Password dimenticata?

Registrazione

Home > Catalogo > Schede > L'arte di annacarsi

L'arte di annacarsi

L'arte di annacarsi
L'arte di annacarsi
Un viaggio in Sicilia
Edizione: 20119
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842087717
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Narrazioni contemporanee, Storia di città e regioni d'Italia
  • Pagine 284
  • 16,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

«Enorme – davvero: enorme, e unica, e inspiegabile – è l’ossessione meteorologica dei siciliani. Se c’è brutto tempo si sentono in colpa, si giustificano, come se avessero invitato qualcuno a casa propria facendogli trovare la tovaglia macchiata di sugo». Una stravaganza, ma non l’unica. Se andate a Scicli troverete, per esempio, un’insolita raffigurazione della Grande Madre: in tutto il Mediterraneo è una figura archetipica soavemente benigna, mentre qui si trasforma nella Madonna delle Milizie, armata e a cavallo, parecchio minacciosa. Ma è tutta la Sicilia a essere, oltre che se stessa, anche il contrario di sé, capace di amori smisurati, che si esprimono nella fisicità degli incontri: è il tatto a prevalere fra i cinque sensi. I siciliani toccano. Ti toccano un braccio mentre cercano di capire di cosa hai bisogno e anche di cosa non sai ancora di avere bisogno. La sensazione di essere toccati può rivelarsi sgradevole, per il viaggiatore, ma anche lui a poco a poco si abitua, e alla fine qualcuno persino si dispiace quando poi nessuno lo tocca più. Apparenti contraddizioni e immobili mutamenti rendono lo spirito di una terra piena di angoli insospettabili. Marsala, Palermo, Ustica, Porto Palo, Favignana, Agrigento, Siracusa, Tindari, Catania, Gela, Taormina, Messina sono solo alcune delle tappe di Roberto Alajmo, un viaggiatore capace di raccontare riallacciando i fili di una trama antichissima e tormentata: in fondo l’amore per la Sicilia è quello che si prova per una canaglia. Tu sai che è una canaglia, ma non puoi farci niente.

Roberto Alajmo a Le Storie di Corrado Augias: guarda il video
Roberto Alajmo a Fahrenheit: ascolta l'audio

Leggi un brano

Circola con insistenza l’idea che la Sicilia e i siciliani siano diversi, rispetto al resto d’Italia. Diversi e più complicati. La risposta può essere articolata pirandellianamente: no, ma credono di esserlo, e questo li rende diversi e più complicati. In ogni caso, però, a ogni passo di ragionamento si rischia di essere fraintesi, per cui meglio sgomberare il campo dai possibili equivoci. Non si tratta di una diversità rivendicativa. Non è la diversità della Catalogna o dei Paesi Baschi. O meglio: certe volte sì, ma solo nelle sue manifestazioni più esteriori e velleitarie. Nella casistica più interessante il sicilianismo non è orgoglio, ma rimorso. La Sicilia si sente diversa dal resto d’Italia, e nei suoi abitanti migliori questa diversità si trasforma in senso di colpa. Perché si tratta di una diversità contagiosa, che col tempo ha infettato il resto del paese. Nemmeno più tanto una diversità, quindi, ormai. Da quando Leonardo Sciascia aveva preconizzato lo spostamento verso nord dell’ideale linea della palma, la sicilianizzazione del paese ha proceduto speditamente, fino a raggiungere l’arco delle Alpi. E ancora procede: è in corso una seconda passata, destinata a rendere il paese più omogeneamente arretrato.

Il viaggio in Sicilia rappresenta allora una indagine sull’identità nazionale. Indagine metaforica, a cannocchiale rovesciato. Se è vero quel che diceva Goethe, che non si può capire l’Italia senza vedere la Sicilia («è qui la chiave di tutto»), attraversare il continente siciliano significa indagare il collasso di tutta la nazione. In questo senso, il viaggio può rappresentare una discesa agli inferi.

Anche per godere della bellezza più recondita è necessario immergersi in quell’abisso che è la Sicilia. Non si può fare a meno di ravvisare la bruttezza diffusa, il sistematico disprezzo per gli spazi comuni, l’incapacità delle persone anche migliori di fare rete e porre rimedio a queste distorsioni. Viaggiare attraverso la Sicilia significa sporcarsene. E si tratta di uno sporco persistente, di quelli più difficili da trattare.

Per chi in Sicilia ci è nato e ci vive, intraprendere un viaggio attraverso la propria terra è un modo di fare autoanalisi. Di scoprire tutta una serie di cose che già sapeva senza saperlo. Persino il viaggiatore interno ha sentito molto parlare di quest’isola, i luoghi comuni agiscono anche sul suo modo di vedere le cose. Ciò che rivede, in un certo senso, è come se lo rivedesse per la terza volta; le prime due attraverso i propri occhi e attraverso gli occhi del mondo.

Si viaggia certe volte con l’intento di essere confermati nelle idee ricevute da altri. Oppure si viaggia per approfondire un viaggio precedente. E però capita pure un’altra cosa: di certi posti non ci si sazia mai. Ci si alza dalla tavola imbandita prima di essersi saziati del tutto, tenendo da parte un po’ di fame per la volta successiva. Oltretutto saziarsi di Sicilia è rischioso; significa un po’ pure sdegnarsene.

Raccontare l’esperienza di un viaggio in Sicilia è una responsabilità che nei secoli si sono assunti in parecchi, ognuno a modo suo, con risultati che ognuno è libero di giudicare in autonomia. Al-Idrisi, il geografo. Ibn Giubair, il funzionario. Gregorovius, lo storico. Hoüel, il pittore. Brydone, lo scienziato. Swinburne, il poeta. Goethe, Maupassant e Dumas, gli scrittori. Questi solo per citare quanti hanno lasciato tracce nelle opere del loro viaggio nell’estremo lembo meridionale d’Europa. Anche alla luce di questi precedenti, è inutile provare a essere oggettivi; e velleitario risulta provare a essere soggettivi. Bisogna tenere conto dell’occhio di chi legge, che in cambio dell’attenzione si aspetta qualcosa. Giusto. Questo però rende ancora più tormentoso il compito di chi viaggia e racconta la Sicilia essendoci nato. Perché i siciliani hanno la tendenza a diventare apprensivi, quando devono rendere conto agli estranei di sé e della propria terra. Sanno che devono misurarsi con una quantità di luoghi comuni che vanno dalla mafia allo scirocco, e molto altro ancora.

Come se non bastasse, ci sono pure i luoghi comuni posticci. Per esempio, quelli che vanno sotto l’etichetta di invenzione della tradizione. È comodo per lo straniero credere, e per i siciliani lasciargli credere, una serie di cose. E la natura dà il suo contributo al consolidamento dei luoghi comuni più infondati: il paesaggio siciliano è ovunque contraddistinto da una pianta, il ficodindia. In ogni angolo, in ogni connessione fra roccia e roccia si trova un ficodindia. Non esiste una pianta più caratteristica. Eppure non è endemica, non è neppure di origini mediterranee, visto che l’importarono gli spagnoli dal Centro America. E se la natura si permette queste integrazioni della realtà, perché gli uomini non dovrebbero travisare a loro volta? Ecco allora l’astuzia del fotografo che durante la mattanza mafiosa dei primi anni Ottanta correva da un posto all’altro per documentare i morti ammazzati nelle strade. Per spostarsi più rapidamente si muoveva in vespa, e sul predellino trasportava un vaso con un piccolo ficodindia. Arrivato sul luogo del delitto, disponeva il vaso in modo che almeno una pala della pianta entrasse nell’inquadratura. Sosteneva che i giornali del Nord in quel modo comprassero le foto più volentieri.

Altro equivoco che viene assecondato: il carretto siciliano. Ormai in giro se ne vedono pochissimi, e quelli che si vedono o sono in un museo o vengono adoperati come attrazione turistica: una foto sul carretto, sulla piazza di Monreale, vale cinque euro. Modica cifra per qualcosa che siamo portati a immaginare come genericamente antico. Eppure il carretto siciliano, così colorato e impennacchiato, è un’invenzione che ha poco più di cento anni. Più che antico, al massimo può essere considerato vecchio. E nemmeno significativo, dato che il temperamento dei siciliani prevede pochi colori e ancor meno impennacchiamenti: quelli estroversi sono i napoletani.

Lo stesso discorso vale per il dolce più siciliano che ci sia, la cassata: un’invenzione pure quella. Ecco come nascono le leggende. C’era un pasticcere palermitano, tale Gulì, che alla fine dell’Ottocento decise di specializzarsi. Nel suo laboratorio di corso Vittorio Emanuele si mise a produrre quasi esclusivamente frutta candita. Come molti siciliani di tenace concetto, aveva deciso di contraddire l’opinione più radicata. Allora come oggi, tutto il mondo nutriva nei confronti della frutta candita un sentimento comune: la ripugnanza. Non la voleva nessuno. Se c’era, veniva scartata accuratamente. Non si conosce il motivo per cui Gulì si convinse del contrario, che ci fosse all’orizzonte un boom di richieste per la frutta candita. Sta di fatto che il suo laboratorio si ritrovò in breve tempo intasato di zuccata e mandarini imbalsamati. Col magazzino pieno e sull’orlo della bancarotta, ebbe un’intuizione che gli consentì di riciclare tutto quel ben di dio. Prese spunto da un dolce di origini molto più antiche, la cassata, quella che oggi viene chiamata cassata al forno: un involucro di pasta frolla ricoperto di cannella e zucchero a velo che custodisce il cuore di ricotta e cioccolato. Su questa base lavorò di fantasia, imbarocchendo il tutto con glassa di zucchero, pasta di mandorle e naturalmente montagnole di frutta candita a fare da guarnizione. Libero ognuno, poi, di scartare la decorazione e assaporare il resto. Il risultato venne prontamente denominato cassata siciliana in modo da sbaragliare anche l’ombra della concorrenza da parte dell’umilissima cassata originale, che si trovò da un momento all’altro privata della propria identità.

La fortuna del nuovo dolce e del suo inventore fu quella di trovare subito un formidabile veicolo promozionale. La facoltosa famiglia dei Florio, che a Palermo ospitava regnanti e aristocratici di tutta Europa, fece della nuova cassata il suo dono di rappresentanza. Questi ospiti partivano da Palermo come altrettanti involontari testimonial, convinti che quel coloratissimo coacervo di zuccheri rappresentasse la Sicilia più vera. E ne incarnava, invece, soltanto la facciata.

Tutta questa premessa sui luoghi comuni serve a introdurre il luogo comune per eccellenza. Meglio affrontarlo subito, però, prima che cominci a impestare l’aria: la mafia.

Recensioni

Goffredo Fofi su: L’Unità (14/03/2010)


Il primo amore non si scorda mai? Di innamoramenti se ne vivono tanti, ma alcuni lasciano un segno più forte, durano una vita. Con gli alti e con i bassi, con le delusioni e con i ritorni di fiamma. Due grandi amori, anzi grandissimi, sono stati per me quello per la Sicilia e quello per Napoli, e il primo specialmente. Sono stati, come sono i grandi amori, di dedizione e di furia, esigenti e contrastati. Ad amori forti corrispondono spesso forti delusioni, e le mie sono state dettate da aspettative che non hanno avuto il riscontro sperato. Ti aspetti che una persona migliori grazie alla tua povera dedizione, alla tua amicizia e al tuo fervore, e invece quella se ne va per la sua strada e magari peggiora, fa vistosamente il contrario di quel che sarebbe — pensi tu — il suo bene, e ti costringe a voltarle le spalle, a mandarla a quel paese. Difficilmente, anzi quasi mai, le cose si aggiustano più tardi, perché non tutti riusciamo a prendere esempio dalla parabola del figliol prodigo, e c'è anche chi, come a me è capitato, metaforicamente lo ammazza, il figliol prodigo, per nutrire un vitello già grasso di suo...

La lettura del "viaggio in Sicilia" di Roberto Alajmo (L'arte di annacarsi, Laterza) mi ha risvegliato l'amore per la grande isola conosciuta e vissuta negli anni della prima giovinezza, quando si è più disponibili all'amore. Tanti dei luoghi che egli visita li ho visitati molti anni fa, prima del boom e della motorizzazione, delle grandi migrazioni verso il Nord, della fine del mondo contadino eccetera. Ed erano immagini e incontri meraviglianti, spesso sconvolgenti, di luoghi e di persone, dove la bellezza non riusciva a nascondere la miseria e dalla miseria nascevano le spinte alla lotta. Come doveva poi succedermi a Napoli, il mio atteggiamento era di stupore — di fronte a una diversità di luoghi e persone, di modi di vivere e ragionare. La sorpresa spingeva al rispetto: quel che non capivo non stava a me giudicarlo, per parteciparne dovevo accettarlo, acquisirlo, e solo dopo, da dentro (per quel tanto che mi era possibile entrarvi), cercare alleanza con chi chiedeva giustizia, non con chi denigrava e sfruttava il presente. Gli anni della delusione vennero dopo, nella constatazione del cambiamento divorante e di ipocrisie nuove ed efferate — la mutazione da cui voleva metterci in guardia Pasolini — che erano bensì nazionali, e di tutto e di tutti.

Misto di storia e di presente, di cultura e paesaggio, il viaggio di Alajmo è un susseguirsi di luci e di ombre in grado di risvegliare l'amore per l'isola, ma un amore ora adulto, e simile a quello che si può e deve avere per la penisola tutta, nel suo soggiacere alla stessa lebbra. È l'amore che si deve avere per un malato, un amore che cerchi gli antidoti, la medicina. Più che dei capitoli-luoghi di questa Sicilia dell'annacamento (annacare o dondolarsi vuol dire «il massimo del movimento col minimo dello spostamento») si deve però parlare della "chiave" del viaggio, che sta nell'introduzione in cui Alajmo affronta e smonta molti luoghi comuni, a cominciare da quelli sulla mafia. Condivido la sua ripugnanza per l’“antimafia da parata”, la stessa che provava Sciascia. Perché «lo Stato non rappresenta un'alternativa credibile, là dove Stato e Cosa Nostra si sovrappongono in continuazione», perché la retorica coltivata da preti e politici, giornalisti e giudici serve a costruire piccoli successi e piccoli poteri e non a cambiare le cose, se non si affrontano "i nodi strutturali", perché «prendere atto della realtà è il passo preliminare verso qualsiasi ipotesi di soluzione del problema. Per riuscire efficacemente a spremersi un brufolo, bisogna prima procurarsi uno specchio e avere il coraggio di guardarci dentro», perché se chi agisce e lotta si ritrova poi solo di fronte alla complicità dei più e alle chiacchiere dei predicatori non può alla fine che pensare, dice amaramente Alajmo, «né con questo Stato, né con Cosa Nostra».

Palermo e Napoli, due amori difficili. «In fondo, Sicilia e Campania sono figlie entrambe dello stesso Stato assistenziale, caratterizzato dall'essere allo stesso tempo troppo e troppo poco presente. Lo Stato si comporta col Meridione come quel genitore che per farsi perdonare le proprie assenze compra un sacco di regali al figlio, e si sorprende quando poi scopre che il figlio è cresciuto male, diventando un delinquente. Allora gli dà uno schiaffo, e si sorprende ancora di più quando il figlio glielo restituisce, lo schiaffo. Ecco, Palermo e Napoli sono figlie dello stesso padre. Solo che questo padre ormai ha rinunciato a provarci, col ceffoni. Un trattamento che riserva solo ai figli degli altri», cioè agli immigrati.

Massimo Maugeri su: Il Mattino (31/05/2010)

La prima domanda che il lettore (non siciliano) deve necessaria­mente porsi nell’affrontare la lettura del nuovo lavoro letterario di Roberto Alajmo, è la seguente: cosa significa annacarsi? La definizione di questo strano verbo è riportata nella quarta di copertina del libro che si intitola, appunto, L’arte di annacarsi. Un viaggio in Sicilia (Laterza, pagg. 274, euro 16): uno dei migliori testi prodotti fino a questo momento dall’autore palermitano. «Annacare / annacarsi: affrettarsi e tergiversare, allo stesso tempo. Un verbo intraducibile che significa una cosa e il suo contrario. Il massimo del movimento col minimo di spostamento». Ti vuoi annacare, che si è fatto tardi? Siamo in ritardo, la vuoi smettere di annacarti? Giusto per rendere l’idea.

Il titolo è azzeccato, giacché la Sicilia è tutto e il contrario di tutto. Un esempio calzante dell’arte di annacarsi – lo evidenzia lo stesso Alajmo – è fornito nell’ambito delle feste religiose, dove Madonne, santi e canderole vengono portati in processione con un andamento danzante, ondeggiante, non necessariamente (e comunque non solo) in avanti, ma spesso di lato e senza disdegnare piccole retromarce. Forse si potrebbe dire che l’arte di annacarsi è una sorta di sintesi tra una appariscente tarantella e il ballo della mattonella. Insomma, ciò che conta è produrre, appunto, il massimo del movimento, con il minimo di spostamento.

L’arte di annacarsi, dunque. Un titolo, dicevamo, che sintetizza le innumerevoli incoerenze e gli immobili mutamenti di una terra multiforme: Marsala, Palermo, Ustica, Porto Palo, Favignana, Agri­gento, Siracusa, Tindari, Catania, Gela, Taormina, Messina (sono solo alcune delle tappe di Alajmo). Un viaggio che si tramuta in racconto ironico e sferzante, che si espande in ragionamenti volti a evidenziare paradossi, contraddizioni e situazioni ai limiti dell’inverosimile, ma che – in fin dei conti – ha sullo sfondo l’amore per questa terra: «Un amore che si prova per una canaglia. Tu sai che è una canaglia, ma non puoi farci niente».

Articoli e news

giovedì 13 maggio 2010

Ricerca

Ricerca avanzata

Catalogo

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su