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Anni 70

Anni 70
Anni 70
La musica, le idee, i miti
trad. di F. Grillenzoni
con ill.
Edizione: 2007
Collana: Contromano
ISBN: 9788842083559
Argomenti: Musicologia e storia della musica, Attualità culturale e di costume, Cinema: storia e saggi
  • Pagine 540
  • 15,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

Anche voi pensate che gli anni Settanta siano stati, per la cultura, l’arte e la musica, niente più che una fase di transizione, uno stupido interludio tra i Beatles e gli anni Ottanta? Proprio no.

Woody Allen, Martin Scorsese e Francis Ford Coppola. David Bowie, Bob Marley e i Clash. L’Opera House di Sydney, il Centro Pompidou, David Hockney. E poi Lo squalo, Arancia meccanica, Snoopy, i Monty Python. Così, tanto per fare un elenco. Ma molte altre storie ancora le racconta Howard Sounes. Allora non è vero che gli anni Settanta sono il decennio del gusto perduto. Allora è vero che sono stati dieci anni di straordinaria creatività artistica.

Leggi un brano

Adesso che ho finito di scrivere questo libro lungo e ambizioso, mi chiedo perché tanti mesi fa ho deciso di cominciarlo. Credo che la spinta sia venuta dal fatto di guardare una quantità di programmi televisivi più o meno basati su temi che riguardavano gli anni Settanta e sulla cultura popolare di quel decennio, e dalla sensazione che quello che mi veniva mostrato e i ricordi che i presentatori e i vari «esperti» comunicavano agli spettatori aveva ben poco a che vedere con la percezione che io avevo di quel periodo recente della nostra storia e della sua cultura.

Guardando quelle retrospettive sugli anni Settanta costruite su clip, o ascoltando alla radio e leggendo sulla stampa riferimenti e commenti a quegli anni, avevo l’impressione che giornalisti e cosiddetti esperti fossero tutti d’accordo sul fatto che quel decennio era stato piuttosto stupido e decisamente volgare (soprattutto se paragonato ai fantastici anni Sessanta) ma stupido e volgare in modo divertente: un periodo di mode adorabilmente demenziali, di musica cattiva in modo sconcertante (tanto cattiva da diventare buona) e di deliziosi film e programmi televisivi spazzatura, di cui siamo in qualche modo obbligati ad avere una dolce nostalgia collettiva. Insomma avevo l’impressione che mi si dicesse che gli anni Settanta erano solo pantaloni a zampa d’elefante, Starsky e Hutch, motociclette chopper e Showaddywaddy, e che tutto questo era fantastico. La mia idea di quel decennio invece è diversa.

Anche se sono nato nel 1965 e dunque sono stato praticamente un ragazzino per tutti gli anni Settanta, verso la fine del decennio, da adolescente precoce, ho cominciato a interessarmi sempre di più a quello che stava succedendo nella cultura popolare e nell’arte in generale, e sono convinto che l’offerta di spettacoli e cultura fosse molto più stimolante e più significativa di quello che fanno vedere quei programmi televisivi. Naturalmente, crescendo, si scoprono i libri, i film e i prodotti d’arte e di design migliori del decennio appena trascorso. Via via che facevo queste scoperte, mi sono convinto che nell’arte e nella cultura gli anni Settanta non sono stati affatto un periodo insignificante o ridicolo.

Al contrario, sono stati piuttosto un periodo di classici contemporanei, per usare un’espressione dell’editoria. In effetti sono stati pubblicati molti libri straordinari che oggi vengono letti come classici contemporanei. Gli anni Settanta sono anche il decennio di innumerevoli film eccezionali e di alcuni dei migliori esempi mai visti di musica rock e di televisione. Si sono avuti risultati notevoli in pittura, in scultura, in architettura e nel design, che ancora oggi sono dei punti di riferimento fondamentali. Lo spirito di sperimentazione che era stato il tratto distintivo degli anni Sessanta è sicuramente continuato nei primi anni Settanta, e alla fine del decennio un mondo che stava cambiando, e che diventava sotto molti aspetti più duro, veniva rappresentato nell’arte in modo altrettanto affascinante. Insomma, gli anni Settanta per me erano un decennio importante e significativo nel campo dell’arte: sicuramente non un periodo da liquidare come uno stupido e leggero interludio tra i Beatles e gli anni Ottanta.

Poi una sera andai a un concerto di Lou Reed. Per me Lou Reed è sempre stato strettamente associato agli anni Settanta, soprattutto per il suo classico album del 1972 Transformer, alcune delle cui canzoni sono sempre pezzi forti dei suoi concerti. Il teatro era stracolmo e guardando la gente vidi che erano persone della mia età o appena più grandi; poi, quando Lou Reed cominciò a suonare, mi resi conto che tutti ascoltavamo con amore quella musica che avevamo scoperto quando eravamo giovani. Non era una semplice nostalgia kitsch degli anni Settanta. Quelle canzoni, pezzi come «Perfect Day» e «Satellite of Love», erano diventate parte della cultura profonda delle nostre vite; le prendiamo sul serio, nel senso che ci sembrano belle e intelligenti e ci toccano nel profondo. Tornando a casa dal concerto mi venne da pensare che quel fenomeno non si limita alle canzoni di Lou Reed (peraltro un artista mutevole, come vedremo) e neppure alla musica rock in generale. Milioni di persone che oggi sono per così dire a metà della vita sono cresciute con certi libri, certi film, certa musica e certa arte degli anni Settanta, una cultura che hanno scoperto quando erano giovani e che ancora apprezzano. E non lo fanno con ironia, ma in modo sincero, perché la cultura degli anni Settanta ha contribuito a formare i loro gusti e, sicuramente, le loro vite.

Dunque questo libro vuole essere un viaggio all’indietro attraverso l’arte degli anni Settanta, un’esplorazione di una parte di quel che è stato prodotto (non di tutto, altrimenti sarebbe un’enciclopedia) e che si può dire sia la parte migliore, anche se il concetto di migliore è relativo. In ogni caso si tratta della parte di cui si può dire che ha resistito alla prova del tempo. Comincio nel 1970 e termino nel 1979: anche se si tratta di una struttura artificiale, perché l’arte e la vita non possono essere circoscritte così nettamente, credo sia un’utile delimitazione per studiare alcune persone estremamente interessanti che lavorarono in quei dieci anni e per riflettere su idee e creazioni che sono state appassionanti in quel periodo e che ancora oggi mantengono il loro fascino.

Spero che il libro sia in primo luogo e soprattutto divertente e che serva anche in qualche modo a mostrarci e ricordarci che, nelle loro espressioni migliori, gli anni Settanta hanno prodotto una cultura popolare vitale, innovativa e affascinante, che in gran parte rimane importante e godibile.

Recensioni

Antonio Dorrico su: Corriere della Sera Magazine (29/11/2007)

Davvero gli anni Settanta sono stati volgari, insignificanti e ridicoli? Davvero quello è stato «un periodo da liquidare come uno stupido e leggero interludio tra i Beatles e gli anni Ottanta»? Da queste domande è partito Howard Sounes, biografo di Bob Dylan e Charles Bukowski, per scrivere Anni 70. La musica, le idee e i miti e per dimostrare che in quel decennio furono pubblicati «molti libri straordinari che oggi vengono letti come classici contemporanei». Sempre in quella stagione sono stati girati «innumerevoli film eccezionali» e la musica rock ha offerto alcuni dei suoi prodotti migliori, così come la pittura, la scultura, l'architettura e il design. Perfino la televisione nei Settanta ha sfornato alcuni programmi capolavoro. Prima di illustrare nei particolari la tesi di Sounes (che mi trova consenziente, a metà di quella decade avevo vent'anni e ricordo bene quanto avvenne), devo però precisare che l'accusa mossa ai Settanta non è stata tanto quella di essere stati stupidi o insignificanti (tutt'altro, erano strapieni di senso e di intelligenza anche provocatoria del mondo), quanto quella di essere sfociati nella violenza, nella distruzione, nell'auto-distruzione e nel nichilismo (ed è stato un peccato imperdonabile). Chiarito questo aspetto, sfuggito stranamente a Sounes (forse perché è nato nel 1965?), dico che il libro è molto bello e costruito con grande abilità giornalistica. L'eroe principale del racconto di Sounes è Jack Nicholson. Il libro comincia infatti ricostruendo il set di Cinque pezzi facili, il film in cui Nicholson, come fu scritto all'epoca, cambiò «per sempre il corso della recitazione americana». Nicholson raccolse, secondo Sounes, l'eredità di Marlon Brando. Quest'ultimo, però, proprio nei Settanta diede alcune delle prove più grandiose della sua arte d'attore: dal Padrino a Ultimo tango a Parigi, ad Apocalypse Now. Sounes dedica molte ricerche e molte pagine al cinema e ha perfettamente ragione. Fu il decennio di 2001 Odissea nello spazio, Arancia meccanica, American Graffiti, Chinatown, Guerre stellari, Lo squalo, Io e Annie, Manhattan, La febbre del sabato sera, Oltre il giardino e si potrebbe continuare. Sounes è nel giusto quando li definisce classici contemporanei.

Accanto a Nicholson, l'altro grande eroe di riferimento dell'epoca, secondo Sounes, è Aleksandr Solzenicyn (Nobel nel 1970, tra l'altro) e qui il libro trova il suo apice drammatico ripercorrendo la lotta titanica tra il grande scrittore e lo stalinismo (originale e nella declinazione brezneviana), una storia che raggiunge vertici assoluti (da tragedia antica, da mito antico) e che chiarisce quale è la chiave più giusta per interpretare il decennio 70 del Novecento: la chiave del delirio (delirante, per tanti motivi, è lo stile, altissimo, della letteratura di Solzenicyn).

Intense sono anche le pagine che Sounes dedica, da specializzato, a Dylan e alla sua amarezza esistenziale e sentimentale di quel periodo. L'eroina dei Settanta è (sempre sulla scorta del racconto di Sounes) la fotografa Diane Arbus (altro personaggio tragico) con la sua galleria di freak (altra chiave, estetica questa volta, per comprendere il periodo).

Anni 70 mi è piaciuto molto (per le cose che dice, per come le dice) e non solo per motivi autobiografici. Fu un'epoca dura, beffarda, coraggiosa. Un tempo in cui si credeva, come credette Bob Marley, che a leggere bene il Salmo 18 del Vecchio Testamento («Un fumo usciva dalle sue narici; un fuoco consumante gli usciva dalla bocca»), si arrivava alla conclusione indiscutibile che anche Dio fumava marijuana. Cose che può dire uno sballato, certo, però dopo di allora che Dio triste ci è toccato in sorte.

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