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Fascismo di pietra

Fascismo di pietra
con ill.
Edizione: 20084
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842084228
Argomenti: Storia contemporanea, Storia d'Italia
  • Pagine 284
  • 16,00 Euro
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In breve

Pietrificata nelle strade, negli edifici, nei monumenti, nei quartieri, una colata di ideologia fascista attraversa Roma, scende lungo il corso del Tevere, dal foro italico fino al complesso dell'Eur. Emilio Gentile racconta la storia del connubio fra romanità e fascismo, dalla trionfale ascesa alla tragica disfatta.

Non si comprende il fascismo, e tutto quello che ha significato in Italia, in Europa e nel ventesimo secolo, se non si comprende il mito fascista della romanità e dell'impero. La nuova civiltà del duce, che aveva la pretesa di essere universale quanto quella romana nel mondo antico, ha lasciato la sua impronta, vistosa e indelebile, nelle strade e nelle piazze. La monumentalità del regime rappresentava la visione fascista del passato, del presente e soprattutto del futuro. Consacrare nella pietra un esperimento totalitario per trasformare gli italiani nei Romani della modernità. Non fu la Roma antica a romanizzare il fascismo, quanto il fascismo a fascistizzare la Roma antica e la sua storia. Rimodellando la pietra, il duce manipolava l'esistenza e l'identità di una città e di un popolo, e ne seppelliva insieme la libertà, sacrificandola alla propria ambizione.

Indice

Prologo. Parole, pietre, miti - 1. Porca Roma - 2. Mussolini antiromano - 3. Nuova romanità - 4. Il rigeneratore - 5. Roma mussolinea - 6. Sui colli fatali - 7. Duce imperiale - 8. La capitale del futuro - 9. I Romani della modernità - 10. Gli italiani non sono Romani - Epilogo. Quel che resta del mito - Note - Fonti delle illustrazioni - Referenze iconografiche

Leggi un brano

Il «fascismo di pietra» è la vistosa e indelebile impronta che il regime di Benito Mussolini ha lasciato sul suolo italiano per i secoli futuri. Nei monumenti, negli edifici, nelle strade, nelle piazze di antiche città d'Italia, come nelle città nuove fondate dal duce, si è materializzata una concezione dell'uomo, della vita e della politica che negli anni fra le due guerre mondiali sembrava prossima a diventare, nel mondo moderno, il modello di una nuova civiltà imperiale, che pretendeva di essere universale come universale era stata la civiltà romana nel mondo antico. Il fascismo condensava nel mito di Roma e dell'impero la sua visione del passato, del presente e del futuro. Pertanto, non si comprende il fascismo e la storia del fascismo, per tutto quello che ha significato in Italia, in Europa e nel ventesimo secolo, se non si comprende l'origine e la natura del mito fascista della romanità e dell'impero. Analizzare questo mito e ricostruirne la storia nei suoi aspetti essenziali, è stato lo scopo dell'autore di questo libro.

Roma e impero furono le parole più frequentemente usate nella retorica fascista. Furono espressione di miti che sedussero laici e cattolici, civili e militari, menti semplici e menti elette, specialmente durante i mesi della guerra d'Etiopia e nelle giornate della «riapparizione dell'impero sui colli fatali di Roma», quando fecero convergere attorno alla figura del duce il consenso pressoché unanime della popolazione e delle grandi istituzioni del paese, dalla monarchia alla Chiesa cattolica. Il 9 maggio 1936 fu l'apoteosi del duce, celebrata nello scenario di una Roma che era stata profondamente trasformata, in quattordici anni di regime totalitario, dalle nuove costruzioni urbanistiche e architettoniche del «fascismo di pietra», che materializzò in simboli perenni i miti della cultura fascista.

Uno storico di grande valore ha scritto che lo Stato totalitario era il regno della parola. Egli intendeva dire, con ciò, che il fascismo era stato il prodotto di una fabbrica del vuoto nel campo delle idee, e aveva riempito il suo vuoto ideologico con altisonanti espressioni verbali. Non sempre, tuttavia, gli storici di valore esprimono giudizi validi per comprendere la storia. Uno scrittore, altrettanto valente, ha detto che le parole sono pietre. E come le pietre, aggiungiamo noi, le parole possono essere usate per costruire o per distruggere, per difendere o per lapidare. Le parole sono pietre, e lo sono soprattutto quando esprimono un mito, una credenza che interpreta e definisce il significato della vita. Le parole che esprimono un mito suscitano entusiasmo, possono incitare ad agire per il bene come per il male: in quest'ultimo caso, le parole che esprimono un mito possono diventare pietre micidiali, perché muovono gli uomini alla lotta e indicano i nemici da combattere e annientare, affinché il mito trionfi.

Il fascismo fu il regno della parola? Può darsi. Ma le parole del fascismo erano pietre e miti che influirono per venti anni sul destino di milioni di persone. Roma e impero erano parole-pietre, parole-mito, con le quali fu soppressa la libertà degli italiani e la libertà e la vita di quanti, in Africa e in altri paesi europei, dove il fascismo fece guerra, non vollero rinunciare alla loro libertà per assoggettarsi alla gloria della nuova Roma imperiale. E per queste parole, Roma e impero, che erano pietre e miti, il fascismo continuò a combattere ininterrottamente dal 1935 fino alla sua disfatta, sfociata in una guerra civile fra italiani.

Il fascismo, nel campo delle idee, fu il prodotto di una fabbrica del vuoto? Può darsi. Raramente, tuttavia, una fabbrica del vuoto ha prodotto una così vasta colata di ideologia pietrificata, come quella lasciata dal fascismo nella capitale d'Italia: una pietrificazione ideologica che inizia col Foro Italico, già Foro Mussolini, scorre lungo il corso del Tevere, Via della Conciliazione, la Casa del Mutilato, Piazza Augusto Imperatore, attraversa con la Via dei Fori imperiali, già Via dell'Impero, l'area archeologica fra Piazza Venezia e il Colosseo, si dirama nella Città universitaria e nel quartiere della Garbatella, per sfociare poi nella glaciale, metafisica architettura della nuova Roma dell'Eur, la più integrale pietrificazione del mito fascista della romanità, iniziata quando il regime stava ormai per avviarsi al crollo finale.

Il mito fascista della romanità è stato argomento di vari studi, ma il suo significato, cioè l'origine, la natura, il contenuto e lo scopo di questo mito, è stato ed è ancora da molti frainteso. È frainteso specialmente quando si considera il culto della romanità null'altro che l'espressione grottesca della fabbrica fascista del vuoto ideologico, una vacua esibizione retorica delle velleità imperiali del duce, la prova manifesta della natura antimoderna del fascismo, che si illudeva di far risorgere la Roma e i Romani dell'antichità nell'Italia e negli italiani del ventesimo secolo. Ancora oggi molti storici affermano che l'uomo nuovo, che il fascismo voleva creare, era una replica del legionario romano. Altri considerano il mito fascista della romanità una conferma del provincialismo di una politica culturalmente arretrata, nutrita di umanesimo retorico. Si tratta di giudizi che derivano, in massima parte, da una scarsa conoscenza della storia effettiva del connubio fra Roma e fascismo, e da interpretazioni superficiali o polemiche del mito fascista della romanità, che impediscono di comprenderne la natura e il significato storico. In questo libro, si è cercato di delineare la storia del connubio fra Roma e fascismo, seguendola in tutto il suo corso, dall'inizio alla fine, assumendo come criterio di analisi una distinzione nell'atteggiamento del fascismo verso la Roma reale, la Roma antica e la nuova Roma imperiale che il duce intendeva costruire e in gran parte costruì. [.]

Roma è lo scenario della storia narrata in questo libro, perché Roma fu il luogo principale dove il «fascismo di pietra» realizzò, con il maggiore impegno, originalità ed efficacia, la rappresentazione dei miti fascisti negli edifici pubblici, nelle vie, nei monumenti e nell'assetto urbanistico della capitale, avvalendosi dell'opera entusiasta dei principali architetti e artisti italiani dell'epoca. La nuova Roma costruita dal fascismo era la prefigurazione simbolica della nuova Italia e della nuova civiltà imperiale, che il fascismo, ispirandosi ad un rinnovato mito della romanità, aveva l'ambizione di creare attraverso l'esperimento totalitario.Se la Roma costruita dal fascismo è, per questo motivo, lo scenario iconografico della nostra storia, il tema principale del libro è una interpretazione del fascismo, dalle origini alla fine, analizzato attraverso il mito di Roma. Per Mussolini e il fascismo, Roma era sinonimo di Italia, di impero e di civiltà. Il mito fascista della romanità era un mito proiettato verso il futuro, verso la creazione di una nuova grande Italia ad opera di una nuova razza di italiani che dovevano essere i Romani della modernità.

Questo libro narra la storia del connubio fra Roma e fascismo. E la narra con le parole degli stessi protagonisti, del duce e dei fascisti, degli architetti e degli artisti che furono artefici del «fascismo di pietra», accompagnandole con i commenti di osservatori e testimoni contemporanei, fascisti e non fascisti o antifascisti, scrittori italiani e stranieri, diplomatici, giornalisti e viaggiatori di nazioni potenti, che considerarono l'Italia fascista una grande potenza e contemplarono, sorpresi ammirati o inquieti, le costruzioni del «fascismo di pietra» e l'esecuzione dell'esperimento totalitario. Nella composizione dell'ultimo capitolo, l'autore si è avvalso dell'espediente di una licenza narrativa, immaginando il duce che trascorre le ore notturne, in un giorno durante la Seconda guerra mondiale, riflettendo sul mito di Roma e sugli effetti dell'esperimento totalitario per creare i Romani della modernità. Se la narrazione è frutto di invenzione, le citazioni testuali sono tutte originali, tali da conferire alla invenzione stessa un alto grado di verosimiglianza.

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