Password dimenticata?

Registrazione

Home > Catalogo > Schede > Firenze da piccola

Firenze da piccola

Firenze da piccola
Firenze da piccola
con ill.
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2006
Collana: Contromano
ISBN: 9788842080541
Argomenti: Narrazioni contemporanee, Viaggi, turismo e sport

In breve

Piazzale Michelangelo e il David, le Cascine, il concerto di Lou Reed e le puttane, diquaddarno e dilàddarno, il ventre caldo della biblioteca Marucelliana e i Canti orfici di Campana, il caffè delle Giubbe Rosse e Tondelli, il Mac Donald a due passi dalla chiesa di Orsanmichele, Footlocker in pieno centro storico, il tratto di Lungarno appaltato all’ambasciata americana. Vivere a Firenze è un’arte complicata: la città sfida chi la abita a mescolare quotidiano ed eccezionale, giorno dopo giorno.

Leggi un brano

La prima volta che ho visto la piazza Santissima Annunziata senza macchine ho provato una sensazione di freddo e di imbarazzo, come se anch’io fossi nuda. I tossici che stazionavano sbavando sulle scalinate si aggiravano perplessi. Sembrava che avessero tolto anche a loro la coperta. C’era improvvisamente una statua in mezzo alla piazza, e scoprivo adesso perfino che via dei Servi, sbucando in Piazza Duomo, inquadrava una striscia di abside come lo spiraglio di una porta.Quel giorno ho capito che l’impatto estetico della nostra cultura sulla geografia della città non si basa più sull’attività degli architetti, diventati timidi e vittime di una totale mancanza di committenza, ma sulla distribuzione dei divieti di sosta. Niente di quello che è stato costruito negli ultimi quarant’anni a Firenze ha modificato la percezione della città quanto l’aver tolto le macchine parcheggiate dalle piazze del centro storico.La facciata dello Spedale degli Innocenti rivelava la meraviglia del progetto del Brunelleschi, quell’infilata di colonne la cui compostezza estetica sembra una nota sospesa. Nel museo, oltre ad alcuni pezzi di arredo rinascimentali, c’è una Madonna col bambino e un angelo di Sandro Botticelli (attribuita), che da sola vale tutto il museo.Ma perché lo spedale? Sul vocabolario c’è scritto che ‘spedale’ è uguale a ‘ospedale’. Ha la stessa etimologia latina e un identico significato: luogo nel quale si ricoverano i malati. Non è sbagliato, non è come l’aradio. Spedale e ospedale sono la stessa cosa. E allora perché questo si chiama Spedale degli Innocenti? Quando mi chiedono perché certe volte Firenze mi fa venire i nervi, devo ricordarmi questa storia dello Spedale degli Innocenti. La cosa grave non è tanto che cinquecento anni fa si sia deciso di chiamarlo così, ma che cinquecento anni dopo i fiorentini ancora ci tengano. E veglino su questa anomalia come sulla fiamma di una sacra lanterna, che bruci eterna davanti al dio dei patrimoni linguistici. Di nuovo le sentinelle isteriche di guardia al checkpoint di chissà cosa. E attentissime. Noi fiorentini, infatti, abbiamo sviluppato capacità straordinarie, paranormali, che ci permettono di rilevare l’errore. Sarebbe quasi impossibile capirlo dalla pronuncia, perché ovviamente l’articolo confonde. Ma noi, col nostro terzo orecchio rinascimentale, lo capiamo. E lo correggiamo. E quando la gente ci dice: davvero? E che differenza c’è? Noi sorridiamo e ci giriamo, indicando la facciata della chiesa della Santissima Annunziata, con gli affreschi di Pontormo, o l’infilata di via dei Servi, raccontando la storia delle macchine parcheggiate. È talmente radicato il pregiudizio della superiorità culturale di un fiorentino su chiunque, che nessuno insiste. Provate a dire a qualcuno di qualsiasi parte del mondo che siate nati a Firenze. Guardate come reagisce: gli si stampa sul viso un sorriso ebete e da quel momento vi darà ragione per sempre, su qualsiasi argomento. Così la gente ascolta che cosa abbiamo da dire su Pontormo, o sulle Cinquecento, poi va a casa e cerca su google «spedale ». E scopre che è la stessa cosa. Anzi, che google, con pragmatismo americano, suggerisce «forse cercavi ospedale».

Recensioni

Caterina Soffici su: Il Giornale (28/06/2009)


Tutti i fiorentini che se ne vanno da Firenze hanno la presunzione di essere la parte migliore di Firenze e quindi pensano che chi rimane non vale granché. Ovvio, non è vero, e la questione non è così semplice. Però due cose accomunano i fiorentini che se ne sono andati. Primo, un amore-odio per la città difficile da giustificare. Secondo, una distaccata curiosità per cui vuoi sempre e comunque sapere (con molto distacco, si capisce) cosa succede in riva all'Arno. Il cordone ombelicale non si taglia mai, siamo nati nella città più bella del mondo, qualcuno può negarlo? Così quando ti imbatti in un libro scritto da una fiorentina che non vive più là (ergo, parte buona della città), che si intitola Firenze da piccola non si può evitare di dargli un occhio (con molto distacco, si capisce) ma poi di esservi trascinati a tal punto che alla fine pensi: ma la vita di Elena Stancanelli da piccola è identica alla mia.

Il libro è uscito nella collana «contromano» di Laterza, dove vari autori hanno raccontato le proprie città. Alajmo ha sfogliato Palermo come una cipolla, Covacich ha sezionato Trieste, Culicchia ha elevato un inno d'amore per Torino, alla Stancanelli è toccata Firenze. Ma essendosene andata da piccola, lo ha fatto lasciando parlare la memoria. La Stancanelli dice che a volte Firenze le fa venire i nervi. Faccio un esempio perché sono gli stessi nervi che vengono a me. Prendiamo lo Spedale degli Innocenti. Perché Spedale e non Ospedale? «La cosa grave non è tanto che cinquecento anni fa si sia deciso di chiamarlo così, ma che cinquecento anni dopo i fiorentini ancora ci tengano. E veglino su questa anomalia come sulla fiamma di una sacra lanterna, che bruci eterna davanti al dio dei patrimoni linguistici». Poi ci si lamenta se la gente pensa che i fiorentini sono un po' stronzi.

Manganelli diceva che Firenze è sopportabile solo per chi ci è nato. Per gli altri è impossibile. Una città intossicata di capolavori, irrespirabile. «Quegli stranieri che danno di matto sotto la cupola del Brunelleschi sono esseri sani, normali ragionevoli, non sono nevrotici. La nevrosi è Firenze». La Stancanelli conclude che «noi fiorentini siamo portatori di anticorpi che permettono di sopravvivere alla nevrosi della bellezza assoluta. Non siamo stronzi, siamo diversi». Sottoscrivo e procedo nella lettura scoprendo che la Stancanelli è del '65, ha frequentato lo stesso Liceo Michelangiolo nei miei stessi anni, cita persone, amici, aneddoti, discoteche, feste al Tenax, di Neri Torrigiani che si vestiva con la gonna, cita mio nonno che fa a botte con i futuristi di Marinetti alle «Giubbe Rosse» e parla dell'isolotto, cita il professor Mennonna che salvò dal coma il capitano viola Giancarlo Antognoni e che curò anche mio fratello, parla di La Pira il sindaco buono che io me lo ricordo da piccola quando distribuiva il pane ai poveri alla Badia Fiorentina e aveva i calzini bianchi come i preti. Cita l'Albergo Popolare che è in san Frediano e la mia palestra delle medie era proprio lì davanti.

E allora penso che o Firenze è davvero piccina, più che piccola. Oppure che potrei avere tantissime cose in comune, praticamente tutto, anche con chissà quante persone che sono nate nel '65, erano al Miche eccetera. Ma non lo scoprirò mai perché non hanno scritto un libro. E questo è il bello della vita e anche dei libri.

Ricerca

Ricerca avanzata

Catalogo

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su