Password dimenticata?

Registrazione

Home > Catalogo > Schede > Viaggi da Fermo

Viaggi da Fermo

Viaggi da Fermo
Viaggi da Fermo
Un sillabario piceno
foto di E. Brilli
con ill.
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2009
Collana: Contromano
ISBN: 9788842087748
Argomenti: Viaggi, turismo e sport

In breve

«Se ci arrivi in inverno o nella tarda estate, e scopri nel dedalo di vicoli la sua strana e ombrosa ritrosia, capisci perché gli hanno dato questo nome. Fermo è un gioiello architettonico. Qualcosa di arcaico che riesce a conservarsi come luogo antico delle radici.»

Ferracuti scopre la sua regione come le tessere di un domino. Il racconto si inerpica dalla costiera con i suoi porticcioli di provincia, su fino ad Ascoli e Fermo, si confonde nella scia di un treno locale che sferraglia, si insinua nelle pieghe crude dell’attualità, tra morti in fabbrica e sfruttamento delle ragazze dell’Est, esplora le case e le vite di artisti, scrittori, attori che hanno attraversato gli stessi paesaggi e come per un cortocircuito della memoria si tuffa nei giorni dell’infanzia incontaminata, quando ancora non esisteva filtro tra l’io e il mondo: «tempi di paura e di natura. Lontani, bellissimi.»

Leggi un brano


Sono anni che non torniamo più da queste parti. L’ultima volta, lui già settantacinquenne, gagliardissimo e d’umore particolarmente positivo, mi umiliò perché arrivato quasi in cima al monte Sibilla, nell’ultimo tratto dove si cammina su una piccola lama di terra strettissima, ebbi il mio solito attacco di panico e come un mulo non riuscivo più a muovermi mentre guardavo alla mia destra e alla mia sinistra strapiombi da brivido e recalcitravo tutto tremante nel corpo. Lui, invece, camminava spedito come una lippa e mi insultava, trovava impossibile che un uomo di sana e robusta costituzione come suo figlio potesse sul serio aver paura di attraversare l’ultimo e impervio tratto sotto un cielo di così rara limpidezza e sgombro di nuvole. Furono momenti terribili. Lui che mi urlava “Cammina! Su, muoviti, che cavolo fai!”. E io, pallido e con il cuore in gola, che indietreggiavo con una codardia davvero imbarazzante. Tanto che alla fine, dopo avermi mandato al diavolo, lui proseguì verso la vetta e io me ne tornai indietro sconfitto, finalmente felice di aver ritrovato un percorso abbordabile e in discesa, largo e camminabile. Lo vedevo sempre più piccolo che andava lassù, mentre scendevo, fino a quando scomparve alla mia vista.

Siamo stati sempre lontani noi due, ognuno per la propria strada, raramente ci siamo incontrati, anche se non ci siamo mai veramente persi d’occhio, l’uno curioso dell’altro, e debbo ammettere che è stato un buon padre, nonostante non ne avesse avuto uno come modello. Mi chiedo cosa sono un padre e un figlio mentre stiamo camminando stamattina, ed io adesso sto dentro il suo solco, dove mai potrò primeggiare. La storia di mio padre, oggi ottantaduenne, ma di una tempra davvero rara e un corpo integro che almeno gli si toglierebbero dieci anni buoni, per non dire dell’ottimismo innato, nonostante sia rimasto orfano a sei anni in pieno fascismo, ha davvero del miracoloso. Lui è stato e continua ad essere un grande camminatore, uno che per volontà del destino fu bocciato a scuola guida ben due volte e non ha mai posseduto un’automobile. Uno che a quarantaquattro anni, dopo aver subito una operazione di tumore alla parotide, si mise a correre per sconfiggere l’angoscia della malattia. Mi rendo conto che non basterebbe un libro a raccontarlo per quante ne ha fatte. Quasi 50.000 chilometri cronometrati all’attivo, e una 48 ore non stop su pista al Campo scuola di Ascoli, sopra il Colle San Marco, dove corse 301 chilometri per due giorni e due notti, finendo in tutti i telegiornali del mattino seguente. Quand’ero ragazzo lui partiva sempre, e per anni ho fantasticato i luoghi dove stava, gli alberghi dove alloggiava, gli aerei, i treni o le automobili che lo nascondevano durante i fine settimana. È un camminatore, ha una percezione profonda dello spazio, conosce intimamente la frescura di un sottobosco, teme l’assolata strada senza alberi di una periferia, ha un maledetto fiuto per i luoghi. Del mondo contadino, dove è nato e cresciuto, ha avuto sempre una grande nostalgia. Non ha letto Piero Jahier, che scriveva nel Canto del camminatore: “Mio corpo, quantunque mai ti abbia chiesto parere, per decidermi, molte volte ti ho speso, come la buona moneta”, come non ha letto Thoreau e Walden, ovvero vita nei boschi, che poteva essere il suo libro maestro. Anche Jean Giono potrebbe essere uno dei suoi autori, se fosse un lettore di libri. Mi rendo conto di essere stato, negli anni, solo uno spettatore distratto di quello che lui stava facendo. Lo vedevo partire con la borsa stipata di indumenti, e tornava sempre stanco ma carico di ricordi, la barba incolta, di lui noi famigliari riuscivamo a cogliere solo gli aspetti più smaccatamente pittoreschi. Poi qualche giorno più tardi ci mostrava le fotografie, ma non sapevamo veramente dove era stato e quello che gli era accaduto. Ci sfuggivano troppe cose. Tutto quello che fa un padre diventa poi una cosa normale, l’eccezionalità è messa al bando in certi rapporti. Poteva tornare da New York, da Mosca, da una camminata nei boschi viennesi, ma per noi, al ritorno, era sempre lo stesso. Si liberava della borsa di tela, metteva le scarpe inzuppate di sudore a respirare sul terrazzo, poi entrava nel box della doccia.

Recensioni

Massimo Gezzi su: Il Manifesto (07/05/2009)


Forse il titolo del libro che Angelo Ferracuti ha dedicato alla sua città (Fermo, prossima nuova provincia marchigiana) era geneticamente destinato a presentarsi come un calembour. Ma Viaggi da Fermo è davvero una guida eccentrica, rispetto a volumetti consimili della collana Contromano di Laterza. Ferracuti, infatti, considera la sua città come centro su cui piantare la punta di un compasso, che nel suo giro abbraccia una larga fetta di realtà e di territorio marchigiani. Così le voci che compongono questo sillabario piceno (sottotitolo di evidente ispirazione parisiana) partono dalla A di Ascoli e terminano con la Z di Zingari, in un percorso che tutto fa meno che impantanarsi nella solfa della «marchigianità» o nella celebrazione retorica della piccola patria.

Ferracuti d'altronde aveva già dato prova con Le risorse umane (Feltrinelli 2006) della sua capacità di misurare il locale con il metro del globale (e viceversa), raccontando le crepe che i problemi del lavoro cominciavano ad aprire nei muri del tranquillo hortus marchigiano. In Viaggi da Fermo il narratore mette in fila trentasette micro-reportages che non solo ritraggono gran parte delle Marche basse (da Ascoli ai piccoli Borghi dell'interno come Torchiaro o Ortezzano; dalle Terrazze sul mare tra Torre di Palme e Grottammare fino ai misteriosi Monti Sibillini), ma di questo territorio evocano il tessuto sociale, disbrogliando la fitta trama di relazioni umane che hanno fatto la storia di questi luoghi e la vita dello scrittore che ce la racconta. Ferracuti popola i fondali marchigiani di scrittori (per primo Luigi Di Ruscio, concittadino ed exemplum letterario e politico; poi il severo Volponi, di cui si ricorda una lontana intervista), di amici artisti (il fotografo Ennio Brilli, di cui il libro ospita tra l'altro ventotto scatti in bianco e nero; l'intramontabile Mario Dondero, anche lui di residenza fermana; il disegnatore Tullio Pericoli, di origine ascolana), ma soprattutto di uomini e donne di cui il viaggiatore-narratore ci consegna la memoria: per esempio l'operaio Andrea Gagliardoni, morto a 24 anni sul lavoro in una fabbrica di Ortezzano o il mezzadro Rigo dei Biancalana, «grande mito dell'infanzia», che usava dormire sotto i mucchi di fieno.

Tutto ciò, senza dimenticare che anche il fermano è una provincia dell'impero, popolata da imprenditori neoliberisti e interessata da un'immigrazione sempre più integrata, come si spiega nel reportage dedicato alla scuola elementare di Lido di Fermo che ospita il 43% di bambini immigrati. Chi ama le Marche del sud, o vorrebbe conoscerle meglio, dovrebbe leggere questo sillabario. Magari prima che il loro paesaggio e la loro «miracolosa misura, spia concreta di un fare antico, una operosità contadina e artigiana priva di eccessi», vengano distrutti da qualche amministratore avventuriero.

Ricerca

Ricerca avanzata

Catalogo

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su