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Il lavoro non è una merce

Il lavoro non è una merce
Contro la flessibilità
Edizione: 20083
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842083221
Argomenti:
  • Pagine 184
  • 14,00 11,20 Euro
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In breve

Dire che la politica dell'ultimo decennio ha drammaticamente sottovalutato la condizione del lavoro flessibile significa tenersi molto al di sotto delle righe.

Circa 8 milioni: sono gli italiani che hanno un lavoro instabile. Tra 5 e 6 milioni sono precari per legge, ossia lavorano con uno dei tanti contratti atipici che l'immaginazione del legislatore ha concepito negli ultimi quindici anni. Gli altri sono i precari al di fuori della legge, i lavoratori del sommerso. Come si è arrivati a queste cifre, perché le imprese chiedono la flessibilità del lavoro in misura sempre crescente, quali sono i costi umani che stiamo pagando e quali sarebbero i costi economici che il paese dovrebbe affrontare se si volesse davvero coniugare l'instabilità dell'occupazione con la sicurezza del reddito, cosa ha a che fare tutto questo con la globalizzazione, quali caratteristiche dovrebbe avere una politica del 'lavoro globale' per essere davvero all'altezza delle reali dimensioni del problema. In queste pagine, l'accusa di Gallino: non solo non è giusto che il precariato sia merce di scambio dell'economia globalizzata, ma nemmeno intelligente per una società che voglia congiungere allo sviluppo economico lo sviluppo umano.

Indice

Prefazione - 1. Le molte facce (e i tanti numeri) della flessibilità - 2. Alle origini della richiesta di lavoro flessibile da parte delle imprese - 3. I dubbi rapporti tra flessibilità e occupazione - 4. Il ruolo della legislazione sul lavoro - 5. Dalla flessibilità del lavoro alla precarietà della vita - 6. Costi umani della flessibilità in differenti sistemi lavorativi - 7. L’economia globale e le Ict non eliminano i lavori tradizionali - 8. Società flessibile e integrazione sociale - 9. La flessicurezza, o come curare gli effetti ignorando le cause - 10. Contro la precarietà, una politica del lavoro globale - Note

Leggi un brano

Alle origini di questo libro v'è il fatto che nei primi mesi del 2007 l'Editore mi propose di aggiornare Il costo umano della flessibilità, apparso in prima edizione nel lontano 2001. Vidi subito che non era possibile. Anzitutto, troppe novità sono intervenute dal momento in cui fu scritto: la direttiva della Commissione europea sul lavoro a termine, la legge 30 del 2003 di riforma del mercato del lavoro con il successivo decreto attuativo, il dibattito economico e politico che ne è seguito; e, nel contempo, l'incremento e la differenziazione dell'occupazione flessibile (che non consiste soltanto, come talora si legge, nel lavoro a termine). In secondo luogo, mentre in quel saggio intravvedevo alcuni modi per rendere la flessibilità sostenibile, senza intervenire più che tanto sulle sue cause, reputo oggi che sia su queste che occorre porre la maggior attenzione. Per metterle al centro, se mai sussistessero le condizioni politiche, di una politica del lavoro globale. Di conseguenza ho provveduto a redigere un nuovo testo - non più un saggio, ma un libro - lungo tre volte il precedente. Di questo ho recuperato, e riveduto, solo un paio di capitoli minori.Oltre ad ampliare e aggiornare temi già esposti, ne ho qui introdotti molti che allora non avevo nemmeno sfiorato, dai percorsi ventennali della legislazione italiana agli equivoci della flessicurezza e alla globalizzazione del lavoro.

Spero che i temi che via via espongo siano utili per sviluppare in direzioni finora poco considerate la discussione in corso sulla flessibilità del lavoro. Essa ricorda, mi permetto di dire, l'equipaggio di una barca che in mezzo all'oceano discuta animatamente delle modifiche da apportare al logo sulle vele anziché predisporre le misure per far fronte alla tempesta che si annuncia. Nell'oceano del lavoro la tempesta deriva dall'aver messo in competizione tra loro, deliberatamente, il mezzo miliardo di lavoratori del mondo che hanno goduto per alcuni decenni di buoni salari e condizioni di lavoro, con un miliardo e mezzo di nuovi salariati che lavorano in condizioni orrende con salari miserandi. La richiesta di accrescere i lavori flessibili è un aspetto di tale competizione. Il problema - smisurato - che la politica nazionale e internazionale dovrebbe affrontare sta nel far sì che l'incontro che prima o poi avverrà tra queste due parti della popolazione mondiale avvenga verso l'alto della scala dei salari e dei diritti piuttosto che verso il basso; che è l'esito verso cui finirebbe per condurci lo smantellamento delle protezioni legali dell'occupazione - uno dei tanti sinonimi della flessibilità. Proponendo che la politica si occupi di questo, piuttosto che del logo sulle vele, mi auguro di poter contribuire in qualche modo e misura a migliorare la condizione sociale e umana delle tante donne e uomini che ogni giorno sperimentano di persona che cosa significhi essere un lavoratore flessibile.

Recensioni

Sara Farolfi su: Il Manifesto (12/12/2007)

La strage torinese alla ThyssenKrupp ha aperto uno squarcio su un mondo, quello del lavoro, responsabilmente dimenticato nel passaggio di secolo. «Si è giocato sul post industriale, come se il lavoro di colpo non esistesse più», dice il sociologo torinese Luciano Gallino, studioso della cultura d'impresa, come anche di quella del lavoro, autore de «Il lavoro non è una merce», da poco uscito per i tipi di Laterza.

Professor Gallino, che idea si è fatto di quanto successo a Torino? Le cose che succedono sotto casa, come spesso accade, colpiscono di più, ma anche se fosse successo altrove il quadro non cambia. E il quadro è quello di imprese dove, tra le tanti variabili che sottendono alla decisione di cosa, dove e come produrre, la sicurezza viene messa al decimo, ventesimo posto. Mentre ci sono manager che potrebbero fare molto di più, gestendo imprese efficienti e insieme prestando attenzione alla sicurezza.

Quando si parla di siderurgia, di acciaierie, si ha l'impressione di fare un salto indietro di almeno un secolo...Il lavoro in acciaieria è sempre pericoloso e costa un'immensa fatica. Basta un gesto sbagliato, una vite fuori posto e succede un disastro. Si tratta di stabilimenti dove tutto è enorme rispetto alla dimensione umana e dove perciò sarebbe necessaria un'attenzione cinque volte più alta rispetto ad altri lavori. Va detto anche che il mercato dell'acciaio va fortissimo, alimentato da una forte domanda e da prezzi che seguitano a restare alti. Certo, c'è la concorrenza cinese, ma l'Italia è la seconda produttrice europea di acciaio. In questo contesto, le società siderurgiche lavorano a pieno ritmo e fanno ottimi affari, perciò è ancora più imperdonabile il loro prendere sotto gamba la sicurezza sul lavoro.

Il ministro Damiano dice che serve un'altra cultura del lavoro. Non serve anche un'altra cultura d'impresa?Il lavoro oggi è meno visibile, perciò sicuramente serve un'altra cultura del lavoro. Qui però è la cultura manageriale, tecnica e dirigenziale, quella cioè che è matrice di decisioni, ad essere importante. E' quando nei quadri decisionali la sicurezza del lavoro non figura che succedono queste tragedie. E oggi non c'è dubbio sul fatto che ci sia una carenza in questo senso.

Che cosa è successo dunque alle imprese nostrane?Diciamo che siamo rimasti fermi. Non che in altri paesi sia molto diverso, la cultura d'impresa del resto è quella mondiale, quella che ha vinto. Altrove c'è più controllo, o altri tipi di governo d'impresa, ma le problematiche restano. I manager hanno spesso sulla testa azionisti che pretendono reddività del 15% e a cui evidentemente della sicurezza, che invece dovrebbe entrare nei bilanci d'impresa, non importa nulla. Poi c'è una carenza nella formazione. Prenda un qualsiasi corso all'Università e vedrà che, mentre si spendono pagine su pagine sui rischi del capitale, sulla sicurezza del lavoro, che è tema piuttosto complesso, non c'è una riga.

Cosa dovrebbe fare la politica in questo senso?La politica senza alcun dubbio può fare molto di più, a partire dalle leggi sulla sicurezza del lavoro, l'ultima legge delega in materia, la 123, si basa però su un meccanismo lento e farraginoso, per cui dovremo aspettare altri quattro o cinque anni, e forse un altro migliaio di morti sul lavoro, per vederne gli effetti. Ancora, la politica potrebbe moltiplicare le ispezioni, mettendo anche in grado di svolgere il loro mestiere gli organi preposti. Anche in questo senso però servono risorse e soprattutto formazione.

Quando si parla di sicurezza, si parla però anche di organizzazione del lavoro.E' esemplificativo in tal senso la direttiva europea sull'orario di lavoro. Il dire che in ogni giornata lavorativa sono necessarie almeno 11 ore di riposo, è stato interpretato da noi con la possibilità di disporre di un orario di lavoro di 13 ore al giorno. E se la legge lo permette, le imprese la sfruttano. Poi ci sono le leggi sul lavoro, la vera porta da spalancare, su cui però non vedo segnali di inversione di tendenza.

Si accusa il sindacato di non fare il proprio mestiere...Oggi i sindacati sono assillati da diversi tipi di emergenze, dalle tante aziende in crisi alla questione dei salari. Ma sono le imprese stesse, e la legislazione sul lavoro, ad avere fatto sì che le organizzazioni sindacali siano sommerse dalle problematiche dell'emergenza occupazionale.

Tonino Bucci su: Liberazione (27/11/2007)

A sentire il coro di voci che la chiedono, la flessibilità dovrebbe essere il bisogno più urgente della nostra economia. Anzi, di più: il motore di una palingenesi culturale, lo specchio di una società futura in embrione, il toccasana di tutti i mali presenti. La chiedono in tanti, organizzazioni internazionali, economisti, centri di ricerca, politici conservatori e progressisti, imprenditori, associazioni confindustriali. I cantori del lavoro flessibile ci spiegano che questa, oggi, è l'economia. Che con la globalizzazione non si scherza, che dobbiamo competere col mondo intero. Che i cinesi sono alle porte. E allora - ci dicono sempre loro, gli imprenditori, la destra, gli economisti à la page e pure la sinistra "moderna" senza falci e martelli - se non volete perdere il posto di lavoro mettetevi l'anima in pace e fatevi più flessibili. In cambio, promettono sempre loro, avrete una vita più gioiosa, dinamica, sarete imprenditori di voi stessi e non dovrete più rassegnarvi per l'intera vita al grigiore del posto fisso. Verrà un tempo in cui non lavoreremo più come il Chaplin di Tempi moderni, non ci saranno più lavori costrittivi, vincolanti, ripetitivi. Saremo tutti altamente qualificati perché nell'economia immateriale della futura società flessibile conteranno solo l'intelligenza e la creatività.

Ma siamo sicuri, come ci dicono, che la flessibilità sia una tendenza naturale dell'economia, un automatismo della globalizzazione contro cui a nulla varrebbe opporsi? Non sarà, invece, una scelta "politica", un fine perseguito consapevolmente dai governi, una strategia concertata dagli imprenditori? Lo scrive, senza ambiguità, il sociologo Luciano Gallino nel suo ultimo libro, chiaro persino nel titolo, Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità (edizioni Laterza). «Una politica del lavoro globale potrà affermarsi solamente quando diverranno maggioranza le persone consapevoli che la richiesta di utilizzare la forza di lavoro solo quando serve, e fintanto che serve, non è uno strumento isolato del conflitto sociale». E' piuttosto «uno dei più insidiosi» tra i tanti inclusi «nell'armamentario dell'attacco politico all'ombra di sedicenti ragioni tecniche».

Gallino spiega alcune cose fondamentali. La prima, che la flessibilità non cade dal cielo, non è un'invenzione estemporanea. E', invece, un nuovo modo di organizzarsi da parte dell'impresa che oggi è diventata globale. La seconda, è che l'ultima parola non va lasciata ai tecnici. Semmai, bisogna confutare la pretesa di oggettività dell'economia, il senso di rassegnazione per le cose così come vanno oggi. E, insieme, ridare fiato alla voce della politica perché gli strumenti ci sono, sia a livello di governo nazionale che a quello internazionale. Terzo, non è vero, come dicono i suoi profeti, che con la flessibilità scompariranno i lavori tradizionali, quelli che implicano subordinazione, ripetitività e bassa qualificazione. Basta pensare non solo all'industria automobilistica, ma anche alla tanto decantata net economy, ai call center, ai magazzini dell' e-commerce, ai servizi finanziari on-line, alle aziende che gestiscono i portali web. Ritmi di lavoro che non hanno nulla da invidiare alle catene di montaggio degli anni 60.

Già nel 2001 Gallino aveva scritto Il costo umano della flessibilità, ripreso in alcune parti. Nel frattempo molte cose sono cambiate. Innanzitutto, c'è stata la legge 30 e tutto il dibattito che ne è seguito, fra chi la vuole abolire e chi invece (ahimé, anche a sinistra) vuole mantenerla con qualche correttivo. La novità più rilevante è che si è fatta strada la suggestione del cosiddetto modello danese. L'idea, cioè, che lo Stato possa prendere misure pubbliche per mitigare gli effetti devastanti della flessibilità sulla società senza rimuoverne tuttavia le cause. Lo stesso Gallino, qui, fa "autocritica", «mentre in quel saggio intravvedevo alcuni modi per rendere la flessibilità sostenibile, senza intervenire più che tanto sulle sue cause, reputo oggi che sia su queste che occorre porre la maggior attenzione».

Ma chi sono oggi í lavoratori flessibili? Sono flessibili «quei lavori o meglio le occupazioni che richiedono alla persona di adattare ripetutamente l'organizzazione della propria esistenza - nell'arco della vita, dell'anno, sovente perfino del mese o della settimana - alle esigenze mutevoli della o delle organizzazioni produttive». Sono modi di lavorare o di essere occupati che impongono «un rilevante costo umano, poiché sono capaci di modificare o sconvolgere, seppure in varia misura, oltre alla condizioni della prestazione lavorativa, il mondo della vita, il complesso dell'esistenza personale e familiare».

Gallino distingue due tipi di flessibilità. La «flessibilità dell'occupazione», che consiste nella possibilità dell'impresa di occupare più o meno salariati a seconda del suo bisogno di aumentare o diminuire la produzione e della domanda di mercato. L'ideale per l'imprenditore sarebbe la completa libertà di licenziare come e quando vuole. In mancanza si accontenta di smantellare fin dove è possibile le norme di diritto del lavoro. La sequela dei contratti atipici è impressionante: ci sono quelli a termine (da pochi mesi a due-tre anni) e a tempo parziale, poi i contratti di lavoro in affitto (una volta chiamato interinale, poi la legge 30 l'ha definito «in somministrazione») applicabili a individui o gruppi di lavoratori. Seguono i contratti di collaborazione coordinata e continuativa che hanno introdotto la stravagante formula giuridica del «lavoratore autonomo». C'è il lavoro a progetto e il contratto di lavoro ripartito, quest'ultimo applicato a due persone quando si dividono nel giorno o nella settimana un unico posto di lavoro a tempo pieno. E, poi, ancora, i contratti di lavoro intermittente e di prestazione occasionale.

Bene, si dirà, ma tutte queste forme non toccano i lavoratori a tempo indeterminati. Sbagliato, perché esiste anche la «flessibilità della prestazione», del modo di lavorare, della situazione in cui i salariati prestano la loro attività. Gli imprenditori, ricorrono a salari differenti per merito individuale o produttività di reparto, a orari diversi, al lavoro a turni, agli orari slittanti per cui capita ogni tot settimane di lavorare il sabato e la domenica, agli orari su base annuale (la media di 40 ore settimanali calcolata sull'intero anno, per cui può capitare di lavorare sette giorni su sette in certi mesi e restare a casa in altri). E poi gli straordinari, la rotazione di mansioni, i trasferimenti.

Ma non dimentichiamo l'economia sommersa, quella al nero, dove non esistono contratti, ferie, malattia, assistenza sanitaria, contributi. Milioni di persone completamente prive di diritti con una subordinazione feudale al proprio datore di lavoro che può sbatterti in mezzo alla strada da un momento all'altro. Tra un conto e l'altro Gallino calcola che in Italia i lavoratori flessibili, con contratto o al nero, sono 10-11 milioni - ma le statistiche, avverte, sono sempre frutto di una costruzione.

Ma perché le imprese chiedono flessibilità? Perché l'impresa è cambiata, spiega Gallino, è diventata globale, l'anello di una catena di produzione del valore. Risulta «dipendente sia a monte che a valle, ed entro tempi brevissimi, dai comportamenti delle altre imprese della stessa catena in tema di commesse, appalti, ordinativi, forniture, consegne e prezzi».

Si produce solo su domanda, questa è la filosofia aziendale. Soltanto quando un cliente prenota un'auto di quel modello, con quel colore, con quel numero di sportelli e di optional, solo allora partono gli ordini ai fornitori, agli stabilimenti di lavorazione e assemblaggio. Sennò, non si produce un bel niente. E' quello che si chiama just in time, un principio di organizzazione inventato dagli americani ma applicato con successo dai giapponesi, tant'è che si parla di toyotismo.

Significa che gli stoccaggi e i magazzini vanno limitati drasticamente e che nessuna materia prima, nessun semilavorato deve arrivare sul luogo fisico in cui deve essere lavorato e montato se non nel preciso istante in cui serve. Questa è la summa del capitalismo e gli imprenditori hanno pensato bene di applicare questo paio di principi anche al lavoro. Si sono chiesti, perché non occupiamo forza lavoro solo quando per noi produce valore? Perché non fare in modo che le persone eroghino lavoro solo quando registriamo la domanda del mercato per un certo bene o servizio? E così nacque il lavoratore flessibile. Una strategia che consiste nel mettere «in competizione tra loro, deliberatamente, il mezzo miliardo di lavoratori del mondo che hanno goduto per alcuni decenni di buoni salari e condizioni di lavoro, con un miliardo e mezzo di nuovi salariati che lavorano in condizioni orrende con salari miserandi. La richiesta di accrescere i lavori flessibili è un aspetto di tale competizione». Se la politica ha ancora senso dovrà fare in modo che queste due parti della popolazione mondiale - una classe di salariati che fa impallidire il proletariato della prima rivoluzione industriale - si incontrino al livello più alto di salari e diritti piuttosto che verso il basso. Sennò l'esito sarebbe lo smantellamento delle protezioni legali dell'occupazione. Allora sì che la flessibilità avrebbe vinto.

Massimo Riva su: La Repubblica (20/11/2007)

Sono così rare di questi tempi le voci fuori del coro che allarga mente e spirito seguirne qualcuna, per giunta ben articolata per scrupolo di analisi, solidità degli argomenti, capacità di disvelamento di diffuse ma anche false credenze. Tanto più se l'originalità dell'approccio riguarda un tema - il mercato del lavoro - oggi cruciale per l'assetto sociale e la crescita economica del nostro paese e, in generale, di quel mondo occidentale nel quale appaiono più radicati che altrove i principi e le regole della democrazia politica. E' questo il caso dell'ultimo libro di un'autorità in materia, Luciano Gallino: Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità.

Come si vede, fin dal titolo l'autore afferma con chiarezza il suo proposito di collocarsi contro l'onda montante del pensiero unico prevalente nel dibattito culturale e nella gestione politica dei paesi occidentali, secondo il quale soltanto attraverso una più ampia diffusione di contratti di lavoro flessibili Europa e Stati Uniti potranno reggere nella competizione selvaggia ingaggiata dalle economie, soprattutto asiatiche, dove diritti e salari della manodopera sono ancora a livelli che da noi si definirebbero ottocenteschi. Ma va anche detto che un primo apprezzabile pregio del libro consiste nel fatto che Gallino evita ogni scivolata nella pura polemica ideologica e, anzi, si sforza in continuazione di poggiare le sue tesi su una disamina accurata di cifre, dati, studi spesso prodotti proprio da quelle fonti che più sostengono l'ineluttabilità del lavoro flessibile.

Cosicché la lettura del volume porta a fare una serie di scoperte su aspetti insospettati della realtà effettiva del mercato del lavoro, indicando come esso si sia già trasformato in profondità perfino in Italia, paese che secondo l'opinione dominante sarebbe un fanalino di coda nella corsa alla flessibilità. Ebbene, pur mettendo in guardia sulla difficoltà di fare stime precise per la strutturale inaffidabilità delle rilevazioni ufficiali e quindi soppesando con grande prudenza critica dati spesso contraddittori, Gallino arriva a quantificare in non meno di dieci-undici milioni i lavoratori che nel nostro paese già ora sono coinvolti nelle varie tipologie di impieghi flessibili, circa la metà dei quali attribuibili all'economia sommersa.

Non c'è qui spazio per riassumere i ragionati passaggi logici che portano lo studioso a questa valutazione. Ma lascia abbastanza attoniti il fatto che egli porta alla luce una realtà misconosciuta un po' da tutti. Tanto dalle statistiche ufficiali, che ancora nel giugno scorso stimavano in appena 2,1 milioni i lavoratori dipendenti con contratti a termine. Quanto dalla gran parte delle pur autorevoli voci che non perdono occasione pubblica per reclamare maggiori dosi di flessibilità come unica via di salvezza per l'economia nazionale.

Ma ciò che Gallino denuncia non è soltanto una ben nascosta dimensione quantitativa del fenomeno. Più acuta riflessione egli chiama a fare sui costi, oggi individuali e domani sociali, di una precarizzazione così diffusa delle attività lavorative, avvertendo che i fautori della società flessibile su modello della nuova organizzazione del sistema delle imprese forse non si rendono conto di creare i presupposti non di una comunità di uomini liberi e autonomi ma di una società disarticolata e perciò pericolosamente esposta anche sul versante della tenuta delle istituzioni democratiche.

Certo, egli consente sul fatto che all'origine degli scossoni intervenuti sul mercato del lavoro c'è l'ingresso sulla scena economica mondiale di nuovi protagonisti (dalla Cina all'India fino ai paesi dell'ex-blocco sovietico) che hanno sconvolto il vecchio schema della divisione internazionale del lavoro. In modi per cui - come si sintetizza nel libro - «si sono posti in concorrenza fra loro un miliardo e mezzo di nuovi lavoratori globali aventi diritti e salari minimi con poco più di mezzo miliardo di lavoratori aventi diritti e salari elevati».

Ed ecco il punto: Gallino avverte che quelle condizioni di lavoro così fortemente competitive convivono con assetti politico-istituzionali in gran parte autoritari o comunque di fragile e malcerta democrazia. In altre parole, lancia un serio allarme sul rischio che, inseguendo modelli nazionali di basso costo del lavoro, anche le società dell'Occidente democratico possano regredire perfino sul terreno delle libertà politiche.

Una messa in guardia eccessiva? A prima vista, forse. Ma un'altra realtà inquietante su cui Gallino richiama l'attenzione riguarda il ruolo che le grandi imprese internazionalizzate giocano nel conflitto fra il miliardo e mezzo di lavoratori senza tutele e il mezzo miliardo di più protetti. Se si guarda al caso della Cina, per esempio, si scopre che oltre il 55 per cento delle merci esportate in Occidente non viene da autonome industrie cinesi, ma è prodotto in quel paese da imprese americane o europee. Sono, insomma, queste ultime a guidare e gestire la concorrenza ai lavoratori occidentali, le stesse che poi reclamano più flessibilità nelle rispettive patrie. Tanto che fra il 2006 e il 2007 è stata proprio la pressione delle grandi imprese occidentali a indurre il governo di Pechino ad emendare pesantemente al ribasso la nuova legge sui contratti per i lavoratori cinesi.

Come uscire da questa stretta? Gallino indica alcune soluzioni razionali per una graduale diminuzione degli squilibri esplosi con la globalizzazione dei mercati. Ma le accompagna anche con scarse speranze di praticabilità, constatando la sudditanza delle autorità politiche occidentali nei confronti dei veri gestori di questo conflitto su entrambi i fronti: le grandi imprese internazionalizzate. Chi non abbia ancora letto il suo precedente L'impresa irresponsabile potrà trovarvi le ragioni di tanto lucido pessimismo. Basterà ricordare, del resto, che l'espressione «irresponsible corporation» è di Theodore Roosevelt, presidente degli Stati Uniti un secolo fa. Cent'anni passati invano?

Marco Ferrante su: Il Corriere della Sera (25/02/2008)


Questo appassionato pamphlet di Luciano Gallino parte da una premessa che non convincerà molto chi è riformista, liberale, pro-mercato, o semplicemente chi crede all'ineluttabilità della globalizzazione e delle trasformazioni che ci ha imposto.

Gallino ritiene che negli ultimi vent'anni l'occidente abbia risposto male alla pressione imposta dalla necessità di comprimere i costi di produzione delle imprese: attribuendo al lavoro lo status di merce, e poi accettando di mettere precipitosamente in concorrenza mezzo miliardo di lavoratori dipendenti, salariati, con protezioni giuridiche e sindacali, con un miliardo e mezzo di lavoratori a bassissimo costo e senza protezioni, resi disponibili sui mercati mondiali dalla globalizzazione.

Due obiezioni: l'equazione lavoro = merce non piace a nessuno, ci sono paesi con mercati del lavoro estremamente flessibili in cui una buona vita è resa possibile da ammortizzatori sociali efficienti e dalla flessibilità di altri strumenti, a partire da quella del credito (strumenti che necessitano ovviamente di una continua manutenzione - i subprime loans per esempio). Lo scontro in un paese come l'Italia non è tra chi vuole mercificare il lavoro e chi no; ma tra chi auspicherebbe più vitalità e minore pigrizia sociale, e chi invece dietro lo schermo della tutela dei diritti finisce con il costruire una trincea di privilegi.

Seconda obiezione: la globalizzazione non è il frutto del lavoro a tavolino di un pugno di potenti ministri degli esteri. Esiste, è la curva del nostro tempo, non si può fingere di non vederla e neppure immaginare di poterle resistere con qualche strumento di legge. Certo, è vero che alcuni ritengono che l'ingresso della Cina nel Wto sia stata prematura e negoziata male dai paesi occidentali, ma nel complesso la brusca accelerazione dei rapporti con l'Asia degli anni 2000 ha fatto crescere enormemente interi settori delle nostre economie che altrimenti sarebbero stati più statici: dalla logistica alla grande cantieristica navale, eccetera.

Nel complesso, al dunque, la pressione della globalizzazione non ha messo in ginocchio la classe dei lavoratori dipendenti in occidente. Gallino è per l'esportazione di diritti e regole sindacali e salariali - soluzione controversa, per la quale peraltro in Cina, il paese più interessato al fenomeno, già si stanno organizzando forme di sindacalismo in un continuo faticoso negoziato con il regime politico. Quello che conta è che i processi di aggiustamento seguano i loro tempi, e che il raggiungimento di un punto di equilibrio tra le nostre regole e le loro, così come l'adeguamento di un ragionevole tasso di cambio, siano graduali.

Ma anche per chi non è d'accordo con l'autore, il lavoro di Gallino contiene sempre spunti molto interessanti. Qui ne citiamo di corsa due. Primo: nella flessibilizzazione del lavoro si rischia di far nascere una fascia minoritaria di lavoratori protetti - un quarto circa, dice il sociologo - con tutele e salari solidi, intorno alla quale si muoverebbe una giostra di lavoratori flessibili meno protetti. Secondo: nell'evoluzione del mercato del lavoro e della nozione del rapporto tra azienda e lavoratori, una parte degli imprenditori ha perduto l'orgoglio della tutela sociale dei dipendenti. È un tema. E - da un certo punto di vista - è l'altra faccia della fine del paternalismo.

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