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L'archivio antiebraico

L'archivio antiebraico
Il linguaggio dell'antisemitismo moderno
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2008
Collana: Quadrante Laterza [145]
ISBN: 9788842087946
Argomenti: Storia contemporanea

In breve

L'antisemitismo non è un male oscuro, immutato nei secoli, periodicamente risorgente. Dalla nascita del cristianesimo fino al Novecento, quando si tramuta in 'licenza di genocidio', il discorso antiebraico ha seguito il passo della storia e si è articolato in un repertorio - un 'archivio' - di luoghi retorici e concettuali. Questo archivio è stato, e in parte è ancora, un fattore essenziale della cultura europea. Nella questione ebraica e in una delle sue più complesse espressioni oggi, Israele, l'Europa e il mondo vedono rispecchiati gli aspetti virtuosi e tragici della propria storia, la propria buona e cattiva coscienza, un simbolo, un perturbante, un 'altro' irriducibile. Nel secolo scorso questo nodo irrisolto di ostilità per il diverso ha generato uno sterminio; oggi la società multietnica sembra riattivare, con analoghi meccanismi e discorsi, forme simili di intolleranza verso l''altro'.

Indice

Introduzione

Ringraziamenti

I. L’archivio

1. «L’apparentemente piccola e insignificante questione ebraica» - 2. Pratiche discorsive e archivio antiebraico - 3. Da disputa teologica a licenza di genocidio

II. La storia

1. Da Voltaire a Marx - 2. Marr, Drumont, «Civiltà Cattolica» - 3. I «Protocolli» - 4. Hitler, Mussolini, Orano

III. Tra passato e futuro

1. Dopo la Shoah: l’antisemitismo con e senza ebrei - 2. Nascita di Israele: la questione dell’antisionismo - 3. L’era del testimone e l’ebreo come vittima

Conclusioni. L’archivio antiebraico e l’invenzione dell’altro

Indice dei nomi

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Nell'Italia di oggi, e in generale nel mondo dei primi anni del XXI secolo, la questione ebraica non è, certamente, motivo di preoccupante attualità e urgenza come lo fu negli anni Trenta e poi nel baratro della seconda guerra mondiale, sebbene essa non cessi di suscitare polemiche, discussioni, dibattiti, e un'accanita attenzione che è spesso spropositata, ma che è legata, come dirò, alla evidente funzione simbolica e sineddochica che tale questione ancora svolge, in positivo e in negativo, nella coscienza occidentale. Se avessi le conoscenze e gli strumenti per farlo, mi dedicherei oggi a un saggio sull'«archivio anti-islamico» (che ha probabilmente meccanismi di costruzione e funzionamento analoghi) per l'evidente urgenza di affrontare piuttosto il problema dell'islamofobia, e in genere quello della xenofobia e dell'in tolleranza verso il diverso, che evidenziano come l'Italia in particolare sia del tutto impreparata a confrontarsi con - e tantomeno a costruire - una società multiculturale e multietnica. Nei mesi in cui scrivo, ad esempio, di fronte a una supposta emergenza, è stata proposta la costituzione di un «commissario ai Rom» da parte del nuovo governo italiano di centrodestra: questa notizia, che faceva seguito a quella di una sorta di pogrom ai danni di un campo nomadi in Campania, mi ha fatto rabbrividire e ho pensato di star leggendo non i quotidiani dell'Italia del 2008, ma di essere tornato sulle pagine dedicate alla burocrazia nazista nelle opere di Raul Hilberg o Christopher Browning sul Terzo Reich e la Soluzione finale. Sono quindi consapevole che altre questioni oltre a quella ebraica si impongono oggi con urgenza maggiore alle coscienze di tutti e che queste hanno a che fare con l'intolleranza, il pregiudizio, e talora la persecuzione nei confronti di altre fedi religiose, di minoranze etniche e culturali, di stranieri. Indirettamente spero quindi di contribuire anche a una maggiore consapevolezza riguardo alla costruzione discorsiva e retorica dei pregiudizi e del l'odio verso altri «diversi», altri «altri», e riguardo alle sue pratiche conseguenze.

Non vi è al momento in Europa un vero pericolo antisemitismo, sebbene esistano occasionali manifestazioni antiebraiche e non siano mancati in anni recenti anche episodi di violenza fisica o simbolica verso gli ebrei, in contesti diversi come le banlieues parigine, o da parte di movimenti neonazisti in Germania, o di attivisti ultranazionalisti in Polonia o in Russia. L'accusa di antisemitismo, tuttavia, è spesso strumentalizzata dal mondo ebraico, per produrre e perpetuare, come dirò, un immaginario vittimistico intorno agli ebrei, e ancor più spesso per mettere a tacere i critici di Israele. La questione di Israele, inoltre, produce inedite convergenze con tendenze o movimenti anti-islamici, o antiarabi, e perfino con movimenti razzisti. In Italia assistiamo anzi, talora, a una paradossale e ambigua tendenza - il filosemitismo non solo italiano, ma europeo, è tuttavia un fenomeno storico non nuovo e complesso - per cui forze di destra e conservatrici, tradizionalmente razziste e xenofobe, ritengono che il banco di prova della loro avvenuta democratizzazione si misuri esclusivamente nella condanna dell'antisemitismo storico o, peggio, nel loro sostegno ai governi più conservatori di Israele. Personalmente mi è accaduto di partecipare alle cerimonie per il giorno della Memoria in una città del Veneto dove un assessore leghista condannava Auschwitz e commemorava l'Olocausto, mentre - come ho tenuto a ricordare pubblicamente in quella occasione - il suo stesso partito poco tempo prima, nella stessa città, aveva invocato i vagoni piombati per gli extracomunitari.[.]Spero che questo saggio possa illuminare ulteriormente la formazione, la trasmissione e il funzionamento del pregiudizio antie-braico, consentendo di non sottovalutarne - ma nemmeno di sopravvalutarne - la natura, e possa rendere un po' più consapevoli di come avvenga e, indirettamente, di quali conseguenze possa avere la costruzione discorsiva dell'altro e quindi il progetto della sua esclusione. Perché l'Italia e l'Europa non debbano essere più immaginate o volute senza qualcuno, senza l'altro.

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