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L'Italia, gli Stati Uniti e il piano Marshall

L'Italia, gli Stati Uniti e il piano Marshall
1947-1951
pref. di E. Di Nolfo
Edizione: 2008
Collana: Percorsi [114]
ISBN: 9788842087335
Argomenti: Storia contemporanea, Storia d'Italia

In breve

I paesi che accettarono il piano Marshall si composero in un blocco ispirato a un comune obiettivo, consentendo all'amministrazione americana di vantare il più grande successo della sua azione internazionale nel dopoguerra. Il piano è rimasto nel pensiero politico come sinonimo di 'intervento risolutivo e benefico per i momenti di crisi drammatica'. In senso diverso, è stato accusato di essere l'espressione più aggressiva del capitalismo americano. Lo studio di Mauro Campus ricompone in modo assai efficace il quadro d'assieme, esplicitando una valutazione molto netta del rapporto creatosi in quegli anni fra gli Stati Uniti e l'Italia. Un partner non centrale ma 'strategicamente irrinunciabile'; e anche un partner del quale sfuggivano le complesse antinomie. Campus offre un esempio notevole dell'utilità di integrare lo studio della storia politica internazionale con quello dell'economia, dei commerci e della finanza internazionali.

Dalla Prefazione di Ennio Di Nolfo

Indice

Prefazione di Ennio Di Nolfo

Introduzione

1. La ricomposizione del mercato dopo la seconda guerra mondiale - 2. Il valore della stabilità - 3. Un’egemonia condivisa

Sigle e abbreviazioni

1. Gli Stati Uniti e l’interdipendenza possibile

1. La cooperazione transatlantica e il nuovo ordine europeo - 1.1. Sovrani ma interdipendenti - 1.2. Un’egemonia globale a geometria variabile - 2. Il modello italiano di sviluppo: la difficile via dell’equilibrio - 2.1. Miti e archetipi nell’avvio della ricostruzione - 2.2. Primi accrediti del mondo finanziario - 3. Il valore della moneta e la difesa del risparmio - 3.1. La collocazione internazionale - 4. La DC e il PCI: due programmi economici dal 1943 al 1947 - 4.1. La DC e il modello occidentale - 4.2. Il «nuovo corso» del PCI - 5. Intervento americano e primi esperimenti di coordinamento economico - 5.1. Continuità e resistenze al cambiamento nelle strutture organizzative istituzionali

2. L’Italia nel piano Marshall

1. L’intervento programmatico dello Stato nell’economia e il «quarto partito» - 2. L’integrazione dell’Italia nel sistema democratico nordatlantico - 2.1. La fine della collaborazione con le sinistre e il viaggio di De Gasperi negli Stati Uniti - 3. Piano Marshall e sicurezza internazionale - 3.1. «Fair Deal» o «Grand Design»? - 4. Il meccanismo di distribuzione dei fondi e il controllo americano - 4.1. L’organizzazione americana - 4.2. L’organizzazione europea - 4.3. L’organizzazione italiana - 5. L’adeguatezza degli strumenti e delle istituzioni - 5.1. I compiti e i limiti - 5.2. Dimensioni e caratteri della prima programmazione - 5.3. «Apriti sesamo» e il «buon governo della lira»

3. La sfida della produttività

1. Il ruolo delle mediazioni nell’attuazione del nuovo modello di crescita - 1.1. Attori, comprimari, camei - 1.2. Autonomia e obblighi nell’uso dei fondi di contropartita - 2. Il primo anno di ERP: molto rumore per nulla - 2.1. Il «Country Study»: fu vera crisi? - 3. La sinistra democristiana e la linea Pella - 4. Il completamento della strategia centrista fra vincolo atlantico e sovranità nazionale - 5. L’avvio del «terzo tempo» - 5.1. La svalutazione della sterlina - 6. Programmazione e «terzo tempo»: un nesso non casuale

Epilogo. Ricomposizione e globalizzazione

1. Stabilizzazione e nuova forma del dominio

Note

Bibliografia ragionata

Indice dei nomi

Recensioni

Valerio Castronovo su: Il Sole - 24 ore (28/12/2008)

Si ritiene comunemente che l'Italia fosse del tutto allineata agli Stati Uniti dopo la sconfitta elettorale, il 18 aprile 1948, del Fronte popolare. In realtà, non solo fu altrettanto laboriosa quanto controversa l'adesione del nostro Paese nel maggio 1949 al Patto Atlantico, per via delle obiezioni espresse a questo passo da vari settori della Dc e dei partiti laici. Ugualmente accidentata fu la convergenza dei governi centristi nei riguardi delle linee direttrici del Piano Marshall. E ciò, in questo caso, non già per le remore della sinistra democristiana, bensì per le riserve del gruppo dirigente degasperiano e dei liberali in merito alla priorità degli obiettivi economici da perseguire fin da subito.Per gli amministratori dell'European Recovery Program, era indispensabile utilizzare immediatamente gli aiuti americani per accrescere gli investimenti e riassorbire la disoccupazione, in quanto considerati essenziali per la coesione sociale e la stabilizzazione politica del nostro Paese nell'ambito delle democrazie occidentali. Per il ministro del Tesoro Giuseppe Pella e il Governatore della Banca d'Italia Donato Menichella, che pur condividevano le finalità del Piano Marshall per un contenimento del comunismo mediante i benefici di una politica economica espansiva, era invece indispensabile prima di tutto perseguire la politica monetaria antinflazionistica e di risanamento del bilancio pubblico inaugurata nell'autunno del 1947 da Luigi Einaudi. Altrimenti, senza il ripristino degli equilibri economici non sarebbe stato possibile porre le premesse di una crescita effettiva e duratura del reddito e dell'occupazione.Fatto sta che questa divergenza di opinioni fra i dirigenti dell'Erp e i responsabili della politica economica italiana toccò il culmine nel febbraio 1949 quando venne presentato il Country Study dell'Erp sull'Italia al Congresso americano. Il suo estensore Paul Hoffmann non lesinava infatti dure critiche sul modo con cui venivano gestiti i fondi dell'Erp, in quanto il Governo di Roma ne aveva impiegato una quota per rafforzare le riserve valutarie e sterilizzato un'altra, invece di utilizzarli in tutto e per tutto per dar ossigeno agli investimenti privati e accrescere gli stanziamenti in opere pubbliche, in modo da aumentare i posti di lavoro e la domanda e avviare il riscatto delle aree depresse. Pella replicò che quella indicata da Hoffmann era una «strategia da tavolino»; a sua volta Einaudi, dalle stanze del Quirinale, tenne a mettere in guardia l'opinione pubblica che, se si voleva assicurare alla ricostruzione post-bellica basi salde e non effimere, occorreva innanzitutto contenere l'inflazione e risanare i conti pubblici: diversamente, «il soccorso americano» - egli osservava - sarebbe «passato come acqua fresca sull'economia italiana, lasciando solo un risultato di temporanea elemosina addormentatrice».Su questo dissenso fra il Governo italiano e i rappresentanti (anche se non tutti) dell'Amministrazione americana, è tornato ora a far luce Mauro Campus sulla base di nuovi elementi di conoscenza e di giudizio. E la sua messa a punto, sorretta da una vasta ricerca documentaria, è senz'altro tale da sciogliere alcuni nodi ancora aperti su questa complessa vicenda che parve allora ad alcuni osservatori dovesse aprire un solco profondo fra Roma e Washington.In sostanza non si trattò di una vera e propria crisi, bensì di una differenza di orientamenti sui tempi e gli strumenti per rendere più efficaci gli aiuti del Piano Marshall che intendeva garantire tanto lo sviluppo che la stabilità. Di fatto, ciò che indusse gli amministratori dell'Erp a giudicare la politica economica italiana inadeguata, fu la loro concezione produttivista, risultante dall'esperienza pratica del «New Deal», più che da un'autentica impostazione keynesiana, che era differente, in quella particolare fase, dall'indirizzo prevalente nella dirigenza economica italiana, portata ad agire con prudenza anche a costo di scontare sul momento determinati effetti recessivi.Peraltro, il Governo centrista non era refrattario in linea di principio a recepire le richieste dei dirigenti dell'Erp: tant'è che nella seconda metà del 1948 aveva messo in conto di farlo, in quanto aveva cominciato a intravedere l'uscita del tunnel della ricostruzione in seguito ai risultati della politica deflativa e di risanamento, attuata nel frattempo, che aveva ricevuto l'apprezzamento del Fondo monetario internazionale. Perciò un mutamento di rotta, come auspicato dalle autorità americane, che incoraggiasse gli investimenti e incrementasse la produzione, era già nell'agenda del Governo centrista. E se poi venne attuato concretamente dall'autunno del 1949, ciò avvenne quando, dopo la svalutazione della sterlina, si giunse a una stabilizzazione delle relazioni monetarie fra i Paesi occidentali e si vennero perciò a creare le condizioni di base per la crescita economica e l'espansione degli scambi commerciali.Il Governo italiano, che era riuscito a mantenere quotazioni costanti nei confronti del dollaro e delle altre divise europee, potè così cambiare la direzione di marcia a cui s'era fino ad allora attenuto. E ciò indipendentemente dalle sollecitazioni più volte espresse nei mesi precedenti a questo riguardo dalla sinistra democristiana al presidente del Consiglio De Gasperi: anche se esse finirono per assumere poi una forte valenza politica in quanto contribuirono a dar luogo a un centrismo riformista.

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