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Amori bicolori

Amori bicolori
Amori bicolori
Racconti
a cura di F. Capitani e E. Coen
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2008
Collana: Contromano
ISBN: 9788842085782
Argomenti: Narrazioni contemporanee

In breve

L’amore non conosce ostacoli, non ha età, non ha ragione, non ha colore. Non sempre. Quattro storie delicate e pungenti di passione, integrazione, differenza.

La somala Fatou difende il suo amore per un italiano dalle invidiose interferenze del mondo esterno. Feiyun e Debora si innamorano davanti a un piatto di involtini primavera e affrontano l’impervia organizzazione di un matrimonio italo-cinese. La nascita della figlia stravolge la vita di una giovane coppia, che per la prima volta si sente davvero «mista». Un musulmano si incontra e si scontra con il mondo provinciale e piccolo borghese della sua compagna cattolica.

Dopo il successo di Pecore nere, i racconti di quattro scrittori immigrati, nati o cresciuti in Italia, fotografano con ironia e intensità il nostro Paese che cambia.

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In principio fu Indovina chi viene a cena (1967) di Stanley Kramer, classico dei classici con Sidney Poitier, Spencer Tracy e Katharine Hepburn, manifesto soft dell’antirazzismo alla vigilia dell’assassinio di Martin Luther King a Memphis. Una ragazza bianca di famiglia liberal incontra un afroamericano, decide di sposarlo e lo fa conoscere ai suoi genitori. Certo, l’America è lontana e sono trascorsi quarant’anni, ma in Italia il multiculturalismo è di stretta attualità. Dopo Pecore nere, pubblicato in questa stessa collana nel 2005 e incentrato sul tema dell’identità, ecco allora Amori bicolori. Le coppie miste, un altro capitolo del paese che cambia.

Stavolta abbiamo chiesto a Ingy Mubiayi e Igiaba Scego, due delle quattro autrici di Pecore nere, e a due scrittori – Muin Masri e Zhu Qifeng – nati o cresciuti nel nostro paese, di raccontare storie di donne e di uomini che incrociano le loro strade e diventano una coppia. Coppia mista. Lui italiano, lei straniera. Lui straniero, lei italiana. Oppure nuovi italiani, figli a loro volta di genitori di nazionalità diverse. Nella relazione a due le identità si moltiplicano, si mescolano, si frammentano, a volte si contrappongono. Diventano un caleidoscopio ricco e complesso. A volte drammatico, oppure comico. Emozione, sensualità, intimità, gelosia, rancore, passione. Il gioco dei sentimenti disegna relazioni imprevedibili, asimmetriche, sfumate.Identità, matrimonio, nascita, estraneità, i titoli dei quattro racconti, rappresentano un percorso solo eventuale, una possibilità su mille. I fattori culturali scompaginano gli schemi, costringono i protagonisti a continui adattamenti, come in una partita a scacchi dalle combinazioni infinite. La tradizione e la religione – l’Islam e i suoi fantasmi – contano soprattutto se le famiglie si mettono in mezzo, ma non sono determinanti se c’è il rispetto reciproco. Basterebbe ricordare gli operai calabresi e pugliesi a Milano e Torino negli anni Sessanta. Ma quella forse è un’altra storia.

Negli ultimi dieci anni i matrimoni tra stranieri e italiani si sono triplicati, le unioni miste in Italia sono cresciute più velocemente che in qualsiasi altro paese d’Europa. Da esperimento si è trasformato in fenomeno sociale. Lo dicono le statistiche dell’ultimo dossier Caritas/Migrantes: dieci anni fa erano il 3 per cento, oggi il 12,5 per cento del totale dei matrimoni ha un coniuge italiano e uno straniero. Sono oltre 200.000 le coppie miste sposate, 600.000 se si contano anche quelle di fatto. Negli ultimi quattro anni il numero dei bambini nati da unioni di questo tipo è aumentato del 22 per cento. A differenza di altri paesi, nella stragrande maggioranza dei casi è italiano lo sposo e non la sposa. E le mogli sono soprattutto filippine, romene, peruviane e albanesi, mentre le donne italiane si sposano in prevalenza con uomini africani: senegalesi, tunisini e marocchini. Per far sentire i figli meno stranieri, molti immigrati preferiscono dar loro un nome italiano perché pensano che li aiuterà a integrarsi fin da piccoli. Ma i numeri dicono pure che una coppia mista, in media, dura meno delle altre. Al di là delle cifre, gli autori della nuova letteratura italiana raccontano la trasformazione della società. In Amori bicolori colgono le sfumature e i dettagli, rileggendoli in modo ironico, profondo, originale.

Recensioni

Emilio Marrese su: Il Venerdì di Repubblica (07/03/2008)


Roma. Sposi senza frontiere. Le coppie miste in Italia sono oltre 200 mila. Quattro volte quelle di vent'anni fa. Senza contare le unioni di fatto, con le quali si arriva intorno alle 600 mila. Un matrimonio su sette, oggi, unisce culture diverse. È il futuro. Ma ciò non toglie che, al di là dei pregiudizi, le difficoltà di queste famiglie siano doppie: un matrimonio interrazziale su tre fallisce, con una percentuale di divorzi due volte superiore alla media.

Quattro scrittori immigrati in Italia hanno attinto alle proprie esperienze per creare i quattro racconti pubblicati da Laterza in Amori bicolori. Quattro fasi (ipotetiche) della parabola amorosa: identità, matrimonio, nascita, estraneità. «Un percorso solo eventuale, una possibilità su mille» spiegano i curatori della raccolta, Flavia Capitani ed Emanuele Coen: «I fattori culturali scompaginano gli schemi, costringono i protagonisti a continui adattamenti. La tradizione e la religione - l'Islam e i suoi fantasmi - contano soprattutto se le famiglie si mettono di mezzo, ma non sono determinanti se c'è il rispetto. Basterebbe poi ricordare gli operai del sud a Milano o Torino negli anni 60. Ma quella forse è un'altra storia». Forse.

I quattro autori sono Iciaba Scego, romana di origini somale laureata in letteratura spagnola, l'ingegnere cinese Zhu Qifeng, il palestinese Muin Masri e Ingy Mubiayi, nata al Cairo da madre egiziana e padre somalo, laureata in Storia. Ingy sta a Roma da quando aveva 4 anni, cioè dal '77, e vive con Marco, avvocato. Hanno una bambina di dieci mesi, Eva, e una piccola libreria nel quartiere Primavalle. Non sono sposati, «ma solo per pigrizia». Bene che vada, scrive Ingy, in un'unione del genere il minimo da pagare è l'imbarazzo circostante: «Le differenze ci sono e non basta l'istruzione o il denaro a colmarle». E argomenta: «Mi sono sempre chiesta cosa vedono gli altri: di solito si pensa che l'extracomunitario si sposi solo perché ha bisogno di un documento e l'italiano solo per soddisfare chissà quali desideri inconfessabili. Non sono mai, agli occhi degli altri, un uomo e una donna che si sono incontrati e amati. Certo, ogni volta che ho iniziato una relazione sentimentale, se non era il primo pensiero anche a me veniva come secondo o terzo: non è che questo ha solo voglia di esotico?». Il peso dell'uguaglianza, aggiunge, non siamo ancora allenati a sostenerlo: «Spesso si ostenta, anche all'interno della coppia, un atteggiamento eccessivamente disinvolto. Si fa finta che non ci siano differenze: toh, sei nera? ma dai, non ci avevo fatto caso. E anche questo è un comportamento che cela un senso di colpa, qualcosa di irrisolto anche tra i più colti e aperti. Il razzismo viscerale e becero da strada è peggiore, ma anche questa falsa indifferenza è una forma di razzismo: più cervellotica e intellettualoide. ll risultato è che tutto sembra così falso, insincero, problematico».

L'Italia è un Paese razzista? «Non più di altri» dice Ingy. «Negli anni 80 si stava meglio, c'era un razzismo più da operetta, superficiale. Ora lo "sporco negro" te lo danno con cognizione di causa, non solo perché l'hanno sentito in un film: c'è una riflessione dietro». Quindi, scrivere un racconto su un'unione felice, può servire: «A far capire che non è tutto rose e fiori, ma anche il contrario. Non è chiaro a molti che non si emigra a cuor leggero, tanto per venire a farsi trattare un po' male. Un racconto di venti pagine non cambia nulla, ma un libro serve sempre per andare oltre la propria vita».

Muin Masri è arrivato da Nablus, Palestina, a 22 anni nell'85 («Ma solo perché l'Italia è stato l'unico Paese a concedermi il visto: io sognavo l'America...»), lavora nell'informatica e sta prendendo la seconda laurea in Scienze politiche: «Il mio ideale sarebbe fare il casalingo». Dal primo matrimonio con una veneta ha avuto due figli, Filippo e Bianca di 12 e 10 anni, coi quali vive ora insieme alla nuova compagna, un'altra veneta: «Se non li avessero affidati a me dopo il divorzio mi sarei ammazzato, sarebbe stato come togliermi l'aria. I figli sono l'unico modo che uno straniero ha per piantare una radice nella società. Ci siamo sposati giovanissimi e siamo rimasti in ottimi rapporti: lei ha le chiavi di casa ed entra quando vuole». Il suo racconto, molto leggero e ironico, parla proprio di una separazione al termine di un comico e insanabile scontro di culture, un Indovina chi viene a cena dei giorni nostri: «Anche io penserò del fidanzato di mia figlia "Oddio me la ruba". Figuriamoci se sarà uno straniero. Un matrimonio misto non è più difficile, ma non è semplice. Si cerca di assomigliarsi per capirsi meglio, ma poi si capisce che non era quello l'obiettivo da perseguire».

Muin approdò dalla guerra direttamente in un paesino del Canavese di mille anime, dove era l'unico forestiero, e ora vive a Ivrea. «Mi sento sempre uno straniero, ma non lo faccio pesare. I primi tempi ho sofferto molto. Ora ho raggiunto la pace dei sensi. Non è una condizione che mi dispiace, per certi versi è pure conveniente: hai una visione multipla, comprendi meglio le cose. Spero che anche i miei figli un giorno vivano all'estero: la vita è breve, bisogna muoversi».

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