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Camicie rosse

Camicie rosse
I garibaldini dall'Unità alla Grande Guerra
Edizione: 2007
Collana: Quadrante Laterza [138]
ISBN: 9788842082750
Argomenti: Storia contemporanea, Storia d'Italia

In breve

Popolani e borghesi, nobili e artigiani, analfabeti e letterati, spretati, donne, spiriti liberi e politici navigati: il mondo garibaldino era un mosaico composito di aspirazioni, passioni, ideali, percorsi di vita. Il libro ricostruisce la parabola delle camicie rosse, dalla nascita del Regno d'Italia fino al 1915, con particolare attenzione alle fasi cruciali del primo decennio post-unitario accompagnate da fratture e conflitti a volte feroci. Ma mette in luce anche un carattere che al garibaldinismo era intrinsecamente legato, l'internazionalismo. A questa dimensione sovranazionale si collega la vicenda dei volontari del 1914 in Francia, che anticipa la scelta di campo dell'Italia nella Grande Guerra. Nel racconto appassionante di Eva Cecchinato, itinerari individuali e collettivi contribuiscono a dare un volto a un simbolo vivo e al tempo stesso ingombrante.

Indice

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«Da Marsala al Volturno notammo fatti creduti fuor dell'ordine naturale delle cose», scriveva Emilio Zasio, bresciano dei Mille, ricordando, molti anni dopo, gli avvenimenti del 1860.In pochi mesi, tra maggio e ottobre, l'assetto politico della penisola era stato drasticamente trasformato dall'impresa garibaldina, che sconvolse gli accordi diplomatici e propiziò il raggiungimento di obiettivi ritenuti fino ad allora irrealizzabili.Nel luglio del 1859 la pace di Villafranca, seguita alla seconda guerra d'indipendenza, aveva sancito l'unione della Lombardia al Regno di Sardegna, conservando il dominio austriaco sul Trentino, il Veneto e il Friuli. Nell'Italia centrale, dove erano sorti governi provvisori di orientamento liberale e nazionale, il tentativo di ristabilire il quadro istituzionale precedente al conflitto era presto fallito, per l'opposizione crescente dell'opinione pubblica alla restaurazione dei vecchi sovrani. Con i plebisciti del marzo 1860 anche la Toscana, l'Emilia e la Romagna erano dunque entrate a far parte del Regno di Vittorio Emanuele II. Della mappa politica disegnata dal Congresso di Vienna sopravvivevano, perciò, solo lo Stato pontificio e il Regno borbonico delle Due Sicilie. Tuttavia rimaneva frustrata l'aspirazione ad un processo di unificazione nazionale che avesse come protagonisti i settori democratici e il modello della «guerra di popolo».Nonostante la rilevanza degli obiettivi raggiunti, le forze patriottiche di più lunga tradizione - in gran parte orientate in senso repubblicano - si vedevano infatti scavalcate dall'iniziativa monarchica di Cavour e casa Savoia, che avevano saputo raccogliere i risultati dell'azione della Sinistra risorgimentale. Il ruolo politico e militare svolto da Giuseppe Garibaldi durante la guerra del 1859 era emblematico di quella stagione: posto dal governo sardo alla guida del corpo volontario dei Cacciatori delle Alpi, l'Eroe dei Due Mondi incarnava certo la prospettiva della legittimazione istituzionale dell'iniziativa rivoluzionaria, ma al tempo stesso simboleggiava le attese verso soluzioni politiche di matrice democratica.Il doppio binario dell'azione diplomatica e della forzatura extralegale dei tempi della politica tradizionale costituì il tratto distintivo di quei mesi, durante i quali - fossero ministri piemontesi o cospiratori di vecchia data - i diversi attori politici dello schieramento liberale furono indotti dalle circostanze e dalla propria scelta nazionale ad agire oggettivamente da rivoluzionari, dichiarando guerra - sul piano militare e ideologico - ai legittimi titolari del potere dei vari Stati della penisola.La spedizione garibaldina del maggio 1860 si realizzò sul filo delle ambiguità e dei miraggi. I precedenti delle imprese patriottiche tragicamente naufragate al Sud, negli anni Quaranta e Cinquanta dell'Ottocento - i fratelli Bandiera nel 1844 e Carlo Pisacane nel 1857 - agivano nella memoria democratica come pesanti dissuasori, ma non avevano estinto la fiducia nelle potenzialità insurrezionali del Meridione. Entrambi questi livelli stavano alla base delle esitazioni di Garibaldi, nel quale l'intraprendenza e l'audacia politica non si traducevano in azione avventata e noncuranza degli aspetti concreti dell'agire militare.Non è un caso se la chiave di volta della partenza delle camicie rosse per il Mezzogiorno fu l'interpretazione controversa di un messaggio cifrato inviato dall'esilio maltese da Nicola Fabrizi, mazziniano di lungo corso. Sollecitato dagli uomini più vicini a Garibaldi a far pervenire informazioni attendibili sulle reali prospettive della sollevazione antiborbonica esplosa in Sicilia, la sua risposta era stata dapprima interpretata come perentoria dissuasione da ogni impresa, mentre una successiva corrispondenza sembrava esprimere previsioni assai meno catastrofiche. Ma la responsabilità dell'azzardo risolutivo fu assunta da Francesco Crispi, che, alla fine di aprile, sottopose con ogni probabilità a Garibaldi ragguagli incoraggianti, enfatizzandone ad arte gli aspetti positivi.Il 4 maggio, quando giunse a Genova la seconda comunicazione di Fabrizi, la decisione della partenza per il Sud era quindi già stata presa, nonostante il persistente rifiuto di Cavour di avallare l'iniziativa e il suo tentativo di dissuaderne indirettamente l'attuazione. Ai garibaldini fu infatti impossibile recuperare alcune migliaia di armi di buona qualità acquistate con pubblica sottoscrizione e depositate a Milano, che furono messe sotto sequestro da Massimo d'Azeglio, governatore della città.Nella notte tra il 5 e il 6 maggio partirono dunque da Quarto poco più di mille uomini, con fucili sostanzialmente inservibili e senza munizioni. Anche per questo fu necessario fare scalo nel porto toscano di Talamone, dove ci si rifornì di armi e di cartucce. Scesero a terra, inoltre, una sessantina di uomini, allo scopo di realizzare una diversione verso lo Stato pontificio che facesse apparire più incerta la destinazione finale dell'impresa. Ripartiti il 9 maggio, i volontari sarebbero approdati due giorni dopo a Marsala, accolti dal fuoco tardivo delle navi borboniche.Le settimane tra lo sbarco e l'arrivo a Palermo, a fine maggio, furono le più difficili della campagna di Sicilia, poiché i Mille vennero raggiunti solo in seguito da spedizioni di rinforzo: dovettero dunque fronteggiare le truppe borboniche contando esclusivamente sulle proprie qualità militari, sulle forti motivazioni ideali e sul contributo delle squadre insurrezionali locali. A Calatafimi, il 15 maggio, si svolse il primo scontro decisivo, durante il quale le camicie rosse riuscirono ad annullare l'inferiorità tecnica impegnandosi in combattimenti corpo a corpo. L'andamento positivo della battaglia rafforzò la convinzione dei garibaldini nei propri mezzi ed iniziò a seminare il disordine e la sfiducia nei reparti borbonici, fino ad allora convinti di avere a che fare con bande raccogliticce di uomini incapaci di confrontarsi militarmente. A quel punto l'obiettivo principale diventava il controllo di Palermo: la sua liberazione costò tre giorni di aspra battaglia, con la popolazione insorta sottoposta al bombardamento da parte dell'esercito di Francesco II. Con l'intervallo di un armistizio, il 6 giugno fu sancita la fine del controllo borbonico sulla città. Furono necessari quasi altri due mesi perché i garibaldini, dopo la battaglia di Milazzo, raggiungessero Messina, dove entrarono il 27 luglio.In Sicilia Garibaldi aveva dichiarato di assumere il potere in nome di Vittorio Emanuele, a cui dichiarava la propria fedeltà come re d'Italia in pectore, non come sovrano piemontese, mettendo la monarchia nella posizione di dover rincorrere le scelte dell'avanguardia politica e militare in camicia rossa. Il compimento del processo unitario era quindi parte imprescindibile ed intento esplicito dell'impresa, che assumeva perciò pieno significato solo in quest'ottica. S'imponeva dunque il passaggio dello Stretto, che si riuscì a mettere in atto tra il 18 e il 19 agosto, dando così inizio alla veloce risalita del Meridione continentale. Ai circa 5000 garibaldini sbarcati a Melito, si unirono in Calabria altri 10.000 uomini, a cui si aggiunsero presto alcune migliaia di volontari lucani. Da questo momento si sarebbero aperte falle sempre più profonde nella compattezza dell'esercito borbonico, all'interno del quale, specie tra i comandi, serpeggiava una crescente sfiducia. Oltretutto ai primi di settembre Francesco II decise di lasciare Napoli e di ritirarsi a Gaeta, mentre gran parte delle forze armate della capitale e delle zone limitrofe ripiegavano su Capua. Il 7 settembre Garibaldi entrava a Napoli, mentre le truppe rimaste in città assistevano all'entusiasmo della popolazione. Il fronte si assestava quindi sul Volturno, dove il 1° ottobre si sarebbe svolta la più difficile battaglia sostenuta e vinta, al Sud, dal Generale.

Recensioni

su: Il Corriere della Sera (15/06/2007)

Le rivoluzioni si fanno a vent'anni, o giù di lì. Si fanno (o almeno si cerca, si spera, si crede di farle) quando si ha con sé la forza dell'età, quando il corpo sprigiona energia e il fuoco brucia nella mente. Avevano vent'anni, o giù di lì, i ragazzi che fecero il Sessantotto. Avevano vent'anni, o giù di lì, i loro padri e le loro madri che fecero la Resistenza. E avevano vent'anni, o giù di lì, i ragazzi che quasi un secolo prima, al tempo del Risorgimento, si imbarcarono a Genova con Garibaldi e fecero l'Unità d'Italia. Erano così giovani, e già erano i Mille...La storia dei 1088 uomini (e di una donna: Rosalia Monmasson, moglie dell'esule siciliano Francesco Crispi) che sbarcarono a Marsala nel maggio del 1860, inaugurando l'epopea che entro pochi mesi avrebbe regalato ai Savoia il regno delle Due Sicilie, quella storia è stata raccontata troppe volte perché meritasse di riscriverla in questo 2007, bicentenario della nascita di Garibaldi. Invece, poco o nulla sono stati raccontati i Mille dopo i Mille. Fino a oggi, nessuno storico aveva provato mai a seguire i garibaldini, ad uno ad uno, oltre la soglia dei loro vent'anni: ritrovandone le tracce disperse, quasi pedinandoli nella vita spesso lunga e spesso travagliata che succedette alla loro formidabile giovinezza.È quanto ha voluto e ha saputo fare una storica di Venezia, Eva Cecchinato, nel libro che esce ora per Laterza con il titolo Camicie rosse. Dove l'epopea incominciata allo scoglio di Quarto nel maggio del 1860 vale da punto di partenza per una storia che si prolunga mezzo secolo ancora, e che sfocia in un'altra epopea di un altro mese di maggio: il Maggio radioso del 1915, con l'entrata dell'Italia nella Prima guerra mondiale. Perché i garibaldini non tirarono in barca i remi nel giorno fausto e infausto di Teano, 26 ottobre 1860, quando Garibaldi consegnò a Vittorio Emanuele II il frutto della loro magnifica impresa. Molti fra loro si sentivano dei rivoluzionari, e sentivano che una rivoluzione non poteva finire così, soffocata sotto lo scettro luccicante di un re. Perciò, tanti garibaldini rimasero sul piede di guerra. Giurarono fedeltà al Generale piuttosto che al sovrano. E per anni, per decenni ancora, ebbero voglia di menare le mani.Dopo i plebisciti dell'autunno 1860, che sancirono l'annessione a casa Savoia delle Marche e dell'Umbria oltreché del Mezzogiorno, e dopo la proclamazione del regno d'Italia, nel marzo 1861, ancora restava da conquistare il Lazio, e soprattutto restava da conquistare la Roma del papa-re. Il Risorgimento non avrebbe potuto dirsi compiuto finché il tricolore sabaudo non avesse sventolato sul pennone più alto del Quirinale di Pio IX. I garibaldini restarono dunque mobilitati. E Garibaldi con loro, sempre pronto a smentire l'immagine che la storia andava consegnando di lui, quella del rivoluzionario disciplinato. Da qui, piccole o grandi avventure che il Generale e i volontari poterono interpretare come un sequel della spedizione dei Mille. Nel 1862, lo scontro con il Regio Esercito sull'Aspromonte. Cinque anni dopo, nel 1867, lo scontro con l'esercito francese di Napoleone III a Mentana, presso Roma.La classe dirigente del neonato regno d'Italia non sapeva bene come trattare i Mille non più Mille (e i loro eredi, visto che l'esperienza del volontariato in camicia rossa tendeva a moltiplicare se stessa, si presentava come una successione di leve rivoluzionarie). Da un lato, sotto i governi della destra, si cercò di neutralizzare il garibaldinismo consegnandolo al museo delle cere: si gratificarono con una pensione i cosiddetti «Mille di Marsala», mentre pure si evitava di integrarli in massa nell'esercito. Dall'altro lato, si sottoposero i garibaldini a un'opera sistematica di schedatura poliziesca, gratificandoli di un appellativo che il gergo burocratico dello Stato liberale avrebbe trasmesso tale e quale al gergo dello Stato fascista: la qualifica di «sovversivi».Pensionati o sovversivi che fossero, neppure i Mille non più Mille sapevano bene come trattare se stessi. Lo dimostra una documentazione d'archivio particolarmente istruttiva, fra le tante messe a frutto dalla Cecchinato: le lettere scritte dai garibaldini a uno di loro, il siciliano che veniva già da un passato ed era promesso a un futuro, Francesco Crispi. Sono lettere che parlano insieme la lingua dell'orgoglio e della delusione, della fermezza e del disincanto. Soprattutto, sono lettere che attestano l'incertezza dei garibaldini nel pensarsi come uomini del sistema o uomini contro il sistema. Al deputato Crispi si poteva chiedere di non sotterrare l'ascia della rivoluzione, nella medesima lettera in cui si sollecitava un'italianissima spintarella, per ottenere impiego in qualche ufficio ministeriale...Al pari di altre rivoluzioni giovanili nella storia moderna, quella dei garibaldini fu avventura, chiassata, carnevale, prima e forse più che articolato progetto di costruzione politica o di trasformazione sociale. Basta guardarli, i picari che nell'ottobre del 1867, alla vigilia della sconfitta di Mentana, riescono a conquistare per qualche giorno la vicina Monterotondo: «L'aspetto che offriva il paese - si legge nelle memorie di uno di loro - era veramente strano e pittoresco. Tutte le strade, tutte le case piene di garibaldini vestiti nelle fogge più svariate: la maggior parte in borghese, laceri e coperti di fango, altri con camicie rosse, altri con cappelli calabresi, adorni di penne. Chi era armato di lunghi fucili, chi di piccole carabine, chi di schioppi da caccia, chi di daghe, di pistole, di stili. Era un vero esercito rivoluzionario».Garibaldino per pochi giorni del 1867, il paese di Monterotondo sembra annunciare la città di Alba partigiana del 1944, nei ventitré giorni d'autunno che Beppe Fenoglio avrebbe descritto in un memorabile suo racconto. Non diversamente dai ragazzi delle bande partigiane (denominate, se comuniste, «brigate Garibaldi»), i ragazzi in camicia rossa al seguito del Generale vissero in gruppo uno straordinario rito di passaggio all'età adulta, un rito che quasi da solo valeva la scommessa sul mondo nuovo.Dopo il 1945, le circostanze della politica nazionale e internazionale avrebbero permesso alla generazione dei partigiani di costruire - in una maniera o nell'altra - il loro sospirato mondo nuovo, la Repubblica italiana. Ai Mille non toccò in sorte altrettanta fortuna: il regno di Vittorio Emanuele II non poteva essere il loro. Così, muovendosi dai bagliori della Comune parigina del 1871 ai clangori della guerra russo-turca del 1897, fino alle sabbie di Libia nel 1911-12 e fin dentro le trincee del Carso, una strana coorte di pensionati-sovversivi cercò ostinatamente di finire quella specie di rivoluzione che aveva incominciato mezzo secolo prima. Tra passioni e ossessioni, picche e ripicche, onori e disonori, come si conviene a ogni generazione di reduci.

su: La Gazzetta del Mezzogiorno (19/06/2007)

Per il bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi sono appena arrivati in libreria tre saggi sull'«eroe dei due mondi»: Garibaldi. L'invenzione di un eroe di Lucy Riall; Camicie rosse. I garibaldini dall'Unità alla Grande guerra di Eva Cecchinato; Garibaldi fu ferito. Storia e mito di un rivoluzionario disciplinato di Mario Isnenghi (Donzelli ed., pp.216, euro 14,00). Sinora gli studi storici e biografici sono stati quasi tutti di tipo celebrativo: la nuova Italia appena e precariamente unita ha trovato in lui, eroe dei Mille, uno degli emblemi che più, a livello popolare, potevano essere unificanti. E' nato così un monumento solidissimo che ha avuto ammiratori ad ogni livello e nel corso del tempo (da Dumas a Craxi) che quindi, poi, è andato costantemente autoalimentandosi,Il libro della storica inglese Lucy Riall spiega proprio come e perché sia nato il mito, chi l'ha voluto, chi ne ha beneficiato. Non bisogna, comunque, credere che dal Garibaldi della Riall venga solo una spallata all'icona dell'Unità d'Italia e dell'anticlericalismo. Il libro è essenzialmente da leggere nell'ottica dell'analisi della creazione del Mito, reso tale grazie anche all'aspetto fisico, agli abiti pittoreschi, ma anche ai modi semplici e all'«austero stile di vita che seguiva» e che «accentuarono il fascino seducente di un eroe che non si era lasciato trasformare dal culto di cui era divenuto oggetto».La morte di Garibaldi diede poi una accelerazione al disegno del governo Crispi di trasformare il Risorgimento in un «luogo della memoria» e quindi di formare gli italiani in base a una «educazione politica» in contrapposizione alla «tradizionale fedeltà nei confronti degli insegnamenti della Chiesa cattolica e degli antichi regimi». Lapidi, targhe, placche ne fecero un santo laico, proprio quello di cui si aveva bisogno per santificare il processo politico unitario e laico. Proprio a queste scritte nel marmo (155 in tutto) è dedicato un divertente libriccino di Franca Guelfi. intitolato Dir bene di Garibaldi.Mario Isneghi nel suo libro ne raccoglie l'olografia ma anche le dinamiche conflittuali cui le varie forme del mito diedero vita. Piace e serve il rivoluzionario che sa mordere il freno, disciplinato e rassicurante per la nuova classe dirigente dell'Italia liberale. Ecco perché il mito di Garibaldi può risorgere ogni volta in forme diverse, uomo d'ordine come rivoluzionario libero e intraprendente.

Massimo L. Salvadori su: La Repubblica (22/06/2007)

Walter Maturi, uno dei maestri della nostra storiografia e grande storico del Risorgimento, nel celebre saggio del 1930 su La crisi della storiografia italiana metteva in guardia con la sua sapida arguzia dalla "mania dei centenari". Non che avesse nulla contro di essi; ma ne temeva la deriva retorica, l'insinuarsi delle «tendenze agiografiche ed apologetiche, che la critica storica esorcizza con tanta tenacia». Orbene, siamo vicini ad un bicentenario che fa tremare le vene e i polsi: quello dell'eroe dei due mondi, nato a Nizza il 4 luglio 1807.Come noto, con re Vittorio, Cavour e Mazzini, Garibaldi costituisce una delle massime icone del Risorgimento. Il suo mito personale superò ogni frontiera e si protrasse nel tempo diventando una bandiera contesa dai più acerrimi nemici. Dei quattro l'unico che per questo aspetto gli può essere accostato, pur senza raggiungerlo, è certamente Mazzini, il quale in vita e dopo fu anch'egli oggetto di ammirazione, amore e di culto su scala internazionale. Vittorio Emanuele II rimase un re tra tanti re. Cavour certo lasciò un'orma profonda non solo nel nostro paese; i grandi statisti della sua epoca ne capirono l'altezza, e anche insigni studiosi europei. Ma la stella di Garibaldi brillò come quella di nessun altro.In un saggio del 1997 compreso nel volume da lui curato I luoghi della memoria. Personaggi e date dell'Italia unita, Mario Isnenghi così ha indicato efficacemente il prorompere del mito: «Quando, ormai quarantenne, torna dal Sudamerica in Italia per esser presente al grande appello del 1848 (...) Garibaldi è già un personaggio di notorietà sovranazionale (....). Le sue memorie corrono il mondo in diverse versioni e lingue. Narratori d'avventura quali Alexandre Dumas hanno già additato in quel combattente per la libertà dei popoli il nuovo vivente "moschettiere". Victor Hugo, Georges Sand e tutta una serie di personalità e leader d'opinione collaborano alla sua fama. Romanzo storico, romanzo d'appendice e teatro d'opera predispongono il secolo dei romantici a inverare i propri sogni in quel marinaio ribelle, condannato a morte dal suo re, ramingo da un continente all'altro, figura vivente di un'epica popolare». Ma quali furono i presupposti, i mattoni dell'immensa popolarità di Garibaldi, "pirata" sudamericano, condottiero di volontari che lo idoleggiavano, dittatore, mazziniano e poi duro critico della strategia di Mazzini, prima considerato dai sabaudi un terrorista e in seguito generale al servizio di re Vittorio, democratico repubblicano accusato da una parte degli stessi suoi di aver abbandonato la causa della democrazia e della repubblica nel momento decisivo del Risorgimento, costruttore della nazione italiana e sostenitore della libertà e dell'indipendenza di ogni popolo oppresso ma al tempo stesso internazionalista e fautore degli Stati Uniti d'Europa, massone e anticlericale, oggetto dei maggiori onori ma sdegnoso di tutte le "patacche" di cui non aveva bisogno, Cincinnato nella sua piccola Caprera ma cittadino del mondo e sostenitore della Prima Internazionale, dei diritti umani e sociali dei più deboli, oggetto di due opposte leggende: l'una quella dei suoi devoti e l' altra "nera" dei suoi denigratori in primo luogo cattolici? Quei presupposti, quei mattoni, il segreto dell'immenso fascino di Garibaldi che oltrepassa il suo tempo e il suo mondo sono da vedersi soprattutto negli atti di una vita spesa con tutte le forze al servizio dell'umanità ch'egli considerava la migliore: l'umanità dei variamente oppressi (e non stupisce perciò che quando venne accolto in trionfo a Londra nel 1864, la regina Vittoria non vedesse l'ora che quel poco di buono se ne andasse).Garibaldi era ben consapevole di sé, di essere diventato un capitolo della storia universale, uno dei suoi eroi destinato a non tramontare. Quando lo riteneva opportuno, recitava anche la parte del solitario, sdegnoso degli onori del mondo e dei suoi riti. Ma seppe abilmente, con tenacia,contribuire al mito di chi, avendo iniziato come un "povero mozzo" una "vita tempestosa", come disse nelle sue Memorie, aveva visto se stesso divenire lo stendardo incarnato dei combattenti per la loro libertà in Sudamerica, in Italia, in Francia, nei Balcani, in Polonia, in Russia e ancora in altri paesi. Era un esempio e bisognava fare i conti con un'immagine da trasmettere. Assurto per i molti ferventi seguaci al ruolo di eroe per antonomasia, Garibaldi fu fatto oggetto di un vero culto, dando luogo persino a un mercato di cimeli. E vi fu anche chi lo dipinse mescolando i tratti di Gesù con i suoi.Che dopo la sua morte le parti contrapposte degli italiani si siano contesi Garibaldi non deve meravigliare. Accadde qualcosa di simile anche a Mazzini, ma non così in grande. Ed è soprattutto emblematico quanto accadde negli anni del fascismo, della Resistenza e dei primi anni della Repubblica. Per Mussolini, che aveva l'appoggio entusiastico di Ezio Garibaldi, l'eroe era uno dei suoi, un costruttore ante litteram dell'Italia risorta. All'opposto per gli antifascisti dell'emigrazione (e avevano ragione) Garibaldi era uno dei padri dell'ideale democratico repubblicano, un alfiere dell'emancipazione politica e sociale delle classi e dei popoli oppressi, un nemico dell'oppressione clericale. I comunisti poi si consideravano i figli prediletti del rosso eroe. La contrapposizione sì rinnovò nel corso della guerra civile 1943-45. I comunisti costituirono le loro brigate ponendole sotto l'insegna di Garibaldi, e un'analoga operazione fecero reparti della Repubblica di Salò. Entrambe le parti invocavano un nuovo Risorgimento d'Italia. Dopo il 1945 si rinnovò in grande stile la vicenda, che non aveva mai avuto fine, dell'uso contrapposto dell'icona. Il Fronte popolare costituito da socialisti e comunisti eresse a suo emblema ufficiale la gran testa di Garibaldi e ricoprì con i suoi manifesti i muri del paese. Dallo schieramento avverso si rispose in una duplice chiave: da un lato in luogo del Garibaldi di un tempo che confondeva i tratti del proprio volto con quelli di Gesù i manifesti anti-Fronte mostrarono un Garibaldi i cui tratti si sovrapponevano a quelli di Stalin, dall'altro si raffigurò il condottiero a cavallo che guidava la carica delle vere camicie rosse contro uno spaventato Togliatti, servo dello straniero russo, messo in fuga. Così la vicenda di Garibaldi ha costituito un aspetto assai significativo, uno specchio eloquente delle "divisioni d'Italia".Siamo, dunque, a celebrare, duecento anni dopo, la nascita dell'eroe dei due mondi. Freschissimi di stampa sono appena apparsi due libri interessanti. Il primo è Giuseppe Garibaldi tra storia e mito, a cura di C. Ceccuti e M. Degl'Innocenti, Lacaita editore, a cui ha collaborato una serie di studiosi e nel quale i temi da me sommariamente indicati vengono ben analizzati; il secondo è Camicie rosse. I garibaldini dall'Unità alla Grande Guerra, di E. Cecchinato, edito da Laterza. Ora seguiranno altri lavori. Ed è da augurarsi che almeno gli studiosi si ispirino all'aurea raccomandazione di Maturi.

Marco Guidi su: Il Messaggero (25/06/2007)

Duecento anni fa, il 4 luglio del 1807, nasceva a Nizza Giuseppe Garibaldi. Manifestazioni di ogni tipo sono programmate per celebrarne l'anniversario non solo in Italia ma anche nella sua città natale, oggi francese. Il mito dell'Eroe dei Due Mondi ha percorso come un filo rosso non solo il tempo della sua vita, ma anche gli anni seguenti. Anche in questo dopoguerra, mentre la sua figura si faceva più lontana dalla gente comune, importanti uomini politici come Spadolini e Craxi coltivarono la passione per il generale. A Garibaldi sono dedicati parecchi libri appena usciti, che cercano di analizzarne non solo la figura ma anche l'origine del suo mito che coinvolse, è il caso di ricordarlo, non solo l'Italia ma tutta l'Europa e le Americhe. Proprio alla "creazione" del mito è dedicato il libro di Lucy Riall, storica inglese, Garibaldi. L'invenzione di un eroe e uno del nostro Mario Isnenghi Garibaldi fu ferito. Storia e mito di un rivoluzionario disciplinato (Donzelli, 216 pagine, 14 euro). Ma non è tutto, Eva Cecchinato dedica il suo Camicie rosse agli uomini che seguirono fino alla fine il generale. E l'editore Lacaita pubblica un'opera a più voci, Giueppe Garibaldi, tra storia e mito (211 pagine, 30 euro). Come si vede tre opere su quattro insistono sul mito garibaldino, cercando di analizzarne le origini, le cause e il perdurare. La stessa opera sui garibaldini si spinge fino all'intervento nella Prima Guerra mondiale.Ma la cosa che colpisce particolarmente nella lettura di tutti questi libri è una: Garibaldi, al di là dell'uso spregiudicato della stampa (che si affermava proprio allora come potente strumento capace di influenzare le opinioni pubbliche), dei discorsi, delle lettere, delle centinaia di opere, fu davvero non solo una personalità eccezionale, ma ebbe molte doti. Innanzitutto fu un grande tattico e un brillante stratega oltre che un combattente di un valore quasi incredibile, capace di trascinare con il suo esempio volontari raccogliticci e poco addestrati contro forze sempre superiori. E soprattutto capace, tranne rare occasioni, di vincere quando i suoi "colleghi", i generali piemontesi (ma anche quelli francesi nel 1870) rimediarono una serie di orrende figure per incapacità, impreparazione e stoltezza.Ma anche l'idea che faceva di lui un uomo di grande cuore ma di intelletto limitato va respinta. Certo, egli fu praticamente un autodidatta ma fu uomo di vaste letture e di idee (anche se le sue memorie e i suoi romanzi sarebbe meglio non fossero stati scritti). Egli fu sempre un rivoluzionario, prima mazziniano e alla fine della sua vita una specie di socialista. Ma soprattutto egli fu il solo che seppe trascinare italiani di ogni tipo, ma generalmente professionisti, studenti, intellettuali in imprese apparentemente azzardate. Capita di leggere di gente che, fino a un attimo prima di incontrarlo, mai avrebbe pensato di abbandonare la sua vita e che, dopo averlo solo visto e ascoltato, lascia tutto e lo segue.In realtà Garibaldi fece comodo a molti, prima di tutto al governo piemontese e al re, ed ebbe davvero pochissimo in cambio. Intanto perché raramente capita di incontrare una persona così disinteressata, capace di rifiutare prebende, titoli, onori, terre, e poi perché contro di lui si unirono generali incapaci, politici gretti, burocrati per negare sempre ai suoi uomini il compenso che meritavano.Fu Garibaldi il solo capace di mantenere alle guerre del Risorgimento, da quella del 1849 a quella del 1859, a quella sventurata del 1866, quella partecipazione popolare che altrimenti sarebbe mancata. Fu lui, con mille uomini male armati e malissimo equipaggiati, a conquistare Palermo. Alla fine al suo fianco avrà un massimo di 21 mila uomini contro un esercito borbonico forte di 50 mila soldati. Eppure egli seppe vincere sempre. E colpisce la sua generosità. Dopo essere stato fermato due volte nella sua marcia verso Roma nel 1862 sull'Aspromonte e nel 1867 a Mentana (entrambe per volontà della Francia, anche se la prima furono le truppe piemontesi a ferirlo e bloccarlo), egli accorse in difesa della Francia sconfitta dai prussiani nel 1870. E con la sua scalcagnata armata dei Vosgi ottenne la sola vittoria francese contro i prussiani, a Digione. Certo, Garibaldi non somiglia né agli italiani né ai politici di oggi. Certo la retorica garibaldina fu usata in ogni modo spregiudicato. Dagli interventisti della Prima Guerra Mondiale, dai fascisti, che inventarono un parallelo tra le camicie rosse e le camicie nere. Persino nelle elezioni del 1948 i socialcomunisti usarono il suo volto come simbolo per il voto del Fronte popolare. Ma la sua immagine di uomo valoroso, disinteressato, generoso, capace di rinunciare a tutto per un'idea oggi è così tremendamente lontana da noi. E forse per questo, al di là delle celebrazioni ufficiali, a duecento anni dalla nascita Garibaldi ci risulterà un magnifico estraneo.

Giorgio Boatti su: tuttoLibri (30/06/2007)

In coincidenza col bicentenario della nascita dell'Eroe dei due Mondi sarà interessante vedere chi, più che infrangere con maggiore o minore tracotanza il tabù, peraltro sdrucito, del «dire male di Garibaldi», riuscirà a scriverne bene. Ovvero a accompagnare finalmente il più popolare dei nostri Padri della patria fuori dai luoghi comuni, con un'analisi di innovativa lucidità supportata magari anche da una felicità di scrittura paragonabile a quella con cui un Bianciardi in stato di grazia si misurò con Garibaldi e i garibaldini.La sfida è impegnativa, pari all'altezza del personaggio: carismatico e tutt'altro che inconsapevole di esserlo, come ben dimostra sia l'accurata biografia che gli dedica la studiosa inglese Lucy Riall, autrice per Laterza di Garibaldi. L'invenzione di un eroe, sia il volume, curato da Maurizio degl'Innocenti e Cosimo Ceccutti, Garibaldi tra storia e mito che propone i saggi di diversi studiosi pubblicati dall'editore Lacaita in occasione della mostra fiorentina dedicata al condottiero e aperta a Palazzo Pitti sino al 4 luglio.D'altra parte Garibaldi, oltre alle glorie colte al di là e al di qua dell'Atlantico, è stato, dopo tutto, se non il regista dell'elevazione a potenza politica dell'Italia, perlomeno l'artefice di una somma importante: quella tra le due parti più antagoniste e lontane del nostro Paese.Ovviamente non si sta parlando della sua impresa più nota, quella spedizione dei Mille che nell'arco di pochi mesi, tra il maggio e l'autunno del 1860, pone, dentro il Regno d'Italia in fieri, il Meridione della nostra penisola. Ci si riferisce piuttosto al Garibaldi - messo in evidenza da due saggi appena pubblicati, quello di Mario Isnenghi, Garibaldi fu ferito. Storia e mito di un rivoluzionario disciplinato, edito da Donzelli, e quello di Eva Cecchinato, Camicie rosse. I garibaldini dall'Unità alla Grande Guerra, pubblicato da Laterza - che riesce in un'impresa che ha del miracoloso. La scommessa è quella di far convivere, se non in un comune disegno, almeno in una lunghissima tregua d'armi, monarchici e repubblicani, moderati ed estremisti, conservatori e rivoluzionari: tutti l'un contro l'altro impegnati nell'improbabile assemblarsi di un'Italia unita che cambia volto e connotazione a seconda delle parti che la evocano.Grande merito del saggio di Isnenghi è di collocare Garibaldi - con un'analisi densa e serrata, frutto di un pluridecennale interesse attorno a queste questioni - nel luogo che la storiografia ufficiale per lunghissimo tempo ha preferito rimuovere o non vedere. Isnenghi situa infatti Garibaldi nel ruolo che è assolutamente solo suo, su quel crinale tempestoso che vive, ad ogni tappa significativa della nostra storia risorgimentale, il presagio di una guerra civile fratricida sempre prossima a conflagrare. Un elemento che costituisce la filigrana più rilevante, e scomoda, del nostro Risorgimento e che per carsici percorsi è giunto sino a tutto il nostro Novecento.Pregio rilevante del lavoro di Isnenghi - connotato da una scrittura coinvolgente che per intensità e chiarezza non ha nulla da invidiare alla efficacia comunicativa, anche fuori dai recinti accademici, dei più ammirati storici inglesi o francesi - è di operare una sintesi che va ben al di là della traiettoria garibaldina.Isnenghi coglie infatti gli aspetti più rilevanti della parabola dell'Eroe dei due Mondi ma, soprattutto, individua gli ingredienti che confluiscono nel mito che, ancora vivo, gli viene cucito addosso: sia dai suoi sostenitori più inflessibili sia dagli ex compagni di lotta approdati giudiziosamente, appena messa su famiglia e accolti nella classe dirigente del nuovo Regno, sulle sponde moderate e monarchiche.In questo arsenale che confeziona il mito garibaldino c'è di tutto: simbologie e raffigurazioni letterarie, modalità di comunicazione (il proclama è il tipico format mediatico che il condottiero sa utilizzare con spregiudicata sagacia) e schemi d'azione ripetitivi (la chiamata alle armi dei volontari, le nuove imprese come scossone a un presente troppo lento a uniformarsi alle utopie). Elementi contraddittori e motivi dialettici sopravvissuti, mutando l'eroe di turno, sin quasi ai nostri giorni.Se per Isnenghi Garibaldi è un «Eroe dei due Mondi» - non dei mondi che si collocano tra le rive opposte dell'Atlantico ma quelli che prendono posto dentro la conflittualità di casa nostra - Eva Cecchinato, nel suo Camicie rosse, si spinge oltre. Fa emergere come in realtà le teste calde «estremiste», quei volontari con la camicia rossa che seguono Garibaldi nelle sue svariate imprese, siano, nonostante l'esibita spregiudicatezza e la radicale veemenza che li caratterizza, ben più malleabili, e inclini al compromesso, della coriacea controparte moderata che fa loro da durissimo e grintoso contrappeso a ogni tappa del processo di unificazione nazionale, e ancora dopo.Capitolo dopo capitolo il libro della Cecchinato racconta con ricchezza di dettagli l'estenuata capitolazione delle «camicie rosse», a cominciare dagli stessi Mille (1089 in realtà i volontari partiti da Quarto alla volta della Sicilia) una volta che la stagione eroica si chiude registrando, come si diceva allora, il passaggio dalla poesia delle imprese più ardite - il Gianicolo, Calatafimi, l'Aspromonte, Mentana - alla prosa della politica quotidiana, ovvero al trasformismo di Depretis, al piglio autoritario dell'ex-cospiratore Crispi.Piegati dalle esigenze personali (interessantissimo il materiale fornito sulla collocazione sociale e professionale degli ex garibaldini) i volontari diventano, con poche eccezioni, dei reduci, messi in pensione - se si comportano bene - col modesto vitalizio governativo di mille lire. E si adeguano, più o meno consapevoli, alle esigenze di un potere sempre più cinicamente spregiudicato nell'utilizzare, sino all'interventismo della Grande Guerra, il mito garibaldino.gboatti@venus.it

Francesco Anfossi su: Famiglia Cristiana (01/07/2007)

Giuseppe Garibaldi arriva piuttosto malconcio all'appuntamento con il bicentenario della nascita (nacque il 4 luglio 1807 a Nizza, allora territorio francese). Nonostante detenga ancora il primato di personaggio storico più citato nelle piazze e nelle vie italiane, il ricordo collettivo di eroe nazionale è sempre più consumato dall'oblio.Manca soprattutto la memoria viva, anche se è rimasta quella di pietra: lapidi, busti, monumenti. Sempre più simili però a sepolcri imbiancati. «Garibaldi è ancora il padre della patria? Sulla carta, forse, però nella mente degli italiani è praticamente assente, come del resto tutti i miti risorgimentali. Ma persino il conte di Cavour sembra più in forma, forse per le sue riconosciute attitudini machiavelliche, che non tramontano mai», dice Roberto Cartocci, docente di Scienza politica all'Università di Bologna.Eppure c'è stato un tempo in cui avevano fatto dell'eroe dei due mondi il simbolo sacro dell'Italia laica e repubblicana. La sua fama di patriota supremo nasce ai primi del Novecento, quando, come scrive Lucy Riall, che ne ripercorre la storia in un saggio edito da Laterza, «l'emergere in Italia di un nuovo e agguerrito nazionalismo negli anni che precedono la prima guerra mondiale e la strisciante disaffezione nei confrontidegli ideali del liberalismo italiano finirono in realtà per consolidare lo status mitico attribuito alla sua figura».Vi contribuì persino il vate Gabriele D'Annunzio che ne fece un eroe futurista, un «onnipresente Duce». E Mussolini, che delle idee e della mitologia di D'Annunzio, prima di confinarlo al Vittoriale, aveva copiato praticamente tutto, cercò di fascistizzarlo, con qualche licenza cromatica (le camicie rosse diventarono nere). I Mille rappresentarono la connessione tra militarismo patriottico e unità nazionale. Nel 1932, in occasione del cinquantenario della morte, fu Mussolini in persona a dirigere le celebrazioni ufficiali («nel quale trovarono posto», ricorda la Riall, «vacanze scolastiche, un'esibizione di reliquie a Roma e l'inaugurazione di un monumento sul Gianicolo alla sua compagna Anita»). Il bello è che anche l'opposizione di sinistra di allora aveva fatto di Giuseppe Garibaldi un eroe dell'internazionalismo e della rivoluzione popolare. La camicia rossa è una camicia double face, si abbottona da destra come da sinistra. La indossavano un po' tutti. Una specie di prét-à-porter della storia. Nella guerra civile di Spagna molti volontari italiani che andarono a combattere contro Franco entrarono nelle "Brigate Garibaldi". Qualche anno più tardi, la Resistenza comunista, che si autodefiniva «il secondo Risorgimento», diede uguale nome alle sue formazioni partigiane.Persino nel dopoguerra Garibaldi divenne il mito della democrazia. La sua figura venne incorporata in una specie di religione repubblicana che collegava idealmente Resistenza, antifascismo e Risorgimento. Tanto è vero che era molto amata nel partito azionista. Con i governi di centro, il suo ben noto anticlericalismo, continua la Riall, «venne occultato agli occhi dell'opinione pubblica». Poi, a cavallo degli anni '70, comincia la globalizzazione, che mal si adatta ai miti nazionalistici. L'eroe dei Mille, portato in auge tra internazionalismo e nazionalismo, è stato sopraffatto dal risveglio delle identità nate all'indomani della caduta del muro e della fine dei due blocchi ideologici. A preservarne il culto erano rimasti due politici: Giovanni Spadolini e Bettino Craxi, che se ne contendevano i cimeli. Per l'ex direttore del Corriere della Sera il condottiero, nominato gran maestro della Massoneria era il simbolo delle virtù repubblicane. Per il segretario del Psi era il fondatore del socialismo.«Non sorprende», scrive la storica inglese, «che il ruolo che egli svolse nel celebrare e promuovere la figura di Garibaldi abbia rappresentato il de profundis per il culto garibaldino inteso come "luogo della memoria" per il popolo italiano». Tra i politici di oggi è totalmente assente, tranne in qualche accenno de-vocativo del presidente della Camera Fausto Bertinotti, ma forse per le sue affinità con Che Guevara (come la predilezione per la guerriglia e la rivoluzione), piuttosto che per il governo.La globalizzazione ha prodotto nelle nuove generazioni altri miti e altri eroi. Garibaldi è ormai un eroe stanco, persino i suoi gesti e il suo modo di vestire, la sua camicia, il suo poncho, vengono percepiti come ridicoli. Del resto è difficile trovare un posto nell'Italia di oggi, lacerata dalla questione settentrionale, per il condottiero dei Mille e dell'Esercito meridionale garibaldino (che arrivò a raccogliere 50 mila uomini, lo ricorda in un bel saggio sulle camicie rosse, edito da Laterza, Eva Cecchinato). Un esercito che aveva propiziato la caduta del regime borbonico e che venne poi assorbito dall'esercito del Regno di Sardegna. Qualche anno fa, a un meeting di Rimini, Garibaldi si beccò persino l'epiteto di «terrorista». Umberto Bossi non l'ha mai amato, tranne ricordare che molti dei Mille erano bergamaschi. Come osserva acutamente lo storico Mario Isnenghi in Garibaldi fu ferito (Donzelli) non restano che alcuni intellettuali di orientamento cattolico e la Lega a tenerlo in vita. Ma come antimito, ovvero criticandolo. Osar parlar male di Garibaldi ha prodotto l'effetto di far sopravvivere il povero eroe. Quasi una legge del contrappasso.

Sergio Frigo su: Il Gazzettino (04/07/2007)

Fino a ieri Garibaldi, per gli italiani, era come la mamma: impossibile parlarne male. In occasione della ricorrenza del duecentenario della nascita però (che cade esattamente oggi) anche quest'ultima icona della nostra malconcia identità nazionale viene sottoposta ad un fastidioso tiro al bersaglio, in particolare dai movimenti autonomisti. A parte l'immancabile Borghezio, secondo cui le celebrazioni di cui parliamo sotto sono la «penosa esumazione di un cadavere della Storia», dalla Sicilia arriva il grido di dolore dei vertici del Movimento per l'Autonomia, per i quali con Garibaldi si alimenta un falso mito dell'unità d'Italia, che fu in realtà «una vera annessione», grazie alla quale il Nord povero mise le mani sulle ricchezze di un Sud all'epoca «più ricco e prospero» del resto d'Italia.Non mancano ovviamente all'appello anche i "Veneti in movimento", che in un loro comunicato esaltano polemicamente il 4 luglio americano, festa dell'autodeterminazione dei popoli, «contro la festa per il "brigante dei due mondi", simbolo supremo di politica guerrafondaia anti-veneta».Intanto però per l'"Eroe dei due mondi" le celebrazioni sono in pieno svolgimento, culminando oggi nella commemorazione al Senato e nella posa di una corona di fiori al suo monumento al Gianicolo da parte del Capo dello Stato. Ma iniziative pubbliche - mostre, convegni, pubblicazioni - sono in corso ovunque in Italia, da Palermo a Firenze, e anche a Budapest e in Uruguay. Anche se forse è un po' appannato, infatti, il mito di Garibaldi continua ad alimentare l'immaginario collettivo. Non a caso è il personaggio più citato nelle piazze e vie italiane, essendo presente in più di 5.500 comuni, che spesso conservano anche una statua in suo onore, con lo sguardo immancabilmente rivolto verso Roma.Ma Garibaldi ha prestato il suo nome e la sua inconfondibile effige anche ad uno sterminato merchandising, che comprende fra l'altro una marca di biscotti inglesi, un pesce (rosso come le sue camicie) che vive nell'America del nord, una marca di jeans e una qualità di sigari toscani.Lo storico Mario Isnenghi, che a Garibaldi ha appena dedicato il volume "Garibaldi fu ferito. Storia e mito di un rivoluzionario indisciplinato" (Ed. Donzelli, _ 14), osserva che «il mito di Garibaldi risorge sempre, come la Fenice». Lo ritroviamo infatti nel protosocialismo dell'800 e nell'interventismo della Grande Guerra, nell'impresa di Fiume e nella guerra di Spagna, nella Resistenza comunista e nel Fronte Popolare, nei richiami ideali di Craxi e Spadolini. «Il nostro Paese sembra ricordarsi di lui molto più che di Mazzini, il cui duecentenario, nel 2005, è passato effettivamente un po' sotto silenzio».Quanto al Veneto, i rapporti con Garibaldi e il suo mito ebbero un andamento altalenante, dopo il grande amore degli inizi. «Dopo la sconfitta della Repubblica romana - osserva Isnenghi - egli aveva con sè ancora 4mila uomini, e con loro si diresse proprio a Venezia, per portare aiuto alla Repubblica che ancora resisteva contro gli austriaci. Poi le cose andarono diversamente, ma la linea politica del grande capo guerrigliero era quella». I veneti ricambiarono l'amicizia del Generale accorrendo numerosi all'appello dei Mille: sullo scoglio di Quarto erano quasi duecento, il gruppo più numeroso dopo i 434 lombardi, e il sostegno per l'impresa fu notevole anche nella nostra regione. «Senza contare - spiega un'altra studiosa veneziana, Eva Cecchinato, che a Garibaldi ha appena dedicato il volume "Camicie rosse" - che alcuni di loro erano fuoriusciti dal Veneto per motivi politici, e probabilmente furono registrati tra i volontari con il paese di residenza invece che con quello di origine».Era padovano il garibaldino insieme più puro e intelligente, Ippolito Nievo, nominato in Sicilia viceintendente generale della spedizione, il più acuto osservatore della questione sociale del Risorgimento (nei suoi "Frammenti"), purtroppo scomparso appena trentenne in un naufragio, dopo una delicata missione per conto del suo Generale. «Ma fra i garibaldini veneti - ricorda la prof. Cecchinato - va ricordato anche Alberto Mario, di Lendinara, che pur non avendo preso parte alla spedizione dei Mille ebbe un ruolo importante nella campagna meridionale. Era un uomo di lettere politicamente vicino al Cattaneo soprattutto nel sogno di un'Italia unita ma federale. A differenza di altri compagni d'arme rimase sempre repubblicano, e l'Italia che vide nascere lo deluse molto. Morì esattamente un anno dopo Garibaldi, nel 1883».E proprio alla disillusione subita da molti repubblicani, e alla loro difficile integrazione nel nuovo Stato sabaudo, il professor Isnenghi fa risalire un fenomeno che contribuì alla fine a raffreddare gli entusiasmi del Generale per il Veneto. «Tanto aveva visto i veneti animati dallo spirito rivoluzionario risorgimentale nel 1848-49, tanto poco gli sembrarono decisivi nella liberazione finale dagli austriaci, nel 1866. E si sa che in questi passaggi il confine fra liberazione e occupazione da parte di una forza straniera sta tutto nel livello di partecipazione del popolo. La delusione di Garibaldi fu poi acuita dalla successiva campagna elettorale del 1867, quando gli uomini da lui sponsorizzati furono tutti bocciati nelle urne. Il fatto è che i veneziani e i veneti che avevano creduto in un'Italia unita e repubblicana erano ormai come privi di energie, dopo aver tanto lottato, e poi preda a loro volta della disillusione per la caduta delle loro speranze».Senza contare che in quelle elezioni nel Veneto si manifestò per la prima volta la forza della componente cattolica destinata ad assumere un peso decisivo nel futuro della regione. Una componente con cui Garibaldi non poteva in alcun modo venire a patti.

c.ann. su: La Gazzetta dello Sport (05/07/2007)

Il presidente del Senato Marini lo ha ricordato come un «rivoluzionario disciplinato», in un'Aula disertata dalla Lega, proclamatasi «in lutto». Di sicuro, però, la definizione che tutti conoscono di Giuseppe Garibaldi, di cui ieri è stato celebrato il 200° anniversario della nascita, è quella di «eroe dei due mondi». Abbiamo chiesto a Eva Cecchinato, dell'Università di Venezia, autrice del recente Camicie rosse - I garibaldini dall'Unità alla Grande Guerra perché sia così attuale la figura di Garibaldi. «Contribuendo all'unificazione del Paese nel 1860, ha ridato fiducia agli italiani - rappresentati come inadatti ad affermare i propri diritti se non come mercenari - sulla capacità di determinare il loro destino».Dunque, Garibaldi cambiò la nostra immagine all'estero?«È così. E lo dimostra il successo che egli ebbe negli Stati Uniti e in Inghilterra, affascinati dalla figura di un guerriero moderno che combatteva per degli ideali, in maniera disinteressata, e lo aveva già fatto nelle campagne sudamericane tra il 1830 e il 1840».Per questo, è stato un simbolo popolare in patria? «Di più: fu una sorta di santo laico. Garibaldi colpì le fantasie e i sogni degli strati popolari, si affermò come un personaggio a cui affidare le speranze e i sogni di sviluppo dell'Italia unita. Dopo la sua morte nel 1882, i monumenti che gli vennero dedicati furono molti più di quelli per il re, che pure era stato determinante per l'unificazione».Quanto fu importante invece la Spedizione dei Mille? «Fu fondamentale. Azzardata e imprevedibile, proprio per questo scompaginò i piani. Nel 1860 si voleva fare dell'Italia una penisola frammentata, sotto l'influenza prevalente dei francesi. L'iniziativa di Garibaldi cambiò gli equilibri e Cavour, visto che gli inglesi non si opposero, capì che il momento si poteva sfruttare per convincere i moderati a unificare il Paese».

Bruno Gravagnuolo su: L’Unità (10/07/2007)

Ci avete fatto caso? Stringi stringi lo scorso 4 luglio, duecentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, è stato povero di celebrazioni. Una esangue cerimonia al Senato, qualche breve servizio ai Tg, pochi articoli di giornale e null'altro. In fondo si potrebbe persino esser grati alla gazzarra della Lega a Palazzo Madama e alle castronerie uscite sulla Padania il giorno stesso a proposito dell'eroe dei due mondi, come pure all'appello antigaribaldino a Napolitano del movimento «cattocentrista» di Lombardo. Perché almeno hanno fornito spunti di polemica.E lo stesso vale per la stanca «provocazione» di Ernesto Galli Della Loggia sul Risorgimento «sovversivo» dei democratici, «matrice» delle Br. Querimonia logora, che ha preceduto di qualche settimana la ricorrenza garibaldina e che a modo suo (distorto) l'ha nutrita. Più che «parlar male» di Garibaldi, se ne è parlato poco nel circuito mediatico. Perché questo mezzo silenzio? Forse perché l'Italia è stanca dei suoi eroi monumentali o non ci crede più, anche quando sono autentici, visto l'impiego invalsone. Ma stavolta un motivo più forte c'è stato: Garibaldi era un anticlericale senza se e senza ma. E parlarne davvero avrebbe urtato troppe sensibilità, in epoca di neointegralismi, atei devoti, teodem e laicità dimezzata a sinistra. Ecco spiegato l'arcano. Sicché niente film storici, niente speciali, niente paginate, niente dibattitti. Ad eccezione de l'Unità che offre i Garibaldini di Dumas e articoli vari. E di alcuni libri, tre in particolare, eccellenti. Per chi abbia voglia di affrontare il tema.Ad esempio Il Garibaldi fu ferito di Mario Isnenghi (Storia e mito di un rivoluzionario disciplinato, Donzelli, pp. 215, euro 14). Una storia critica del mito garibaldino e degli usi che ne sono stati fatti, in primo luogo dal trasformismo italico e dall'interventismo nazionalista. E poi il volume di Eva Cecchinato, Camicie rosse (I garibaldini dall'Unità alla grande guerra), che documenta il tratto di massa e niente affatto esiguo dell'élite giovanile, popolare e intellettuale, che circondò e accompagnò il generale. Uno strato internazionalista e ro mantico, con molte donne in prima fila, che crea un immaginario sociale preciso (democratico-radicale) e poi trasmigra a destra nelle generazioni successive, nel mutare delle egemonie politiche (e ci sono note di Gramsci illuminanti su questo). Infine il Garibaldi di Lucy Riall, storica inglese del Risorgimento, che spiega come il condottiero fosse un eccellente «spin doctor» di se stesso, e proprio in ragione di un'acuta percezione da parte sua delle dinamiche politiche interne e internazionali, rispetto a cui il personaggio si «automodula» di volta in volta (sottotitolo L'invenzione di un eroe).Che cosa viene fuori dalla lettura comparata dei tre libri? Intanto, che Garibaldi non era affatto un ingenuo. Un eroe «tonto» e generoso. Ma un vero politico d'azione, che capiva i rapporti di forza nella penisola e che accetta l'egemonia moderata del Piemonte, per mettere in moto la situazione. Entrando anche in un doloroso conflitto con Mazzini, eroe intellettuale del «dover essere». Poi viene fuori che il moto risorgimentale non fu tanto minoritario, e aveva una sua effettiva consistenza, specie nei centri urbani. E ancora: Garibaldi fu davvero un uomo creativo e avventuroso. Per nulla illetterato, con una sua formazione foscoliana e alfieriana, capace di maneggiare l'endecasillabo, oltre a saper capitanare navi e a stendere proclami politici. Da ultimo, la cultura politica di Garibaldi. Filantropico-massonica, socialista, anticlericale, o meglio anti-Vaticana. Come molti democratici era infatti convinto che il cattolicesimo temporale fosse un ostacolo all'incivilimento dell'Italia, e che proprio il ruolo del Papato in Italia avesse impedito la formazione di una coscienza civica e nazionale. E tuttavia Garibaldi non era irreligioso, semmai era «deista» e aveva di buon grado al seguito cappellani militari. E il socialismo? Garibaldi lo intravide, militò per la Comune di Parigi e sognò una democrazia repubblicana innestata su leghe, mutue e cooperative. Insomma, fu un eroe di sinistra, che a conoscerlo bene creerebbe ancora imbarazzi. Meglio «glissare». E così è stato.

Goffredo Fofi su: Internazionale (28/06/2007)

Sappiamo poco della storia d'Italia, per interessi dei poteri maggiori e per l'obbedienza della scuola, prima, e ora per il suo sfascio. Storici dl tutto rispetto tornano a chiarircela, come Isnenghi, studioso della grande guerra, e Cecchinato, sua allieva, che ricostruiscono la storia di Garibaldi e dei garibaldini, le divisioni dopo l'unità, le carriere politiche di alcuni di loro e l'ostinazione ribellistica e internazionalista dì altri. Isnenghi delinea magistralmente la contraddizione originaria di un paese unificato da un piccolo stato, abilissimo nel gioco diplomatico, aiutato però da giovani volontari con sogni ben diversi da quelli dei Savoia. Al centro di vicende che hanno determinato la nostra storia troviamo Garibaldi, male necessario e transitorio per i monarchici: uno sconfitto che morirà da autoesiliato (ma non in clandestinità come Mazzini) e nell'amara coscienza di aver dovuto 'obbedire" al re piemontese, pensando di agire per il bene di tutti. La storia di Garibaldi, dei garibaldini trasformisti o sconfitti copre decenni della storia d'Italia, riguarda anche la 'zona grigia" del popolo e il ruolo della chiesa e, tra fascismo e antifascismo, arriva fino a noi, figli ignoranti.

su: Il Manifesto (04/07/2007)

In occasione dei duecento anni dalla nascita di Garibaldi, il Ministero dei Beni Culturali ha costituito un Comitato nazionale per le celebrazioni del bicentenario, che ha promosso la preparazione di un film, l'allestimento di diverse mostre e l'organizzazione di un Convegno internazionale di studi che si terrà a Napoli il 26-27 ottobre. In coincidenza con l'anno garibaldino» hanno visto la luce anche diverse iniziative editoriali: «Repubblica» e «L'Espresso» hanno mandato in edicola un'opera in otto volumi che raccoglie documenti e immagini sul Risorgimento; Einaudi ha pubblicato l'Annale n. 22 della «Storia d'Italia», dedicato al Risorgimento (a cura di Alberto Banti e Paul Ginsborg), nel quale si presentano nuove prospettive di studio del movimento risorgimentale analizzato soprattutto attraverso gli strumenti della storia culturale (una sezione del volume è dedicata ad Amore e famiglia; una a Esperienze e identità di genere; altre e Rituali e culti patriottici); Donzelli ha mandato nelle librerie «Garibaldi fu ferito. Storia e mito dì un rivoluzionarlo disciplinato», di Mario Isnenghi, che ripercorre le vicissitudini del mito garibaldino nel XIX e nel XX secolo; Laterza, infine, ha pubblicato «Camicie rosse», di Eva Cecchinato, ricostruzione dei percorsi biografici e politici di diverse generazioni di garibaldini dal 1861 alla Grande Guerra; i «Garibaldi. L'invenzione di un eroe», di Lucy Riall, un libro che esce contemporaneamente anche in inglese (per Yale University Press), e che contiene una poderosa analisi del modo attraverso il quale si è costruito il mito di Garibaldi nel corso della sua stessa vita.

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