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Perdonare

Perdonare
Perdonare
Idee, pratiche, rituali in Italia tra Cinque e Seicento
con ill.
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2007
Collana: Storia e Società
ISBN: 9788842083788
Argomenti: Storia moderna, Storia d'Italia
  • Pagine 250
  • 18,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

«In nome di Dio à di 28 aprile 1590 in Bologna. Facciamo fede noi infrascritti come Domenico figliolo di Bartolomeo da Pianoro d’anni 14 incirca, et Giovanni Battista figliolo di Bartolomeo Ghiraldini d’anni undici incirca, tutti dui abitatori in Bologna, sotto la parochia di S.to Proculo, hanno fatto pace d’ogni questione et differenza et di qualunque percossa ancorché sanguinolenta nata fra loro.»

È il primo esempio che incontriamo, sfogliando queste pagine, di una casistica di contese ricca di colore, specchio di una quotidianità che emerge dai registri criminali fra Cinque e Seicento. Al centro del libro sono la grazia, la pace, il consenso, la rinuncia, gli strumenti cioè delle forme di riparazione di un danno. Testi devoti, storie comuni, trattati sull’onore e sul duello collaborano nel raccontare in quali controverse forme la scelta etica del perdono si affermi storicamente nella pratica religiosa e nelle istituzioni giuridiche. Sono gli anni della prima età moderna ma il tema è sempre vivo e scottante: che cosa vuol dire perdonare, chi può chiedere perdono, chi può perdonare, che rapporto c’è tra giustizia e vendetta, tra giustizia e perdono, tra memoria e perdono.

Indice

Premessa

I. Il dono e la grazia:

Le parole del perdono - Grandgousier e Alpharbal - La grazia del beneficio di Cristo - Una giustizia soprannumeraria

II. Rinuncia:

Negli archivi criminali - Domenico e Giovan Battista - Qualche dato quantitativo - La teoria giuridica - La prassi - I mediatori - Un mediatore e paciere

III. Pace:

Storia di Taddeo da Abello e Lorenzo Riccardi - Le paci e la pace sociale - Gesti di pace - Pratiche sociali delle paci - Duelli veri e duelli minacciati - L’onore, la pace, il perdono - Fausto Albergati e il «ben civile» - L’Assunteria delle paci

IV. Perdono:

Pace e perdono: un valore sacro - Rimetti a noi i nostri debiti - Del perdonare - Fabio Fabrazzo al tribunale del perdono - Pace o perdono? - Il ruolo degli ecclesiastici - Il vescovo Paleotti e la Congregazione della Concordia - Assoluzione e rinuncia - Cornelia Amici, il cappellano e il massaro

V. Lo spettacolo del perdono:

Il ruolo dei gesuiti - Le missioni di Silvestro Landino - Lo spettacolo del perdono universale

VI. Una breve conclusione

Appendici:

Appendice I - Appendice II

Indice dei nomi

Leggi un brano

Che cosa vuol dire perdonare? Chi può chiedere perdono? Chi può perdonare? Che rapporto c’è tra giustizia e vendetta, tra giustizia e perdono, tra memoria e perdono? Credo che queste siano domande cruciali alle quali è ben difficile rispondere con sicurezza senza una meditazione profonda. [...]

Parlare di «perdono» in una ricerca imperniata sugli anni tra tardo Cinquecento e primo Seicento non può non fare affiorare alla memoria del lettore italiano le pagine di quel grande romanzo del perdono cristiano che sono I promessi sposi, che è appunto fondato sulla rievocazione ripetuta del perdono concesso a fra’ Cristoforo dai fratelli dell’uomo che egli ha ucciso; a don Rodrigo da Renzo; all’Innominato dalla misericordia divina impersonata dal cardinal Borromeo. Il romanzo manzoniano non solo ha un fondamento storico, ma è tutto intriso di storia nelle sue pieghe più minute; in particolare, il suo autore conosceva perfettamente la pratica giudiziaria d’antico regime ed ebbe in mano dei processi del tempo (anche se con ogni probabilità non trasse la sua storia da uno di essi in particolare, come invece è stato supposto). Tuttavia la sua lettura dell’epoca, da lui pure mirabilmente raccontata, risulta in un certo senso alterata dalla sua personale visione religiosa: che è quella di un cristianesimo non elitario anche se non privo di venature gianseniste, ma comunque certamente lontano da quello della Controriforma trionfante degli anni da lui descritti. Il perdono di cui egli parla è innanzitutto il perdono del cuore illuminato dalla fede, che – per usare le parole di Ezio Raimondi – ha saputo «apprendere la giustizia di Dio, che è giustizia del cuore libero e paziente».Ma il perdono che cogliamo nella documentazione del tempo può avere un significato assai diverso da quello che attribuiamo noi alla parola e anche da quello che gli attribuiva Manzoni. La parola è la stessa, il suo significato sembra costante, eppure a un’attenta disamina si coglie che, se non altro, l’air du temps non è proprio quello che il romanziere ha creduto di dipingere. In effetti lo storico ha imparato da Lucien Febvre che i sentimenti, le emozioni, gli atteggiamenti interiori, anche e soprattutto quelli che contribuiscono all’elaborazione di pratiche sociali, hanno una storia, che dobbiamo imparare a leggere attraverso i comportamenti che essi dettano; e così una storia l’ha anche il perdono. Del sacramento della confessione, e quindi del perdono che il fedele ottiene da Dio per il tramite di un sacerdote, ha trattato un’ampia bibliografia; ma non è questo l’aspetto del tema che qui si vuole prendere in considerazione (anche se del rapporto fra confessione, assoluzione e perdono di uomini ad altri uomini ci troveremo a parlare, all’interno di queste pagine). Vedremo invece come la scelta etica del perdono abbia, negli anni che verranno qui presi in considerazione, una fisionomia alquanto diversa da quella che potremmo supporre e che ritroviamo nelle pagine del Manzoni: non solo e non tanto quella di un fatto interiore, ma – almeno in alcuni stati italiani – di un atto preciso, di una fase possibile e auspicata della procedura giudiziaria. «Pace», «remissione», «rinuncia», «consenso» sono i nomi assunti da alcune delle istituzioni che significavano la concessione del perdono, momentaneo o definitivo, della parte lesa, e quindi l’interruzione di eventuali azioni giudiziarie. Il potere pubblico riconosceva così l’accordo delle due parti e si asteneva dall’intervenire, considerando ormai sanata la situazione di conflittualità che aveva dato origine al contrasto. Ovvero si prestava a costruire quell’accordo, rinunciando a punire chi doveva esserlo purché quella conflittualità comunque cessasse.Ci troviamo dunque di fronte ad un insieme di tradizioni giuridiche e legislazioni statutarie e di altra sorta, profondamente differenziate tra loro anche se ispirate ad un principio comune. Non è possibile neanche, peraltro, limitarsi ad esaminare queste ultime, anche perché la prassi si differenzia non di rado e fortemente dalla normativa. Inoltre, se ci si addentra con l’ottica dello storico sociale nell’ammasso del materiale giudiziario si riesce a cogliere – anche se non sempre con chiarezza – come la pratica, e la normativa che tra Quattro e Seicento tenta di regolarla, siano fortemente sfuggenti. Esse avevano certamente una remota radice religiosa, che talvolta sembra emergere con maggiore nettezza, mentre in altri casi sembra completamente estinta; ed erano nate tentando di risolvere, con strumenti che non potevano prescindere da uno sfondo culturale che aveva una coloritura religiosa, una serie di problemi legati alla gestione politica delle inimicizie, collocati quindi in una dimensione diversa che non andrà mai dimenticata. Sarebbe dunque erroneo e superficiale scorticare integralmente del loro sovrasenso religioso – che peraltro non va neppure sovrastimato – le istituzioni di cui parleremo e la parola e il concetto di «pace» e di «perdono» a cui erano legate. L’una e l’altro, come vedremo, mantenevano una profonda ambiguità. Le variabili del loro significato che incontreremo in queste pagine sono numerose, e ci fanno capire come ogni discussione sul perdono sia sempre una questione complessa, che comporta l’esigenza di meditare in profondità sul presente e sul passato.Dovremo perciò compiere un lungo cammino, partendo da quello sfondo per poi esaminare almeno qualche esempio delle istituzioni giudiziarie che da esso nascevano, e poi, progressivamente, tornare alle questioni più generali: senza avere risposto se non molto parzialmente alle domande poste all’inizio di queste pagine, ma forse con qualche maggiore consapevolezza della serietà con cui è necessario affrontarle.

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