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1982

1982
1982
Memorie di un giovane vecchio
- disponibile anche in ebook - disponibile in streaming su
Edizione: 20072
Collana: Contromano
ISBN: 9788842083030
Argomenti: Narrazioni contemporanee
  • Pagine: 174
  • Prezzo: 9,00 Euro
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In breve

«Ho deciso. È arrivato il momento di portare a termine l’indagine lasciata in sospeso a suo tempo e capire perché i miei capelli sono diventati bianchi proprio allora. Scoprire dove è cominciata la mutazione, e con la mutazione la china discendente. È ora di tornare indietro, al dove, al quando e al perché. Cominciamo a inquadrare l’anno. Era il millenovecentottantadue.»

«Tutto è successo in un periodo in cui non mi guardavo mai allo specchio. Diciamo quasi mai. Perché sì: era il periodo del servizio militare.»

Un anno per diventare adulti, incanutire, perdere la fidanzata, fare il militare, avere un esaurimento nervoso, scoprire che fare della propria vita. Un anno di grande storia mondiale e piccola storia personale, rivissuto con l’intento di scoprire quand’è accaduto esattamente, che tutto ha cominciato a girare senza più fermarsi. Roberto Alajmo invita a trascorrerlo sotto la sua pelle, seduti sul suo «giovanile strapuntino di osservazione» a guardare le trame del mondo. «Poi come è andata a finire? Dipende. Per me, per l’Italia o per l’umanità nel suo complesso?»

Leggi un brano

Calvi, Cirillo, La Torre, Dalla Chiesa: non capisco quasi niente di quel che davvero succede in Italia quell’anno. All’evidenza delle cronache nere corrisponde una realtà recondita di trame che non ho il tempo di indagare, e che del resto sono in pochi a saper districare. A me basterebbe capire quel che succede nelle mie immediate vicinanze, e anche questo risulta pretenzioso. Perlopiù mi sembra insensata qualsiasi attività si svolga all’interno della caserma e anche molte di quelle che avvengono fuori. Come se improvvisamente tutto attorno a me abbia smesso di avere un senso. A Calvi e al resto delle trame nazionali avrò tempo di dedicarmi nel corso della vita, immagino. Mi concentro quindi sui dettagli più ravvicinati, quelli che mi riguardano personalmente. Una cosa che capisco del servizio di leva è che sarebbe un errore fare come fanno tutti, che contano i giorni. Da un capo all’altro delle camerate si sente urlare:«150 giorni all’alba! 100 giorni all’alba!»Chiaro che chi prima del congedo deve affrontarne ancora circa 350, come me, ha poco da vantarsi in giro. Piuttosto, risulta essere un povero disgraziato. E io mi ci sento pienamente: povero e disgraziato. Per cui evito di contare i giorni. Cerco di non pensarci. Solo che poi, proprio cercando di non pensarci e non contarli, non faccio altro che pensarci e contarli. Non lo vado gridando nelle orecchie dei commilitoni, come fanno certuni a mo’ di scherzo da nonni, anche perché c’è poco da sbandierare certe cifre. Anzi: faccio finta di non farci caso. Ma mento, anche a me stesso, perché in ogni momento potrei dire quanta pena ho già scontato e quanta me ne resta da scontare, fino all’esattezza del singolo giorno e delle ore che mancano.In certi momenti mi chiedo se non ho sbagliato strategia. Tenermi tutto dentro può funzionare nel breve periodo, ma alla lunga risulta molto frustrante. È come una pentola a pressione nella quale ho infilato ingredienti uno peggiore dell’altro. Poi ho chiuso il coperchio e sistemato la pentola sul fuoco. È comodo, perché non devo mescolare, e addirittura, a tratti, posso fingere di distrarmi e pensare ad altro. Però la pentola a pressione lasciata sul fuoco continua a cuocere quel che c’è dentro senza che io possa controllare lo stato della cottura. E non solo: alla lunga, la pentola a pressione lasciata sul fuoco rischia di scoppiare.La metafora gastronomica non è casuale, perché davvero io mi sento già più che cotto, ormai sul punto di scoppiare. Di sicuro il cervello ogni tanto mi va in ebollizione. C’entrano probabilmente le temperature raggiunte nel mese di luglio: l’estate dell’82 viene ricordata come una delle più torride del secolo. Come tutte quelle che si sono susseguite da quando si è cominciato a misurare le temperature, ma stavolta con ragione: per trovarne una più calda bisognerà arrivare a quella del 2003. Il calore si aggiunge alle altre condizioni di stress, moltiplicando il senso di intolleranza e soffocamento.Tuttavia, proprio grazie a questo sistema della pentola a pressione, per il fatto di tenermi tutto dentro, nel corso delle prime settimane di servizio militare il mio stato d’animo regge, più o meno. Poi succede qualcosa, non so cosa. Dev’essere stato nel periodo dei primi capelli bianchi, e come per i primi capelli bianchi sul momento non sono in grado di stabilire la causa scatenante. Un po’ perché tutto avviene nel chiuso sigillato della pentola a pressione, ma anche perché davvero: non c’è un singolo episodio devastante. È la situazione in sé a rendere inaccettabile il mio coinvolgimento personale. Mi ritrovo in una dimensione parallela in cui le coordinate razionali che valevano fino a poco tempo prima, che erano rimaste in vigore per tutta la prima parte della mia vita, improvvisamente devono considerarsi decadute, rimpiazzate da altre che non conosco, che sto imparando a conoscere un po’ alla volta. E che, man mano che le conosco, mi piacciono sempre meno. Non è il clima di violenza diffusa a spaventarmi. Non soltanto, almeno. Per rendere l’idea dell’universo in cui mi ritrovo scaraventato, bisogna ricorrere a due aggettivi: inutile e obbligatorio. Inutile è ogni manifestazione della vita militare. Bisogna aspettare l’attacco di un nemico inesistente, e quindi difendere obiettivi improbabili, sottostare a rituali insensati. E tutto questo è, per giunta, strettamente obbligatorio. Ci sono scemenze che ogni tanto capita di fare così, per scelta o per caso. Dopodiché uno se ne rende conto ed evita di ricascarci. Ma qui è l’obbligatorietà di ogni minchiata a rendere claustrofobica la situazione nel suo complesso. È l’obbligatorietà reiterata che eleva a sistema l’assieme delle singole minchiate. Una singola minchiata può essere sgradevole, ma un universo di minchiate rischia di schiacciarti.Il massimo del surrealismo è rappresentato dai turni di guardia, anche quelli che non si svolgono in concomitanza con una partita della nazionale ai mondiali di calcio. Sono la corvée più temuta, almeno dal sottoscritto, perché mi fanno piombare in una atmosfera da Fortezza Bastiani, in attesa di barbari destinati a non arrivare mai, e per giunta col sospetto che questi famosi barbari siano già arrivati, ci abbiano sorpreso alle spalle, si siano mescolati a noi, abbiano preso il nostro posto. Forse i famosi barbari siamo noi, io stesso, che faccio una vita imbarbarita in tutto e per tutto.

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