Password dimenticata?

Registrazione

Home > Catalogo > Schede > Tredici giornalisti quasi perfetti

Tredici giornalisti quasi perfetti

Tredici giornalisti quasi perfetti
Tredici giornalisti quasi perfetti
trad. di N. Mataldi
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2007
Collana: Contromano
ISBN: 9788842078838
Argomenti: Giornalismo

In breve

«Oggi un film che ritraesse fedelmente il lavoro della maggior parte dei cronisti li mostrerebbe seduti in permanenza davanti a un computer, in quello che assomiglierebbe a un call center. Lo spazio per osservare la vita da vicino, per incontrare persone, per gli amori, per le bevute, per le sciocchezze, per le baraonde, per le avventure e per mettersi nei guai, è oggi molto ridotto. Com’è tutto diverso, molto, molto diverso dalla vita dei grandi cronisti.» Curiosità, tenacia, capacità di interpretazione, prosa brillante: i segni particolari di giornalisti quasi perfetti.

Leggi un brano

Come si fa a selezionare i migliori giornalisti di ogni tempo? Beh, se la mia esperienza può servire a qualcosa, non è poi così difficile. Il segreto è, credo, di averne scelto un numero così piccolo, cioè di aver stabilito una soglia molto alta. Se si fosse trattato di selezionare i quaranta migliori cronisti di ogni tempo, sarebbe stata un’altra storia: qualunque bravo reporter avrebbe avuto le sue buone chances per entrare nel novero. Ma una dozzina? Rimane abbastanza facile. E poi per quali ragioni proprio tredici? Perché tanti sono i cronisti che io colloco sul piedistallo più alto del giornalismo.Per prima cosa ho circoscritto la selezione ai cronisti della carta stampata. I servizi radiotelevisivi sono frutto di un lavoro di squadra; fanno affidamento su suoni e immagini – talvolta anche più che sulle parole del cronista – e spesso, per avere senso e completezza, devono essere introdotti da un conduttore o da un annunciatore. Il fatto stesso che lavorassero in squadra mi ha indotto a escludere Woodward e Bernstein del caso Watergate (e i loro direttori, Ben Bradlee e Howard Simons, che in quella vicenda svolsero un ruolo altrettanto cruciale). Sono rimasti tagliati fuori anche gli autori di quelle cronache giornalistiche che prendono la forma di un libro, perché queste presentano margini temporali ampi, con scadenze dilatabili fino alle settimane, se non ai mesi; e, in effetti, come si fa a comparare un testo scritto in due anni con uno sfornato in 45 minuti? E restano fuori pure columnists e commentatori itineranti. Dunque, niente Henry Louis Mencken, esclusione che poteva apparire bizzarra, finché non ho esaminato i suoi pezzi migliori nell’ambito di quella che si può definire – in ogni tempo – cronaca e, strano a dirsi, ho trovato poco.Fissati questi paletti, ho poi scelto i cronisti con l’unico criterio che, da ex capocronista di tre quotidiani nazionali britannici, mi era possibile adottare: ho immaginato di dirigere una redazione «olimpica» e di poter selezionare il mio staff tra i reporter di ogni tempo. E così la maggior parte dei giornalisti qui ritratti è finita nel mio elenco nel giro di mezz’ora, e l’unico cronista di cui fino ad allora non sapevo nulla e che ho «scoperto» durante le mie ricerche è stato Meyer «Mike» Berger, del «New York Times».Vorrei tuttavia elencare anche quei reporter che stavo per scegliere, ma che alla fine non ce l’hanno fatta: Isidor Feinstein Stone (gli ho preferito George Seldes, come esponente dei «guastafeste»), Lincoln Steffens, Marguerite Higgins (grande acchiappa-notizie, pessima scrittrice), Ida Wells-Barnett (la sua denuncia dei linciaggi costituì un evento storico, ma fece la cronista per troppo poco tempo), Gloria Emerson del «New York Times», Winifred Bonfils, Marvel Cooke, Gay Talese, John Pilger del «Daily Mirror» e Robert Fisk dell’«Independent». Forse la prossima volta...Infine, qualcuno farà rilevare l’assenza di qualsiasi rappresentante delle minoranze. La spiegazione è semplice: in questo libro ognuno rappresenta solo il proprio talento e il proprio lavoro. Il sesso, l’aspetto, le preferenze sessuali e i precedenti culturali non hanno giocato alcun ruolo nella selezione. Posso affermarlo in totale onestà, ma è anche vero che mi ha molto turbato il fatto che i volti di questo libro appartengano tutti a cronisti bianchi. Ho così frugato ripetutamente nel mondo del giornalismo alla ricerca di una figura d’eccezione da includere. Ed ero quasi sul punto di inserire Marvel Cook, a spese di qualche collega le cui inchieste e il cui stile erano, a mio avviso, molto migliori, quando mi sono reso conto che, facendo una scelta di tipo paternalistico, avrei sbagliato. Allora mi sono fermato. Insomma, se qualcuno vorrà suggerirmi il nome di giornalisti non bianchi all’altezza di quelli qui presentati, sarò ben felice di scoprirli e di includerli nelle prossime edizioni di questo libro.Una volta scelti quelli che per me sono i più grandi, dovevo ordinarli in qualche modo. Ma come? Con un criterio alfabetico? Troppo noioso. Cronologico? Stessa storia. Allora ho deciso di presentarli secondo una mia personale graduatoria di merito, in parte per semplice gusto, ma anche nella speranza di suscitare un dibattito: non solo sui nomi ma anche sui criteri di bravura nel mestiere di reporter. Nei cronisti che reputo meritevoli di stare nel mio libro io cercavo alcune qualità: l’intensa curiosità nel condurre ricerche – sulla carta, sullo schermo e di persona – approfondendo e dettagliando quanto più nei limiti di tempo a disposizione; la ferma volontà di superare qualunque ostacolo nella ricerca della notizia (o l’accortezza e l’abilità nell’evitarlo); una notevole capacità di interpretare il materiale di cui si dispone (non riflettere sul reale significato di una vicenda resta il peggior difetto del cronista medio); un senso della prospettiva, del contesto e la capacità di percepire che quel che si è scoperto potrebbe non esaurire tutta la storia; la freschezza e l’inventiva nell’uso delle parole (gli spacciatori di luoghi comuni sono pregati di astenersi). La combinazione di queste qualità è cosa rara nel giornalismo (anche se non così rara come pensano alcuni critici); e possederle tutte, a un livello alto, è il criterio che mi ha consentito, in questa ricerca, di separare il grano dal loglio.Ed eccoci finalmente ai motivi che mi hanno spinto a realizzare questo libro. Innanzitutto, da molti anni volevo rendere un omaggio scritto al meglio di una razza – i cronisti – che a mio avviso rappresenta la parte più utile del giornalismo. Senza i cronisti, i giornali (e la società) si nutrirebbero solo di congetture, commenti e chiacchiere. I cronisti sono i nostri cacciatori-raccoglitori, sguinzagliati a cercare notizie fresche, mentre il resto, tutti noi, se ne sta semplicemente seduto attorno al fuoco del bivacco a rimasticare il «grasso» dell’ultima settimana, in attesa del loro ritorno. Seconda cosa, speravo che identificare in un libro i grandi potesse offrire ai cronisti una serie di modelli, o almeno la sensazione che potessero esistere dei termini di paragone che vanno al di là delle loro redazioni o, addirittura, del loro tempo. Terzo, mi piacerebbe pensare che i personaggi di queste pagine rappresentino, per le nuove generazioni di cronisti, non solo punti di riferimento da ammirare e da cui imparare, ma, come avviene nello sport, protagonisti di record da uguagliare e, magari, persino da superare. Dopotutto, nessuna epoca più di quella attuale ha bisogno di cronisti qualificati. A beneficio del futuro è possibile che i cronisti redigano, come si suol dire, la prima bozza della storia; ma per il presente, l’hic et nunc, forniscono qualcosa di ancora più prezioso: la materia prima con cui giudichiamo il nostro mondo e coloro che ricercano il potere al suo interno. E la nostra migliore difesa nei confronti di demagoghi, ciarlatani, agitatori e imbonitori, e verso tutte le menzogne e le mezze verità che questi spacciano, sono i cronisti, specie i grandi.

Ricerca

Ricerca avanzata

Catalogo

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su