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Vita di Isaia Carter, avatar

Vita di Isaia Carter, avatar
Vita di Isaia Carter, avatar
Edizione: 2008
Collana: Contromano
ISBN: 9788842085263
Argomenti: Narrazioni contemporanee

In breve

«Mi chiamo Isaia Carter e la prima voce che sento mi chiede se sono venuto qui per salvare il mondo. Mi giro per cercare chi ha parlato. Sono le cinque e un quarto di mattina e sono appena sbarcato.»

«Per alcuni mesi abbiamo condiviso il corpo di Isaia Carter diventando residenti di Second Life, un mondo virtuale frequentato da milioni di persone. Abbiamo esplorato questo spazio potenzialmente infinito, scandagliandone lo spirito, visitando i luoghi e incontrando persone che, come noi, si trovavano lì. Mentre Isaia cresceva e la sua coscienza si sviluppava, ci siamo resi conto che era proprio questa esperienza non-umana che meritava di essere raccontata. Ma per riportare questa finzione con la massima fedeltà, abbiamo scoperto che il modo migliore era usare un filtro di finzione narrativa. E così il risultato è quello di un romanzo basato su fatti reali.»

Leggi un brano


Devo costruirmi una vita. Devo trovare un lavoro, guadagnare dei soldi, mettere su casa. Fare quello che fanno gli altri. Sento i loro stessi desideri: la voglia di avere molti amici da invitare in giardino, la curiosità di esplorare luoghi nuovi. E un impulso a conoscere più persone possibili, fare il maggior numero di esperienze possibile. Ma cosa stiamo cercando tutti? Perché vogliamo stare qui?

Per ora sono solo, e a New York è tutto buio. Forse mi trovo nei sotterranei di una metropolitana. Cammino nell’oscurità, sbattendo spesso contro il muro senza distinguere un percorso. Salgo delle scale che mi portano in un nuovo corridoio, sempre scuro, e poi in un altro, deserto nella penombra. Non c’è nessuno a cui chiedere aiuto. Salgo altre scale e arrivo in un ennesimo corridoio di cui non vedo la fine. Mi fermo. Tornare indietro sarebbe inutile. Proseguire anche. Per la prima volta ho paura ma questa paura mi piace. Sto fermo e guardo le pareti del corridoio che mi appaiono troppo vicine. All’improvviso una ragazza mi saluta.

Passa qualche secondo, poi le rispondo e le dico che è il mio primo giorno qui. Non è vero, ma questa leggera angoscia che sto provando mi fa mentire. Lei è qui da un mese e gesticola mentre parla. Le chiedo come fa. Io non posso abbracciare nessuno, né stringere una mano, né correre. Siamo soli, in un corridoio in cui non arriva che una fioca luce di neon che non ha la forza neanche di creare ombre. Non passa nessuno. La ragazza non mi risponde non dice più niente e io inizio a pensare di averle chiesto qualcosa di sbagliato. Aspetto ancora qualche secondo poi vado via. Mi rendo conto che devo ancora imparare molto.

Solo adesso, camminando, capisco dove mi trovo, perché arrivo all’ingresso della metro. Esco, i tombini mi dicono che sono in una strada. In cielo c’è una grande pallida luna piena. Passo accanto a una donna che deve essere una prostituta, è appoggiata a un bidone della spazzatura. Cammino fino ad arrivare all’incrocio tra Broadway e la 45esima strada. Finalmente passa un taxi giallo. È lungo e scivola sulla strada, non fa attrito. Ma io ormai ho deciso di tornare a Parioli. Quando c’è la festa? Dove conoscerò qualcuno in grado di aiutarmi?

Anche a Parioli è notte e non riesco a capire perché, visto che poco fa sorgeva il sole. Una ragazza dice di essersi persa. Uno le propone di ballare un tango.

Accanto a un chiosco mi accorgo per caso di alcuni gesti che posso fare con semplicità. Posso ridere inarcando leggermente la schiena. Posso fare un gesto di noia. Posso battere le mani, posso portare le dita alle labbra come se dovessi fumare, posso annuire in modo teatrale, mostrare i muscoli, e dire: «Hey!» per fermare qualcuno. Posso scuotere la testa in segno di dissenso. Posso mostrarmi avvilito o minaccioso. E posso fischiare. E allora fischio, fischio, fischio a lungo, fischio ripetutamente come un animale che muore, come se stessi richiamando tutto il mondo ai miei piedi. Le cose, posso indicare le cose con un dito.

Vado nell’antica Roma, perché andare da un posto all’altro mi fa sentire leggero, libero. Ruderi e pavimenti di pietra viva e statue bianche e fontane e fiaccole sparse tutte accese. La gente sta discutendo in latino. Vorrei avvicinarmi e sapere chi sono. Entro in un grande tempio fatto di diverse cupole a cui si accede attraverso dei gradini intagliati.

Prima di notte ho guadagnato il mio primo linden dollar dissodando un terreno per piantare rose. Un lavoro che dura dieci minuti e che mi fa guadagnare senza sforzo. Ottimo.

Recensioni

Luca Mastrantonio su: il Riformista (06/02/2008)

L’avatar dei due autori si muove con la leggerezza e la disponibilità all’esperienza del protagonista del celebre libro di Italo Calvino. Vive davvero i suoi sentimenti e si pone domande esistenziali, in stile Blade Runner, anche se al contrario. Anche lui è un non-umano.

Isaia Carter è un avatar, cioè un ologramma che ha vita propria su Second Life, che fa le veci, organi sessuali compresi, di un essere umano della Prima vita. Ma non è un avatar come gli altri. I suoi “creatori” sono due scrittori: Francesco Longo, critico letterario che sul Riformista ha redatto un giornale di bordo su Second Life, e Cristiano De Majo, incursore narrativo che, dopo essere stato pescato da Best off 2005, ha appena co-firmato, con Fabio Viola, un Indi che si presenta molto interessante: Italia 2. Viaggio nel paese che abbiamo inventato. Ovvero, da Milano 2 alla villetta di Cogne, la “mini Italia” che abbiamo “edificato” tra Berlusconi e Bruno Vespa. Due ri-creatori di realtà e viaggiatori nell’irrealtà.L’avatar di Longo e De Majo si muove con quella leggerezza - accentuata dalla possibilità di volare, che è propria degli avatar - e disponibilità esperienziale al post-umano, che ricorda il Marcovaldo di Calvino. Cittadino alla ricerca dalla natura e della sua genuinità in una città spaesante. Se in Marcovaldo si raccoglievano i funghi tra le aiuole, qui si assaporano le psichedelíe della rete. E tutto è sempre acceso, anche quando spegni il computer, come il neon. Mentre la scritta pubblicitaria «Cognac» si accendeva solo a notte, rendendola intermittente, e si mescolava alla Luna, diventando Luna e …gnac.Il libro inizia “biblicamente”, ha un’impostazione creazionista e una missione importante: salvare il mondo, posto che esista. Seguiamo le evoluzioni di Isaia, il suo viaggio, tra resort con palmizi, Parioli virtuali, metropolitane volanti, isole, in un tempo senza stagioni. O, meglio, una sola grande stagione senza tempo, senza vento.Isaia è attraversato da dubbi ultra-amletici che ricordano l’androide morente di Blade Runner, perché entrambi sono non-umani, seppure interagiscono con essi. Il suo problema è, invero, esattamente l’opposto: non si chiede dove andranno, perdute magari, tutte le cose che ha visto, le cose, ormai troppo famose, che noi umani... eccetera. Ma si chiede dove andrà lui, che tutte queste cose ha vissuto. O crede, di aver vissuto. Si può morire senza avere mai vissuto? Ma se si è mai esistiti, chi si sta facendo questa domanda?I due autori hanno avuto un’intuizione, rischiosa, ma felice. “Schermare” il libro su Second Life, sempre a rischio “reportage”, con uno schema romanzesco. La forma narrativa, attraverso un personaggio che ci racconta la sua percezione del sé, del suo ambiente, attraverso una voce monologante, in prima persona, e un’abbondanza di dialoghi.La letteratura come menzogna dichiarata aiuta a capire le menzogne nascoste della realtà e della sua rappresentazione. Mai tanto ostentate, e dunque più difficili da decifrare, come in Second Life.Il romanzo, nella sua tradizione di verosimiglianza, re-inventa sulla base di fatti reali: sulla realtà fa camminare la finzione. Ma se tutto è capovolto, se i fatti reali, la concreta esperienza che si fa su Second Life, poggiano su invenzioni, cioè astrazioni, il romanzo cioè il racconto dotato di senso di quella esperienza risulterà più vero, come strumento cognitivo, di qualsiasi reportage descrittivo.

Mario Gerosa su: Played in Italy (03/02/2008)

Se ricordo bene, una delle categorie delle Lezioni americane di Calvino è la leggerezza. E la capacita di muoversi con levità, senza dar fastidio a nessuno, senza farsi notare troppo, senza apparire ingombrante, è la caratteristica più evidente, la più grande qualità di Isaia Carter, l’avatar del romanzo eponimo di Cristiano De Majo e Francesco Longo (Vita di Isaia Carter, avatar, Laterza, 2008).In Second Life si nasce adulti. E Isaia Carter è adulto, come tutti gli altri residenti, ma si muove con dolcezza, con la leggerezza del fanciullino di Pascoli. È molto educato, non dice mai una parola di troppo, non alza mai la voce in un mondo, Second Life, spesso sopra le righe, dove si usa parlare di sé col megafono della vanità. Isaia si muove nel virtuale a passo di valzer, non pesta i piedi a nessuno, magari rinunciando a qualche vantaggio offerto da un maggior networking, e curiosamente resta interdetto quando è costretto suo malgrado a danzare un valzer in controtempo, quando la musica è un’altra. Isaia accetta malvolentieri le costrizioni, i ritmi esistenziali contraffatti.Sì, perché Isaia è dolce, forse un po’ timido, ma non ama farsi sopraffare dalle situazioni e dai conformismi esportati nel virtuale. Ha una sua parziale consapevolezza, che lo rende il primo vero eroe esistenzialista di Second Life.Isaia Carter, che è nato adulto suo malgrado, non ha avuto il tempo e l’occasione di leggere Lo straniero, Il mito di Sisifo, La nausea e Il muro. Forse ha visto i titoli sul dorso di qualche biblioteca, in qualche isola. Ma spesso (non sempre) i libri in Second Life sono decorativi, come quelli, vuoti, venduti a metro, che si trovano nelle librerie dei negozi di arredamento e nelle case degli intellettuali virtuali. Forse Isaia quei libri non li ha letti, però ha incorporate nella sua coscienza di avatar tutte le domande che avrebbe potuto sollevare la lettura di Camus e di Sartre.D’altronde, lui non ha certezze e non vuole arare con personali verità le isole di quel mondo fintamente effimero. Lui è leggero come l’aria, come una persona onesta e pura.L’unica cosa che gli pesa sulle spalle è la sua condizione. Non gli va giù il fatto di non poter riuscire a capire tutto, anche quando è a un passo dalla verità, una verità che vale al di qua e al di là del monitor.De Majo e Longo sono maestri nell’indugiare, nel trattenere Isaia a qualche centimetro da una rivelazione possibile. Forse lo fanno per lui, preferiscono non darlo in pasto alle bocche voraci spalancate nel Colosseo dei Linden, a quell’arena virtuale che fagocita quando prende le sembianze di una fotocopia della realtà, impietosa con personaggi troppo lievi e troppo indifesi.Personaggi come Isaia, che è un eroe dolcissimo, che pare la versione 2.0 del Piccolo principe. Quest’avatar che fin dalle prime pagine si guadagna la simpatia sincera del lettore, è un Piccolo principe del XXI secolo, che assunte le sembianze di un adulto è rinato in un mondo virtuale, per sperimentare quanto sia difficile la vita in un’utopia morta giovane.Lui fa domande, incontra, vuole sapere, con estremo riguardo, senza esigere niente da nessuno.Gli altri invece chiedono, teorizzano, sanciscono mode e modi, decretano nuovi comportamenti, e a volte lo mettono alle corde. Lui non si scompone, si trattiene. Eppure, se sapesse cosa c’è dietro al nome che esibisce sulla testa, si renderebbe conto di qual compito sia stato investito. Lui, piccolo avatar semi-indifeso, porta il nome di un grande profeta, del figlio di Amos, che censurò senza mezzi termini l’egoismo, l’ignoranza e la sensualità, cose che abbondano in SL. Ma l’Isaia del romanzo è ignaro di ciò, e soprattutto non vuole essere un moralista. Tacciare quel mondo di lascivia, definirlo un ricettacolo di perdizione, sarebbe stato troppo semplice e banale. E poi l’hanno già fatto i media quando erano a corto di argomenti e di idee.Del nome, abbiamo detto. Sul cognome le ipotesi da fare sono varie, sapendo che gli autori si sono solo potuti avvicinare al cognome che avrebbero voluto, dato che l’ufficio anagrafe dei Linden non è così prodigo di cognomi.Carter perché si avvicina a Cartesio, a Descartes? Oppure Carter come Nick Carter, o Carter Dickson, nomi legati alle indagini dei romanzi polizieschi del ‘900? O forse in omaggio a Howard Carter, il grande archeologo, visto che chi entra in SL lavora sull’archeologia del sapere?Chiedetelo pure a Isaia, spesso lo trovate online. Lì potete anche vedere come è fatto.Sì, perché nel romanzo invece fa l’impressione di un avatar semi- invisibile. Non si mette in mostra e non vuole farsi notare. In tal modo riesce a confondersi con il virtuale, come se si muovesse in uno schermo traslucido, sui fondi usati in certi programmi televisivi per simulare l’invisibilità. Isaia Carter è uno di quei personaggi letterari difficili da inquadrare. È cugino di primo grado di Miles e Flora, gli inquietanti giovinetti del Giro di vite di Henry James, e si muove come un semi-fantasma nel mondo virtuale.Alla gente tutto questo non aggrada. Nel virtuale è un privilegio troppo grande poter trasparire solo in filigrana, rendendosi visibile quanto basta. E allora ecco che più di un residente cerca di strappargli l’unico vero privilegio che si possa avere in un mondo sintetico. Qualcuno usa l’arma della seduzione, altri lo vorrebbero costringere a impegni coniugali vissuti come un debito verso la società, altri ancora vorrebbero incutergli timore, propinandogli visioni apocalittiche a buon mercato.Ma Isaia, che è tutt’altro che un avatar senza qualità, non dà peso a tutte queste minacce. Lui è un animo buono e apparentemente semplice, come certi personaggi delle fiabe di Grimm e di Andersen. Tanto buono che a un certo punto decide di rinunciare addirittura alla sua leggerezza calviniana e si traveste da orso. Ma subito si rende conto di non riuscire ad essere grossolano, di essere nato aggraziato, di non essere in grado di adeguarsi alla situazione, di non capire la grammatica del banale.E rimane in questo stato di grazia per ore, per tutto il tempo della lettura, accerchiato da personaggi goffi e da freaks alla Twin Peaks che afflosciano giorno dopo giorno il tendone del circo dei Linden.Ma lui si salva, malgrado tutto e tutti, perché è invisibile agli occhi di chi non sa vedere. Si muove lieve, e quando si muove non si vede quasi nulla. Si nota soltanto la kippah, il copricapo ebraico che porta in testa. Il copricapo che forse potrebbe spiegare e spiegargli tutto, la chiave di una insostenibile leggerezza che è anche spiritualità, un simbolo importante di una fede che non si spiega facilmente.Isaia, con la consueta educazione, non reclama risposte. Sente che la kippah lo fa stare bene, lo mette a proprio agio, e questo gli basta. O forse vorrebbe sapere, ma ha drammaticamente coscienza dei propri limiti, che non gli permettono di spingersi oltre.Tuttavia De Majo e Longo non sono caduti in un facile trabocchetto, che li avrebbe portati a creare l’ennesima variazione sul Pinocchio di Collodi o sui robot di Asimov, gente con una coscienza imprigionata in un corpo di legno o di ferro.Isaia è un’altra cosa, è un avatar. Un personaggio “candidamente” indipendente da chi l’ha creato, uno che non è il tramite o il portavoce di creatori nascosti dietro le quinte a sparare pallottole di morale e luoghi comuni. No, qui gli autori non si sentono proprio, hanno lasciato veramente libero il loro personaggio, e non cedono alle sirene di un facile moralismo.Isaia si muove con grazia, scivola con leggerezza tra le sim, senza certezze da imporre. Lui vaga con un giusto senso di ansia e di inquietudine, forte del suo inventario fuori dal normale, dove si trova anche un’anima vera. E una kippah magica nuova di zecca.

Laura Pugno su: Il Manifesto (07/02/2008)


Prima o poi doveva accadere, che qualcuno ambientasse un romanzo in «Second Life». Ci hanno pensato Cristiano De Majo e Francesco Longo in Vita di Isaia Carter, avatar, che esce per Laterza nella collana Contromano, destinata alle narrazioni di paesaggio filtrate attraverso una sensibilità personale, come in Napoli sul mare luccica di Antonella Cilento o Firenze da piccola di Elena Stancanelli.

Ma se i luoghi possono essere anche stagioni della vita, come il passato o l'infanzia (l'ultimo titolo della collana, di Carola Susani, si intitola proprio L'infanzia è un terremoto, con riferimento al Belice), allora il tempo in cui si declina questa sorta di Lonely Planet del più conosciuto mondo virtuale on line è il futuro: l'epoca in cui nell'infanzia si sogna di costruire un'identità felice.

E intenti a costruirsi, o meglio a consolidare, la propria identità di scrittori sono anche i due autori, nati nel 1978 e nel 1975: della coppia creativa che firma la Vita, Francesco Longo non é nuovo alle collaborazioni, avendo fatto parte, con Christian Raimo, Nicola Lagioia e Francesco Pacifico della «Babette Factory» di 2005 dopo Cristo; mentre Cristiano De Majo, oltre a essere stato incluso nell'antologia Voi siete qui a cura di Mario Desiati per minimum fax, ha pubblicato un racconto lungo, Sistema elefante, per Punctum.

L'avatar Isaia Carter, un «condividuo» abitato per alcuni mesi dai due autori, in una ricerca punteggiata di incontri, nasce alla vita virtuale, cerca di definirsi un aspetto esteriore che corrisponda alla sua personalità (trovando l'elemento irrinunciabile in una kippah, il copricapo degli ebrei osservanti, che gli sembra oscuramente collegata a una missione da compiere), di farsi degli amici e di trovare un luogo a cui appartenere, tra Isole della Desolazione, paradisi «naturali» e nuovi medioevi.

Ripercorre, insomma, come in un'ontogenesi che digitalmente ricapitoli la filogenesi, il doloroso percorso a tappe di ogni adolescenza, arrivando persino, in qualche modo, a riprodursi. E dopo aver fatto i conti con la presenza inevitabile dell'assenza, avatar della morte, approda, sotto un nuovo nome, a una seconda identità. Forse adulta?

Mirella Armiero su: Corriere del Mezzogiorno (05/02/2008)


Isaia Carter indossa la kippah, il copricapo ebraico, ma non è religioso. Lavora per lunghe monotone giornate in uno squallido casinò, ma all’improvviso si licenzia e cerca di guadagnare soldi in altro modo. Ama Evita, una bruna bellezza che preferisce indossare abiti rossi, eppure non è con lei che fa l’amore nei sotterranei della metropolitana di Amsterdam.

Elementi narrativi minimali eppure efficaci, che disegnano la fisionomia di un antieroe confuso e inquieto. Ma Isaia Carter ha qualcosa di unico rispetto ai numerosi problematici personaggi che popolano la letteratura contemporanea. Isaia è un avatar. Il termine è ben conosciuto dai frequentatori di Second Life, il mondo virtuale tridimensionale on line inventato nel 2003 dalla società americana Linden Lab. Nato come fenomeno di nicchia, oggi questo universo parallelo conta circa 450 mila utenti fissi che reinventano sul web la propria esistenza sotto forma di avatar. In pratica, chi partecipa utilizza una sorta di alter ego dotato dei connotati preferiti. Su Second Life si può diventare alti e belli, si può anche cambiare sesso o razza o carattere, si può comprare casa e si possono fare affari.

Mario Gerosa ha esplorato potenzialità e limiti del mondo virtuale nel suo saggio intitolato proprio Second Life (Meltemi), pubblicato lo scorso anno. Ma il libretto del napoletano Cristiano de Majo e del romano Francesco Longo va molto oltre e si spinge in un territorio vergine di sperimentazione a un tempo letteraria ed esistenziale. Vita di Isaia Carter, avatar (edito da Laterza, in libreria tra qualche giorno), firmato a quattro mani dai due giovani autori, è infatti il frutto di un’esperienza di vita (virtuale, naturalmente) vissuta in prima persona e poi riportata su carta. De Majo e Longo hanno assunto davvero i panni del fantomatico Carter e sotto le sue spoglie hanno frequentato i luoghi asettici e stranianti della comunità virtuale. Che, tra l’altro, inizia a essere assai affollata anche di presenze illustri: Antonio Di Pietro è stato tra i primi politici a usarla per tenere una conferenza; Beppe Grillo ha da tempo un proprio avatar; diverse università — tra cui le prestigiose Harvard e Oxford — tengono corsi su Second Life e multinazionali come Ibm vi comprano spazi e avviano attività imprenditoriali. C’è chi si è arricchito con la realtà virtuale accumulando non solo Linden dollari, ovvero la moneta in uso nell’universo parallelo, ma denaro sonante. D’altro canto, c’è chi grida all’allarme per la presunta pericolosità del «gioco», che indurrebbe dipendenza molto più di chat, community o altre manifestazioni ormai quasi primitive del web. Insomma, mentre sul piano sociologico Second Life è oggetto già da qualche tempo di un attento scandaglio, è su quello narrativo che riserva sorprese. Lo dimostra pienamente il libro di de Majo e Longo, che risulta avvincente nonostante la palese irrealtà di luoghi e personaggi. La vita di Isaia Carter è simile a quella di un bimbo che non sa nulla del mondo: dal momento della sua «nascita», ovvero l’arrivo su Second Life, l’avatar deve imparare a parlare, a muoversi, a interagire con i suoi simili. A suo modo, quello dei due autori è un «romanzo di formazione» dei nostri giorni, molto lontano dalla letteratura classica per ambientazione ma pieno di una moderna ricerca di senso. Anche se dotato di una presenza solo virtuale, Isaia Carter è assillato da dubbi e interrogativi sulla propria esistenza e soprattutto sulla evidente caducità delle cose che lo circondano. Second Life dovrebbe essere il luogo dell’immortalità, invece diventa uno spazio dove è inevitabile percepire la propria precarietà. Dando al computer l’impostazione «mute», per esempio, un tuo amico o la tua donna ti possono escludere per sempre dal loro orizzonte.

Isaia può volare, trasformarsi in orso,visitare luoghi lontanissimi tra loro in pochi istanti, sostare con soddisfazione nella casa Iaomai, quella dove le donne sono volontariamente schiave, ma nessuna di queste esperienze riesce a dargli sufficienti spiegazioni sul proprio essere al mondo, in quel mondo. Attraverso la lente deformante del web si accresce il senso di solitudine dell’individuo, sia esso uomo in carne ed ossa o avatar. E solo alla fine del viaggio, a volte divertente ma più spesso doloroso, Carter è costretto ad ammettere «la vita non è qui e questo non è un rifugio dalla morte». Il bambino avatar è diventato uomo.

Tullia Fabiani su: la Repubblica.it (21/02/2008)

Dice Isaia Carter: "Devo costruirmi una vita. Devo trovare un lavoro, guadagnare dei soldi, mettere su casa. Fare quello che fanno gli altri. Sento i loro stessi desideri: la voglia di avere molti amici da invitare in giardino, la curiosità di esplorare luoghi nuovi. E un impulso a conoscere più persone possibili, fare il maggior numero di esperienze possibile. Ma cosa stiamo cercando tutti? Perché vogliamo stare qui?". E "qui" non è un posto qualunque. Non è un ambiente finito. Ma lo spazio molteplice delle possibilità: quella di passare qualche minuto a New York - ad esempio - trovarsi nei sotterranei della metro, salire e camminare fino a Broadway; poi spostarsi poco dopo nel quartiere romano dei Parioli, cercando una festa per la serata. E finire nell'antica Roma a parlare latino. Isaia Carter abita Second Life (http://secondlife.com/). E la sua vita da avatar è raccontata in un libro (edito da Laterza) che sperimenta, attraverso il linguaggio letterario e la finzione narrativa, la dimensione dell'esistenza virtuale; dinamiche, immagini, attese, che la attraversano. E la legano alla realtà. Il titolo? Semplicemente, Vita di Isaia Carter, avatar. L'idea tra fiction e realtà. Gli autori, trentenni, Cristiano De Majo e Francesco Longo hanno condiviso per alcuni mesi il corpo di Isaia e lavorato a distanza (l'uno vive a Napoli, l'altro a Roma) scrivendo e scambiando pagine ogni giorno: "Siamo diventati residenti di Second Life - spiegano - abbiamo esplorato questo spazio potenzialmente infinito, scandagliandone lo spirito, visitando i luoghi e incontrando persone che, come noi, si trovavano lì. Mentre Isaia cresceva e la sua coscienza si sviluppava, ci siamo resi conto che era proprio questa esperienza non-umana che meritava di essere raccontata. E il risultato è quello di un romanzo basato su fatti reali". Nella finzione, reale è la scelta del protagonista di girare con la kippah in testa; reali le retribuzioni e le spese in linden dollar (moneta ufficiale di S. L.); reali le paure e gli interrogativi. Isaia, nome profetico non a caso, si fa domande esistenziali mentre impara a parlare, a interagire con gli altri avatar: gesti, espressioni, abitudini. Può vivere le esperienze più varie ed eccitanti, eppure al fondo del suo viaggio c'è un anelito, una ricerca di senso che nessuna situazione sembra riesca a soddisfare. "Isaia soffre per amore - afferma Longo - è sempre inquieto, si mette in situazioni assurde; appena sbarcato su Second Life gli dicono che è un profeta che deve salvare il mondo, ma lui si rifiuta: si chiede 'perché proprio io?'. Cerca di capire chi è, e che ci fa in quel mondo. Cerca Dio, e beve drink". Avatar e non. Nel mondo intrinsecamente letterario e pieno di personaggi di Second Life, come lo vedono gli autori del libro, "avvengono corteggiamenti, sparizioni, guerre, gelosie; tra conflitti, bugie, musiche romantiche". È un mondo fantastico e inquietante. Perciò "molti sono spaventati dal virtuale - chiosa Longo - Ma credo che i mondi virtuali siano solo un'estensione della realtà, non un'alternativa". E conclude: "Chi cerca lì una vita migliore resterà deluso. Gli avatar sognano carni umane". Isaia è dunque soggetto e oggetto di un'indagine intima e cognitiva tra le pieghe di un mondo fittizio, animato dalla realtà, e senza questa vuoto. Così il protagonista, nel tentativo di trovare una percezione di se stesso, una prova evidente del suo esistere, e tracce della sua identità, scopre che la "vita non è qui", in quello spazio dalle infinite possibilità, che però "non è un rifugio dalla morte". Ed è questa, in fondo, la sua più importante rivelazione da avatar-profeta.

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