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Settembre 1943

Settembre 1943
Settembre 1943
I giorni della vergogna
Edizione: 20092
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842088271
Argomenti: Storia contemporanea, Storia d'Italia

In breve

Il piccolo re, il grande dittatore, novanta ore di cinismo e di incapacità sufficienti per azzerare uno Stato. Marco Patricelli racconta l’incredibile e grottesca sequenza di eventi che dal 9 al 12 settembre 1943 sconvolse l’Italia e la consegnò a un destino di macerie.

«La colonna di sette automobili aveva già lasciato Roma illuminando le strade ancora buie e deserte con la luce azzurrognola dei fari schermati. Vittorio Emanuele, la regina Elena, il generale aiutante di campo del re e il tenente colonnello Buzzaccarini erano a bordo di una Fiat 2800 nera, guidata dall’autista che faceva incredibilmente sfoggio del guidone reale: noblesse oblige, ma a nessuno viene in mente che la nobiltà vorrebbe ben altro contegno che una fuga nell’oscurità.»

È così, alle prime luci del 9 settembre 1943, ad armistizio appena proclamato, che il re abbandona la Capitale per fuggire al sud, lontano dalla vendetta tedesca. In Italia intanto si spara e si muore. Tra quell’alba e il pomeriggio del 12 settembre il Paese si disgrega e precipita nel caos di un vuoto istituzionale senza precedenti. In meno di quattro giorni, e nel raggio di pochissimi chilometri, si compiono due fughe eccellenti: quella tragicomica del re dal porto di Ortona, in Abruzzo, e quella rocambolesco-spionistica di Benito Mussolini dalla prigione dove è stato rinchiuso, sul Gran Sasso. Questa è la storia di quelle fughe, delle loro conseguenze e della vigliaccheria di chi poteva e doveva agire diversamente.

Indice

Introduzione - Prologo. Azione e reazione - I. Il re in fuga da Roma - II. Mussolini in fuga da Campo Imperatore - Epilogo. Memoria condivisa e memoria manipolata - Bibliografia - Indice dei nomi

Leggi un brano


A Ortona la piazza è stata preparata da alcuni emissari in abiti borghesi, che in realtà erano alti ufficiali. Nell’edificio che ospita il municipio da ore non c’è un momento di tregua. Due impiegate del Comune, Ada e Antonina Grilli, sono al centro di una ragnatela di telefonate da e per Roma, Brindisi, Taranto, Venezia, Bari, che hanno come unico oggetto la posizione delle corvette Scimitarra e Baionetta. La Baionetta, soprattutto, che dovrebbe già essere nei pressi di Ortona, e invece non c’è. Il nervosismo si taglia a fette e si percepisce anche dal tono delle risposte che arrivano attraverso le cornette. C’è molta confusione, molto pressapochismo e molto orgasmo per eventi che non si riesce a padroneggiare. Socrate Santoro è un vigile del fuoco in licenza. Sta godendosi il fresco di una sera settembrina assieme ad altri giovani del posto, quando vede una colonna di automobili che scende verso la cittadina attraverso il serpente d’asfalto che scivola lungo la collina. «Militare!», lo chiama qualcuno dall’abitacolo di una vettura scura. Santoro si avvicina, guarda all’interno, vede le greche sulle maniche e scatta nel saluto. «Dove si va per il mare?». «Non è questa la strada, avete sbagliato». Il corteo aveva imboccato la via che conduce al Castello aragonese, e non quella che scende al porto, e infatti gli autisti non riuscivano a ritrovare il molo. Cantoro prova a spiegare l’itinerario, ma a quel punto qualcuno taglia corto: «Scusa, militare, puoi accompagnarci tu?». Il vigile del fuoco sale sul predellino e fa da cicerone. Lui, che non ha mai visto tutti insieme tanti ufficiali d’alto grado, li vedrà protagonisti della gazzarra sul molo, dove c’è una notevole agitazione.

Il maresciallo dei carabinieri Vincenzo Agostinone, comandante della stazione, è stato incaricato di una missione segreta e, pur preso alla sprovvista, si è mosso di conseguenza. Ha mandato un militare nelle case di alcuni pescatori e li ha precettati sulla banchina nord del porto. Non ha detto niente di più del necessario e ha ottenuto che fossero avviati i motori dei pescherecci Nicolina, Anna, Littorio, Dolia, e della draga Argo. Occorreva un controllo del loro pieno funzionamento. Poi gli sbuffi e i rantoli dei diesel si sono smorzati ed è tornato il silenzio. I pescatori parlottano tra di loro, cercano di orientarsi in quella cappa di mistero. È chiaro che sta accadendo qualcosa di grave e di più grande di loro, ma non osano neppure chiedere al maresciallo Agostinone, che conoscono come un uomo bonario e che invece adesso appare intrattabile, e ne ha ben donde. La sagoma rivestita dalla divisa tropicale si vede distintamente andare nervosamente su e giù lungo il molo. Alle 21 l’urlo lacerante delle sirene dà il segnale dell’attacco aereo. È l’ottantatreesimo allarme da quando gli Alleati hanno cominciato a martellare l’Italia dal cielo, ma stavolta si tratta di un bluff: un modo rapido ed efficace di tenere tutti gli ortonesi dentro casa e non farli ficcanasare nella zona del molo. Dal basso si vedono distintamente le fioche luci dei fari schermati di automobili che appaiono e scompaiono dalla prospettiva. Una colonna. Tra i pescatori si diffonde un brivido di paura: e se fossero i tedeschi? «Adesso ci ammazzano tutti», sussurra uno. Quale resistenza potrebbero opporre i pochi marinai e carabinieri con il moschetto a tracolla? E cosa farebbero loro in caso di conflitto a fuoco? I militari non sembrano però attendersi un attacco. Forse sanno qualcosa di più o forse no. Due soli tedeschi si sono visti dentro Ortona nelle ultime 24 ore. Erano i due componenti dell’equipaggio di un sidecar che si erano fermati la sera del giorno prima a un caffè per bere qualcosa; qui avevano ascoltato le parole di Badoglio alla radio e avevano capito il significato del suo proclama dalla reazione degli avventori presenti. Avevano pagato, senza dire una parola e senza commentare neppure con l’espressione facciale, ed erano ripartiti con la loro motocarrozzetta. I soli soldati della Wehrmacht nella cerchia urbana, spariti in un ruggito di motore e una nuvoletta di polvere. Ciononostante, nel dopoguerra fioriranno versioni fantasiose sulla presenza tedesca, addirittura di un convoglio ferroviario fermo alla stazione con i militari impegnati a guardare quanto accadeva sul molo, senza neppure accennare a un intervento. Questa versione avrebbe dovuto accreditare l’esistenza di un accordo per favorire la fuga, di cui a tutt’oggi non è emerso alcun riscontro documentale e testimoniale tedesco o italiano, neppure da parte di chi alla fine del conflitto avrebbe potuto agevolarsene per sgravarsi di responsabilità o scaricarle su altri. Il che porta a respingere un’ipotesi la cui forza di convinzione sta nello «spiegare», più che ciò che è avvenuto, ciò che non è stato fatto.

Lungo la strada statale 16, per tutto il giorno, erano invece transitate alla spicciolata autocolonne di camion piene di soldati, autoblindo, carri con la croce nera che venivano da sud, e qualcuno aveva interpretato tali movimenti come la riprova che la guerra era veramente finita e i tedeschi si ritiravano. Troppo bello per essere vero. E infatti non era vero. Agli sgoccioli di quel giovedì 9 settembre il maresciallo Agostinone è agitato ma non si preoccupa della possibile minaccia dei tedeschi. È alle prese con un compito che mai avrebbe potuto immaginare. Poco prima è stato lui a fermare il giovanissimo pescatore Tommaso D’Antuono chiedendogli di seguirlo perché doveva imbarcarsi. Il ragazzo ortonese aveva nicchiato, dicendo che non poteva muoversi perché era solo a casa e che non sarebbe andato da nessuna parte. Il comandante della stazione gli aveva prima biascicato che doveva fare qualcosa, poi, di fronte alle rimostranze: «C’è da fare una missione segreta». «Missione segreta? Io? Marescià’, non scherziamo. Io ho diciassette anni, che c’entro io con la missione segreta?», gli aveva risposto D’Antuono con sufficienza. Agostinone, con i nervi a fior di pelle per la fortissima tensione, aveva persino estratto dalla fondina la Beretta d’ordinanza sbottando in una frase che aveva fatto capire eloquentemente che non c’era nulla di cui discutere e non c’era tempo da perdere. Al che il giovane era sceso nel ventre del peschereccio per provare l’efficienza del motore: contatto, un colpo avanti, un colpo indietro, fine contatto, attesa. L’attesa che arrivasse qualcuno, che adesso stava realmente arrivando. «Sarà passata un’ora, un’ora e mezza, difficile dirlo. Noi pescatori – così D’Antuono – non avevamo l’orologio». Dieci, undici, dodici automobili: sottocoperta, l’aiuto motorista conta finché può dalla sua scomoda posizione e non osa uscire allo scoperto. Sulla Fiat 2800 nera è impossibile non notare le insegne reali. L’improvvisato picchetto di marinai scatta sull’attenti di fronte a Vittorio Emanuele III che sembra più piccolo di quanto la natura e la consanguineità dei genitori gli abbiano concesso. Per non far pesare il complesso di inferiorità al monarca, era stata persino abbassata a 154 centimetri l’altezza minima per essere fatti abili al servizio militare, rendendo così idoneo de jure il comandante supremo che si era sentito appiccicare anche l’etichetta di «Sciaboletta» per deridere la sproporzione tra le gambette rachitiche e l’arma bianca che simboleggiava le cariche di cavalleria. Odiava i cavalli, il piccolo Savoia, perché per lui salirci in groppa era una squalificante tortura, e odiava anche il passo dell’oca introdotto da Mussolini, che si era ben guardato persino dal provare, per non aggiungere il ridicolo al ridicolo. A Ortona non aveva nessuna sciabola al fianco e c’era poco da ridere su quella «carica» verso est, che sembrava tanto una ritirata pronta a trasformarsi in rotta morale incontenibile. Il colore più idoneo a quella notte ce l’aveva sul braccio: il nero del lutto. Lo portava per rispetto della memoria di Boris di Bulgaria, marito della figlia Giovanna. L’altra figlia Mafalda, chissà dov’è adesso. Nessuno l’ha avvisata dell’armistizio e di ciò che sta accadendo. Sarebbe bastato dirle di non tornare a Roma, e invece con quel silenzio avevano condannato la principessa a un destino miserando.

Non passa molto tempo, che il molo è tutto un vociare indistinto, di frasi e di ordini che si inseguono, e un brulicare di uniformi grigioverdi e di vestiti civili. «Nonostante si sia cercato di fare tutto nella massima segretezza – rimarca Puntoni –, le banchine del porto sono piene di macchine. Il sovrano si innervosisce e mi dice di informarmi su cosa sia accaduto. Si tratta delle vetture che hanno trasportato quaggiù quasi tutti gli ufficiali dello Stato Maggiore. Nulla di ciò era previsto». Mario Roatta ha un mitra a tracolla, ma non porta la divisa. Vittorio Emanuele scuote platealmente la testa ma non commenta. Badoglio non c’è, e il sovrano lo cerca con lo sguardo: non sa o non ricorda che il maresciallo è rimasto a Pescara assieme all’ammiraglio De Courten. Gli altri sguardi sono persi verso l’orizzonte, dove dovrà apparire qualcosa. Il faro del porto lancia un segnale verso il buio di una tenera notte settembrina che avvolge la tragedia di una nazione; dal largo risponde un lampo. È la corvetta Baionetta, arrivata a destinazione da Pola. È stata consegnata da appena un mese alla Regia marina e quella, praticamente, è la prima missione importante, a tempo scaduto rispetto a una guerra che dovrebbe essere terminata da almeno un giorno. Persino la semplice attivazione del faro ha incontrato un imprevisto ostacolo nel senso del dovere dell’anziano guardiano, l’unico ad averlo conservato nella notte in cui il senso del dovere sembra non valere nulla. Quando gli avevano detto che doveva dare il segnale, si era rifiutato dicendo che vigeva l’oscuramento ed era stato pure lanciato l’allarme aereo, e quindi lui non poteva fare proprio nulla. Allora gli era stato risposto che c’era il re, che c’era la regina, che si trattava di una missione segreta, di un affare di Stato, ma lui niente: testardo come un abruzzese. Solo quando si era trovato davanti Vittorio Emanuele ed Elena aveva farfugliato qualcosa che tradiva lo stupore e aveva attivato i meccanismi per le segnalazioni al largo. Aveva qualcosa da raccontare ai nipoti: aveva visto con i suoi occhi i reali che fino ad allora erano per lui nomi correlati a fotografie sui giornali e sui libri o illustrazioni sulle riviste popolari.[…]Fatto sta che a Ortona, sul molo, di militari gallonati ce ne sono tanti, e i pochi testimoni racconteranno di scene inqualificabili. Lì dovrebbero esserci le guide del paese, i capi militari, quelli che dovrebbero dire cosa fare, che hanno mosso asetticamente destini e sorti di milioni di italiani come su una grande scacchiera, e che lasciati al loro destino ne sono travolti. La paura dei tedeschi diventa più forte dell’angoscia di aver perso il passaggio verso la salvezza. Nessuno crede che ci sia un’altra corvetta, la Scimitarra, che ha l’incarico di recuperare gli avanzi di uno Stato che si è sgretolato nella vergogna di una fuga, senza neppure salvare le apparenze. Questa sfiducia è la testimone più autorevole di quanto ormai valessero le rassicurazioni dei vertici della nazione, e di quale terrore serpeggiasse tra le file dei fuggiaschi. La Scimitarra, comandata dal tenente di vascello Remo Osti, secondo il Diario storico della marina «giunse a Pescara alle 07:00 del 10 e, non trovando nessuno da imbarcare, ripartì per Brindisi quattro ore dopo: in navigazione ebbe l’ordine di andare a Taranto, dove giunse verso mezzogiorno dell’11». Neppure sul molo di Ortona c’è più nessuno, ma ci sono le evidenti tracce di una piccola folla scalmanata che ha rotto tutti i freni inibitori, anche quelli della decenza. Pezzi di uniformi maculate da nastrini e decorazioni, gettati sull’asfalto, divise di sartoria barattate con grezzi abiti civili di povera gente, persino un negozio di abbigliamento svaligiato a caccia di giacche e pantaloni che non ricordino in alcun modo il marziale e adesso compromettente grigioverde. Qualcuno prova persino a impegnare la propria parola che tornerà a saldare il conto. Penoso: mente sapendo di mentire. Più avanti i tedeschi, razziando i negozi o prendendo quello che più loro aggrada, faranno lo stesso, e diranno sarcastici: «Pagare Badoglio». C’è un altro conto da saldare per tutti, quello con la storia, sempre che si riesca a evitare di pagare dazio ai tedeschi che, è noto, non fanno sconti a nessuno, men che meno a quelli che considerano traditori. Il quarantatreenne maresciallo maggiore Agostinone che, tra tanti generali e alti ufficiali, si è trovato proiettato dal coordinamento della stazione di Ortona a Mare a quello del traghettamento verso il Regno del Sud, sarà ucciso dai tedeschi il 21 dicembre con una raffica di mitragliatrice, durante il tentativo di sottrarsi alla cattura assieme alla famiglia. Il giovane Tommaso D’Antuono, braccato dai tedeschi e dai fascisti, fuggirà per i campi correndo con gli zoccoli di legno ai piedi e passerà due notti alla macchia; tutti i pescatori protagonisti della notte della fuga saranno ricercati da soldati e camicie nere. L’aveva detto uno dei marinai più anziani, mentre albeggiava, riferendosi ai pezzi grossi che avevano accompagnato verso la Baionetta: «Questi si sono salvati la vita e noi ora siamo nei guai. Adesso arrivano i tedeschi e ci fucilano. Voi giovani non fatevi trovare».

Recensioni

Giordano Bruno Guerri su: Il Giornale (01/03/2009)


Non molto tempo fa ebbi modo di leggere i risultati di un'indagine statistica, a cura di Arnaldo Ferrari Nasi e non ancora pubblicata, sull'8 settembre 1943. Il dato più impressionante è che circa il 18 per cento degli italiani non ha un giudizio proprio sugli avvenimenti di quei giorni: i quali furono una vera bomba atomica sulla società italiana e sul concetto stesso di Italia.

Il 25 luglio Vittorio Emanuele III aveva deposto e fatto arrestare Benito Mussolini, determinando il crollo del regime fascista, ma fu infelicissima la scelta del nuovo capo del governo, Pietro Badoglio, che aveva comandato la fascistissima guerra all'Etiopia. Badoglio era a capo dell'esercito all'inizio della seconda Guerra mondiale e quindi corresponsabile dell'impreparazione italiana e del disastroso risultato dell'attacco alla Grecia. Invece di uscire subito dal conflitto, o di dichiarare guerra alla Germania, il nuovo regime ― a tutti gli effetti una dittatura militare ― annunciò che la guerra sarebbe proseguita «al fianco dell'alleato tedesco». Nel frattempo fu ordinato di sparare «come in combattimento» contro i manifestanti. La disposizione venne osservata e, soltanto nella settimana successiva al 25 luglio, la truppa uccise 81 cittadini e fece 320 feriti, per lo più scioperanti.

Hitler non credeva affatto alle promesse di Badoglio e dal 26 luglio, con la buona scusa di resistere all'avanzata alleata, vennero fatti affluire in Italia forti contingenti tedeschi. Il Führer non si sbagliava e in agosto cominciarono le trattative segrete di Badoglio con gli alleati per l'accordo che sarebbe stato firmato il 3 settembre a Cassibile. Era «l'armistizio segreto», reso pubblico cinque giorni dopo, alla radio, con una formula ambigua: «Ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza».

L'8 settembre è un tema tanto studiato quanto poco risolto nella coscienza nazionale, perché provocò la divisione dell'Italia in due tronconi e la conseguente guerra civile fra Regno del Sud e Repubblica di Salò, come vennero generalmente chiamati. Il nuovo libro di Marco Patricelli (Settembre 1943, Laterza) è un'efficace, impressionante ricostruzione di quei giorni, a partire dal sottotitolo, quanto mai significativo: I giorni della vergogna. Patricelli, che unisce la preparazione dell'accademico alla capacità di racconto del giornalista, è già autore fra l'altro di L'Italia sotto le bombe. Guerra aerea e vita civile, 1940-1945 (Laterza), un saggio esemplare per l'intreccio di documentazione, testimonianze inedite e racconto della vita quotidiana degli italiani. Settembre 1943 ha le stesse caratteristiche, accentuate dal ritmo narrativo e da uno sdegno non celato per i comportamenti di chi doveva pensare al bene del popolo italiano e invece pensò anzitutto alla propria salvezza, mascherandola da ragione di Stato: «Accade tutto in poco più di novanta ore: dal tardo pomeriggio di mercoledì 8 al primo pomeriggio di domenica 12 settembre 1943»: l'8 Vittorio Emanuele III e Badoglio abbandonano Roma per fuggire prima a Ortona e da lì, via nave, a Brindisi, il 12 Hitler riuscì ― con un colpo di mano ― a liberare Mussolini dalla prigionia di Campo Imperatore, sempre in Abruzzo. L'8 settembre è dunque la storia di due fughe. Quella del re e del governo abbandonò «due milioni di italiani in grigioverde sballottati dalla tempesta degli eventi in patria e nei territori occupati», quella di Mussolini ― che si sarebbe potuta evitare se Badoglio avesse dato ordine di trasferire al sud l'ex duce ― aprì la strada alla guerra civile.

I tedeschi disarmarono facilmente quasi tutto l'esercito italiano, che aveva principalmente voglia di smettere di combattere, deportandone gran parte nei campi di internamento in Germania. Quando opposero resistenza, i nostri soldati furono massacrati: vedere, in proposito, uno dei volumi che verrà pubblicato nella Biblioteca storica del Novecento del Giornale: Cefalonia. Quando gli italiani si battono, di Gian Enrico Rusconi (Einaudi). Il 13 settembre, delle 82 divisioni esistenti cinque giorni prima, ne rimanevano solo 7 in Italia, una nel Dodecaneso e una, appunto, a Cefalonia. I nazisti sequestrarono quantità enormi di materiali utili alla guerra e alla vita civile e occuparono due terzi dell'Italia, ripristinando subito le organizzazioni fasciste. A proposito del comportamento dell'ex alleato, Joseph Goebbels, ministro della propaganda nazista, scrisse sul diario: «Il vecchio Hindenburg aveva ragione quando disse che nemmeno Mussolini sarebbe mai riuscito a fare degli italiani altro che degli italiani». La frase spiega bene il successivo, feroce, comportamento dei nazisti.

Come nota Patricelli, se il re e Badoglio avessero deciso subito di combattere, invece di fuggire, avrebbero potuto disporre di sufficienti forze per contrastare i tedeschi. Invece tutto si ridusse alla «battuta da avanspettacolo» che il generale Giacomo Carboni ― capo dei servizi segreti e del corpo corazzato che doveva difendere Roma ― disse a Vittorio Emanuele: «Maestà, se i tedeschi si ritirano, sono pronto a inseguirli». Badoglio non fu da meno, e anche nel dopoguerra si difese con un vergognoso gioco delle tre carte, sostenendo, di volta in volta «Queste erano cose da militari e io ero il capo del governo», oppure «Queste erano cose politiche e io ero un militare».

La giustificazione della fuga a Brindisi fu che si doveva garantire anzitutto la continuità dello Stato. È vero, ma ― sostiene Patricelli ― «è anche vero che di quello Stato si era garantita l'integrità di una sola parte, mettendo davanti a tutto l'incolumità personale piuttosto che quella istituzionale... Se poi i Savoia fossero caduti in combattimento, o durante la battaglia per Roma, o fossero stati fatti prigionieri, avrebbero semplicemente adempiuto al loro dovere di capi e di guide della nazione... Il senso stesso di appartenenza, se non addirittura di incarnazione dello Stato, richiedeva un atto di responsabilità personale attraverso una presenza fisica e morale».

Nell'indagine statistica che abbiamo citato all'inizio, il 69,9 per cento degli italiani ritiene ― oggi ― che quello del re fu «un comportamento irresponsabile» (di parere contrario il 12,4 per cento, con un sorprendente 17,7 per cento di «non so»). Non possono esserci dubbi, però, sul comportamento di Badoglio. Secondo lo scrittore tedesco Erich Kuby: «È ancora possibile comprendere il comportamento del re, perché da ventun anni non è stato più, in sostanza, il re d'Italia, ma soltanto il capo della famiglia Savoia. Per i generali, invece, che nel pieno infuriare della guerra piantano in asso un esercito combattente, non esistono scusanti».

Non a caso quella tragica vicenda originò un nuovo verbo nella lingua inglese: to badogliate, che indica ― ricorda Patricelli ― «un'azione maldestra, ambigua, pasticciata, furbastra, venata di tradimento: qualcosa di molto italiano secondo i peggiori luoghi comuni sulla propensione agli intrighi e alla doppiezza». La stiamo pagando ancora, nel giudizio internazionale.

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