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La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco

La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco
La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco
Edizione: 20094
Collana: Contromano
ISBN: 9788842087212
Argomenti: Narrazioni contemporanee, Viaggi, turismo e sport
  • Pagine 194
  • 10,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

«Quando incontro qualcuno che scuote la testa e dice che Bologna non è più quella frizzante e anticonformista di una volta, vorrei domandargli piccato: “Perché, te sì? Hai ancora il sorriso e il cuore leggero di quando avevi vent’anni?”»

«Se voglio raccontare cos’è Bologna per noi che ci siamo cresciuti, devo tornare all’ombra protettiva del lungo portico ai piedi dei colli che ho conosciuto da bambino, quando anche Vasco e Bologna erano più giovani. Allora i nomi e i cognomi fioriranno sulla carta nell’esatto ordine di apparizione che hanno avuto in questa storia.»

Enrico Brizzi racconta Bologna, i suoi principi, i suoi re, i suoi anni. Quelli del disimpegno di massa, del rock, del calcio, quelli rabbiosi di Vita spericolata, sospesa fra Baudelaire, Boccaccio e il bar all’angolo. E poi gli anni della scrittura, quell’epoca inattesa in cui poteva capitare di tutto, mentre un’irripetibile Bologna cresceva e si consumava. Gaudente e un po’ matrona.

Enrico Brizzi in videoforum su Repubblica on line

Ascolta l'intervista a Enrico Brizzi in Fahrenheit

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Era cominciata senza preavviso un’epoca in cui poteva capitare di tutto.

Anche di essere un romanziere ventiduenne e senza patente, seduto con la sua ragazza sui sedili posteriori di un’auto guidata da Red Ronnie, e partire in accelerazione nucleare verso un ristorante bolognese da ore piccole.

In quella specie di sogno a occhi ben aperti, siamo di ritorno dal concerto al Palamalaguti, e ho appena conosciuto Vasco nel backstage.

Quando arriviamo, gli altri sono lì da un po’: Vasco mangia tagliatelle al tartufo, dice: «Oh yeah!» e ci invita a prendere posto vicino a lui. «Cosa fai, scrivi un altro libro adesso?» domanda.

Impensabile in altre epoche: stasera invece, nella enorme mescolanza di cultura alta e bassa finalmente consentita dallo spirito dei tempi, la massima rockstar della nazione si rivolge con gentilezza e interesse sincero al giovane romanziere universitario senza patente.

«Ma dimmi, Brizzi. Stai scrivendo un nuovo romanzo?»E in piena estasi postmoderna gli rispondo: «Beh, sì, è un po’ diverso dal precedente... Un po’ cattivo, forse... Forse è la parte cattiva di una storia simile...».

«Be’, giusto» approva Vasco. «È come nelle canzoni, che uno sdoppia uno stesso personaggio da una canzone all’altra... D’altronde sei molto intelligente... Secondo me sei un genio».«Dai Vasco, basta» sussurro goffo, «sennò quando arrivo a casa mi tocco e san Luigi piange...».

«Ah! Ti dico quello che penso, non è mica un complimento. È come se dici a una bella figa che è una bella figa...» dice, e guarda la mia ragazza. «Io qua registro tutto, eh?» mormoro incredulo, e mostro il registratore a cassette in funzione.

«Registra, registra, che ogni cosa è scritta, è scritto tutto, sai Red Ronnie» e si rivolge all’Ansaloni seduto poco più in là. «È scritto anche di quando eri candidato nel Psi...». Ridiamo, anche se in fondo ci ha portato lui in macchina e forse non dovremmo. Ansaloni-Ronnie allora dice: «Vasco, guarda che è scritto anche quando volevi la televisione grande, ed è scritto anche perché la volevi grande... che poi è nata la canzone Delusa, eh, ti ricordi?».

Una nuova risata scioglie la tensione; l’allusione alla presunta sbandata del rocker per Ambra e le ragazzine di Non è la Rai è più che evidente.

«Va là, stai zitto, che c’è qui mia moglie, l’artefice della mia redenzione... Della regolarizzazione... Della regolamentazione della mia vita spericolata... La colonna della mia vita...Della mia famiglia».

La moglie di Vasco ammicca come una che la sa lunga, e all’improvviso ricordo che se mi trovo lì con la mia ragazza è perché devo realizzare un’intervista per «l’Unità», edizione dell’Emilia Romagna. Già. Sono stati loro ad affidarmi la missione, e anziché sbirciare Massimo Riva che fa il buffone coi tovaglioli dall’altra parte della tavolata, dovrei porre delle domande. Così ci provo.

«Senti Vasco, su un numero di ‘King’ di qualche tempo fa ho letto un’intervista a Umberto Marzotto, tuo storico compagno di vita spericolata... Parlami un po’ di quegli anni».

«Ah...» dice Vasco come se l’avessi colpito con un manganello. «Quel periodo... Quel periodo...» ripete, ed è come se dovesse farmi abbracciare un concetto troppo complicato. «Vivevo proprio... Stavo sveglio due o tre giorni... Tiravo... Facevo tre o quattro concerti di fila, poi dormivo quattro giorni... E Marzotto è arrivato in un momento così... Vivevo in un capannone che avevo messo a posto per abitarci, c’erano gli uffici...».

Lo so bene. Per il capannone di Casalecchio, l’uomo aveva abbandonato via delle Bombe. Eppure non dico niente. «Ospitavo gente che arrivava, e facevamo una vita disordinata... Stavamo fuori tutte le sere, andavamo nei posti, così... A me piaceva più che altro perché andava in moto, faceva motocross...».

«Ma chi, Marzotto?» «Sei tu che me l’hai chiesto, Brizzi» dice lui guardandomi interrogativo, e anche se subito sorride mi riprometto di non interrompere il suo flusso di coscienza. «Ce n’è stata anche altra di gente che è vissuta con me nel capannone. Per dei periodi ospitavo la gente che mi piaceva di più... Andavamo alla Capannina... Io facevo i concerti... E la gente intorno viveva proprio in modo bohémien... La gente come Umberto erano un po’ le pecore nere... Un gruppo di gente che si conosceva e viveva la notte... Adriano Bonacina... Gente che viveva a Milano... Stavamo insieme per sconvolgerci la vita... Mica per morire, sai... Volevamo proprio prendere tutto...».

«E adesso» domando appena mi sento a mio agio, «non ti sembra che la società sia sempre più omologata, che ci sia meno questa voglia di cui parli?».

«Mah, la gente che vive così è sempre stata poca e ce n’è anche adesso... In provincia, per esempio, la gente lavora cinque giorni alla settimana e poi il weekend si ubriaca fino a suicidarsi... Io non volevo il weekend... Perché deve essere domenica solo una volta alla settimana?» domanda rauco mentre mi versa da bere. «Io volevo la domenica tutti i giorni». Poi scuote la testa e dice: «Più che altro mi divertivo molto... Però non lo auguro, non lo auspico a nessuno...». Dice così, e all’improvviso sembra turbato da un brutto ricordo. Poi scuote la testa e dice: «La consapevolezza si può raggiungere anche prima. Senza bisogno di passare per forza da quel tipo di esperienze lì».

Riconosco il genere di verità rassicuranti che si dichiarano a un intervistatore, così decido di spegnere il Sony a cassette per parlare con più libertà.

«Tanto ormai l’intervista ce l’ho» dico a quegli occhi azzurri che anche stasera si sono riempiti di folla, e lui sembra approvare.

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