilitazione all'insegnamento. I dirigenti scolastici attingeranno dall'Albo i nomi per coprire i vuoti di organico.

La seconda proposta è cambiare la struttura della retribuzione. Allo stipendio base si aggiungeranno alcune maggiorazioni, che tengano conto del costo locale della vita, di particolari difficoltà sociali o didattiche, di mansioni speciali e infine di un «premio d'istituto» riconosciuto dall'Istituto nazionale di valutazione alle scuole migliori: sarà poi la scuola stessa, se lo riterrà opportuno, a premiare attraverso i suoi organi il singolo docente meritevole.

Queste proposte vengono presentate oggi pomeriggio a Roma nella sede della casa editrice Laterza, che pubblica il primo «Rapporto sulla scuola in Italia» della Fondazione Agnelli. La Fondazione aveva già affrontato più volte in passato i problemi dell'istruzione, soprattutto a livello universitario. Un anno fa però il vicepresidente della Fiat, John Elkann, ha deciso che l'istituto di ricerca che porta il nome del senatore Giovanni Agnelli, il fondatore della Fiat, si concentrasse del tutto sul tema della scuola. Il Rapporto 2009, focalizzato in particolare sugli insegnanti, è il primo risultato di questo impegno. A differenza delle precedenti indagini della Fondazione, per lo più affidate a enti di ricerca esterni, il testo del Rapporto è stato redatto dai ricercatori della Fondazione Agnelli: dal direttore Andrea Gavosto, che lo presenta oggi insieme a Elkann, e dai suoi collaboratori Stefano Molina, Marco Gioannini e Alessandro Monteverdi.

Il Rapporto 2009 smentisce alcuni luoghi comuni: per esempio che la nostra scuola sia una delle peggiori d'Europa. Dal confronto con Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna non usciamo troppo male, in particolare per quanto riguarda l'autonomia scolastica. In Spagna, Francia e Germania il centralismo è duro a morire.

Il Rapporto contesta anche l'idea assai diffusa che negli ultimi decenni la scuola italiana sia drasticamente peggiorata rispetto a un'«età dell'oro» che esiste soltanto nei ricordi nostalgici di molti commentatori. Al censimento del 1971 su 100 nati negli anni 1947-1950 soltanto 23 risultavano diplomati e 7 erano analfabeti. Oggi invece i diplomati sono il 75% dei giovani della loro età. «Un ritorno nostalgico al passato ― commenta il Rapporto ―, a un sistema che ha funzionato bene solo per una minoranza ma che ha penalizzato duramente la maggioranza della popolazione, non sembra quel che serve alla scuola. È uno scenario che non deve assolutamente diventare una bussola per guidare il cambiamento». Non ha ragione?

su: L’Unità (11/02/2009)


Abolire le graduatorie e istituire invece un albo professionale degli insegnanti, che metta sullo stesso piano il «vecchio» precario (240mila le persone nelle liste d'attesa da almeno 10 anni che perderebbero così tutti i punteggi acquisiti), con l'aspirante prof appena abilitato. Dare alle scuole la possibilità di scegliere (e quindi assumere) i docenti «offrendo» persino scalini retributivi per materie (soprattutto scientifiche). E nel contempo garantire la carriera dei prof anche con retribuzioni differenziate e premi in busta paga alla squadra del team docente che ha lavorato meglio. Sembra di leggere il Disegno di legge di Valentina Aprea, Pdl, in discussione alla Camera (eccezione fatta per la trasformazione in scuole-fondazioni) e invece sono le proposte della Fondazione Giovanni Agnelli. Il Rapporto sulla scuola in Italia 2009 (editore Laterza) verrà presentato oggi a Roma, dal direttore Andrea Gavosto. Saranno presenti John Elkann, il vicepresidente della Fondazione, Giuseppe De Rita e il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini. Proposte che sicuramente faranno polemica.

Più della metà degli insegnanti di ruolo ha oltre 50 anni e nei prossimi 10 anni almeno in 300mila andranno in pensione. 8mila le graduatorie provinciali, 1.500 in via di esaurimento. «Il meccanismo di reclutamento con le graduatorie è inadeguato ― sostiene la Fondazione Fiat ―: privilegia l'anzianità di servizio e una rincorsa a titoli per accrescere il punteggio; non garantisce che il docente insegni nella scuola che desideri».

Terry Marocco su: Panorama (12/03/2009)


Ogni anno nelle nostre scuole il 27 per cento degli insegnanti è «nuovo» rispetto all'anno precedente. Ciò significa che ogni anno un docente su quattro cambia istituto. Fenomeno imponente che, facendo due conti, come li ha fatti Ciccio Scrima, segretario nazionale della Cisl scuola, significa: «Alla fine dell'anno scolastico 2008-09 la mobilità è stata di 92.737 docenti. Su 701.305 insegnanti di ruolo significa il 12 per cento». E sono state presentate 150 mila domande di trasferimento.

Insegnanti con la valigia, pendolari del sapere che vantano nella loro carriera una media di almeno tre scuole cambiate. Racconta Valeria Poggi, 36 anni nella scuola, da insegnante a vicepreside in un istituto alle porte di Milano: «Fra nomine tardive, precari, graduatorie incrociate, alla fine ci si capiva ben poco. La mobilità degli anni 80 è aumentata in modo vertiginoso e, di conseguenza, sono aumentate le spese. Nella mia scuola avevamo una persona che lavorava solo fra telefono e telegrammi per comunicare gli spostamenti.»

Per circa il 14 per cento non si tratta di una scelta: sono obbligati dal meccanismo delle graduatorie. «La nostra scuola è come l'esercito, il sistema assegna gli insegnanti alle diverse scuole per anzianità, non c'è l'elemento scelta. In più c'è l'aggravante che nella scuola non esistono gradi. Tutti generali, o meglio tutti caporali» ironizza Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Giovanni Agnelli che ha appena pubblicato lo studio recente più completo sulla scuola (Rapporto sulla scuola in Italia 2009, Editori Laterza).

Un capitolo è dedicato agli insegnanti, perché, come ricordava uno studio Ocse di qualche anno fa, «teachers matter», gli insegnanti contano. O almeno dovrebbero, certo è che macinano chilometri. Ai globetrotter di ruolo vanno aggiunti precari e neoassunti, tutti costretti a una girandola, come racconta Giovanni Turra, 36 anni, insegnante di lettere in un liceo alle porte di Venezia: «Da supplente, da 24 a 26 anni, ho cambiato sette scuole. Allora mi sembrava anche divertente. Oggi ho colleghi che dopo 15 anni continuano a spostarsi, in una sorta di schizofrenia che impedisce di instaurare rapporti con gli allievi e i colleghi». Turra oggi si sente un privilegiato: insegna sotto casa, ma ha già la valigia pronta: «Con la nuova riforma e la contrazione delle cattedre mi aspetto il trasferimento».

Gli spostamenti, secondo lo studio della Fondazione Agnelli, sono per il 77,4 nell'ambito della stessa provincia, per il 14,4 nell'ambito dello stesso comune e solo il 4,4 per cento fra regioni diverse. Ciò significa, come spiega Scrima, che per dieci anni ha insegnato a Quarto Oggiaro («Il cosiddetto Bronx milanese») e poi è tornato a casa in Sicilia, «un perverso gioco dell'oca al contrario. L'insegnante che dal Nord vuole tornare a casa al Sud può impiegare anche trent'anni».

«Un turnover vorticoso, più è forte la mobilità, più è bassa la qualità di apprendimento dei ragazzi» continua Gavosto. Dagli studi Pisa (Programma per la valutazione internazionale dell'allievo) emerge, sottolinea Stefano Molina, dirigente di ricerca della fondazione torinese, «che uno dei fattori che spiegano il risultato deludente degli alunni è il grado di mobilità che si è avuto in quella scuola»

Ma perché questa giostra? «La carriera degli insegnanti è piatta, con un solo passaggio decisivo: l'immissione a ruolo. Dopo, non potendo aspirare all'aumento di merito, o alla promozione, si sogna almeno di cambiare sede di lavoro. Magari per avvicinarsi a casa» continua Molina. Non si stupisce Alessandro Cavalli, sociologo della scuola (Gli insegnanti nella scuola che cambia, Il Mulino 2000; la sua prossima ricerca sarà pronta in autunno): «È così dal dopoguerra, è uno degli aspetti della questione meridionale, della disoccupazione dei laureati nel Sud. E la scuola resta la valvola di sicurezza contro la disoccupazione intellettuale. Non credo esista un solo insegnante in Italia che non abbia mai cambiato istituto». I giovani insegnanti meridionali lavorano in media a una distanza di oltre 400 chilometri dal luogo di nascita, distanza che negli anni riescono ad accorciare fino a 150 chilometri. E nelle scuole del Nord oltre metà dei docenti di 25-30 anni proviene dal Sud.

«Vanno via ma poi fanno di tutto per tornare a casa. Avuto il posto, mettono in moto i meccanismi del sistema per potersi spostare. Con effetti tutt'altro che positivi sull'insegnamento. Il senso di appartenenza si indebolisce, si insegna a spezzoni, senza investire nel rapporto con gli studenti, che diventa sempre più simile a una prestazione. Come quando si va dal medico per una ricetta». Racconta Turra: «Ho una collega che insegna nove ore latino e greco al classico, le altre nove invece in una scuola media in un altro comune. Ha trent'anni e una strada in salita davanti».

Il rischio è il «burn-out», la caduta dell'identità, la liquefazione del ruolo, ha spiegato Giuseppe Favretto, docente di organizzazione del lavoro all'Università di Verona nel suo Lo stress degli insegnanti, ricerca su oltre 2 mila docenti del Veneto (in uscita per la Franco Angeli): «Alcuni resistono e combattono, altri si fanno trascinare dalla corrente. E sembra paradossale, ma sono i migliori: quelli che hanno accettato di diventare dei perfetti funzionari asburgici»

La Fondazione Agnelli lancia l'allarme e per la prima volta registra da parte degli insegnanti la volontà di uscire dallo stritolamento delle graduatorie e dai meccanismi da gosplan. «Non è un fenomeno solo italiano» continua Gavosto «però mentre in altri paesi si cerca di attenuare la pianificazione sovietica delle graduatorie, da noi lo stesso sistema è accentuato».

Deve cambiare il reclutamento e i primi a chiederlo sono gli insegnanti, perché, come aggiunge Valeria Poggi, «oggi sembra di assistere a una partita a scacchi dove le pedine vengono spostate a caso e alla fine si perde sempre».

Purtroppo di valigie il prossimo anno se ne faranno ancora molte.

su: Il Mattino (25/02/2010)


In alcune regioni del Mezzogiorno gli studenti che non arrivano neppure ad avere la soglia minima delle competenze definita a livello internazionale superano il 30 per cento. È una delle criticità che mostra la scuola italiana «piagata» anche da una percentuale di abbandoni scolastici ― il 20% non raggiunge il diploma di scuola superiore ― che pone l'Italia fuori dalla norma europea.

Sono alcuni dati messi in evidenza dal «Rapporto sulla scuola in Italia 2010» curato dalla fondazione Giovanni Agnelli che indica come priorità ― il superamento di queste situazioni senza per questo abbandonare, però, la ricerca dell' eccellenza.

Il rapporto è stato anche presentato ieri dal vicepresidente della Fiat John Elkann a Palazzo Chigi durante un incontro con Berlusconi e Letta, colloquio che fa seguito a quello avuto nei giorni scorsi con il presidente della Repubblica.

«Qualità ed equità della scuola ― sostiene la Fondazione ― oggi possono e devono procedere insieme». Si tratta di una priorità nazionale, a cui il futuro federalismo scolastico, previsto dalla riforma del Titolo V della Costituzione e di prossima attuazione, secondo la Fondazione, è in grado di dare risposte positive. «A condizione ― spiega ― di essere un processo ben governato e in grado di responsabilizzare tutte le regioni: un federalismo "per abbandono" potrebbe, invece, aggravare i divari della scuola».

Sono queste le principali raccomandazioni di politica scolastica che discendono dalle ricerche contenute nel Rapporto che sarà presentato in anteprima nazionale domani a Roma dal direttore dell'istituto di ricerca torinese, Andrea Gavosto, presso la sede degli Editori Laterza.

Alla presentazione parteciperanno il ministro Mariastella Gelmini, Maria Sole Agnelli oltre ad Elkann). Il Rapporto mette al centro i numerosi divari che caratterizzano la scuola italiana e la penalizzano nei confronti internazionali. Fra questi, i divari socioculturali: troppo spesso in Italia l'estrazione sociale dello studente conta ancora di più delle sue capacità e ne determina le scelte formative e il successo scolastico: le fa¬miglie più abbienti e colte mandano i figli al liceo, mentre gli studenti con un retroterra meno favorevole, inclusi quelli di origine straniera, sono più soggetti alla dispersione e tendono a concentrarsi in alcuni indirizzi scolastici, come i professionali. Ancora più evidenti sono in Italia i divari territoriali: essere uno studente del Sud significa partire con uno svantaggio di 68 punti nelle competenze misurate da Ocse-Pisa ― l'equivalente di circa un anno e mezzo di ritardo scolastico rispetto a uno studente del Nord, indipendentemente dalle caratteristiche individuali e della scuola che si frequenta: un dislivello enorme e ― osservano i ricercatori ― inaccettabile in un paese avanzato. Tra le ricette proposte dalla Fondazione Agnelli c'è anche una ricostruzione della spesa per la scuola italiana così come oggi si articola a livello regionale, facendola seguire da una simulazione delle conseguenze del passaggio al federalismo scolastico, cioè a una spesa basata sulla nozione di costo standard insita nella legge sul federalismo fiscale. «Garantire standard qualitativi più elevati è l'obiettivo che si pone il governo», assicura il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini che promette dialogo con l'opposizione per «superare le disparità dei risultati non solo tra nord e sud ma anche tra scuola e scuola».

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