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Pecore nere

Pecore nere
Pecore nere
Racconti
a cura di F. Capitani e E. Coen
- disponibile anche in ebook
Edizione: 20177
Collana: Contromano
ISBN: 9788842077978
Argomenti: Narrazioni contemporanee

In breve

La prima generazione di figlie di immigrati, nata o cresciuta in Italia, racconta la propria identità divisa, a cavallo tra il nuovo e la tradizione, una identità obliqua, preziosa, su misura. Quattro voci, otto storie, molte culture. L’incrocio dei mondi e delle esperienze, tra integrazione e diversità, accoglienza e rifiuto. Tra noi e loro. La raccolta è stata curata da Flavia Capitani e Emanuele Coen.

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Nella tasca dei jeans ho questo biglietto. Andata e ritorno, Milano-Madras. Che almeno ci sia, un ritorno. Come sempre, voglio e non voglio. Fino all’ultimo non so cosa deciderò di fare. Vivere nel dubbio e nel rimpianto sta diventando la mia specialità. Andiamo all’aeroporto. Posso ancora prendere il primo autobus che mi riporti a casa. Ma poi passiamo il check-in, controllo bagagli e passaporti. Decolliamo, e staccandomi fisicamente dal suolo mi sento psicologicamente più leggera. Dovrei vivere a tremila metri di altezza, possibilmentesenza appoggiare da nessuna parte. «Hai la testa sulle nuvole», mi dicevano da piccola. Deve essere per questo che non riesco a comunicare con il mio corpo, schiacciato sullaterra. Composto pure lui da due metà divise, da sempre. Ora, nell’altra metà, ci sto tornando. Dall’Italia all’India. Andata e Ritorno. Ritorno. Spero in un’unione. Va bene anche un matrimonio riparatore. Intanto, la prendo un po’ alla lontana.

Non vado esattamente dallo sposo ma faccio visita a suo fratello: non sbarco nel Kerala ma nel Tamil Nadu. Due regioni affiancate, ma ben distinte: nella prima ho mille parenti, nell’altrasolo un amico. Neanche tanto amico. Ma decisamente molto italiano. L’aereo atterra. Andiamo a ritirare i bagagli. La stessa atmosfera umida, calda, squallida e soffocante che mi aveva tolto il respiro quando ero bambina.

Ma allora ero con mio padre, non con il mio fidanzato. E in breve tempo ero stata sottratta alla città, e al suo magma caotico, per trovare riposo in una stanza d’albergo. Di lusso.Dall’architettura moderna e asettica. Di quegli alberghi che puoi essere a Bangkok o a Londra e non ti accorgi della differenza.Gli alberghi con il dono dell’ubiquità, come la cucina internazionale e la Coca-Cola. Sulla bocca di una messicana o sulle labbra truccate di una grassa americana le bolle scendono giù alla stessa maniera e gonfiano la pancia allo stesso modo. Poi l’indigena va a vendere fagioli al mercato e la yankee va a farsi la liposuzione dal chirurgo estetico.Quell’albergo era stato solo una pausa, un breve respiro di sollievo. A cui era seguita una lunga apnea: ci aspettava l’immersione nella casa paterna, con il suo tuffo obbligato nellamarea dei parenti. Dove tutto passava attraverso l’olfatto.Nasi che mi annusavano per baciarmi, invece di appoggiare le loro labbra sulle mie guance. Mentre venivo assalita da odori diversi da quelli a cui ero abituata. Troppo intensi e forti,a stordirmi. E infatti cercavo di non avvicinarmi a nulla e a nessuno, per mantenere una distanza di sicurezza che mi proteggesse dall’estraneo. Dall’irruente sconosciuto. Non sose fosse per questo, ma mio padre era esasperato. Mi comportavo come un oggetto di cristallo in un negozio di elefanti.Ma gli elefanti erano la sua patria e la sua famiglia. Il suo io. Che, forse, stavo offendendo. Non sapeva come gestirmi.E integrarmi. In quel luogo da cui era uscito, non scappato, e in cui era rientrato, portando con sé me: un pezzo del suo presente che tirava calci al suo passato. Così mi ha detto:«Con me, qui, non verrai mai più. Se vorrai ci tornerai da sola quando avrai 18 anni». Avevo in mano un foglio di via.

Quella terra, per me, per troppi anni, ha rappresentato uno spazio irraggiungibile, irreale e immaginario, quasi magico: talmente impalpabile, e inafferrabile, da sembrarmi inconsistente,e inesistente. Uno spazio da evitare con cura, da aggirare. Da non conoscere: cancellare. Uno spazio da escludere, perché da lì ero stata esclusa. Esiliata.L’attrazione verso l’Oriente si spostava verso l’Africa e il Sud America. Andavo in Marocco e in Messico. Un’accettabile alternativa. Un escamotage.

Ma alla fine ero atterrata a Madras. A trent’anni. Con Davide, il mio fidanzato. Senza mio padre: a sua insaputa. Era un blitz, forse un boomerang. E volevo già tornare a Milano.O, perlomeno, andare in Thailandia. La figura, bianca e occidentale, dell’amico che ci aspettava all’aeroporto mi aveva leggermente rincuorata. Ero andata verso di lui. Bisogno dirifugio. Poi la lunga corsa in macchina, di notte. Dalla periferia della metropoli al centro di un paese, tra cani randagi che ululavano e bambini sporchi che correvano. Volevo dormire,dormire, dormire. Dimenticare, dimenticare, dimenticare.Svegliarmi nel letto della mia camera, e fare pipì seduta su un water immacolato. Invece mi accovacciavo su una turca.Non una delle migliori. E di notte saltavo in piedi perché un topo era passato sotto il materasso.

È mattina, usciamo. Le acque sporche, come maleodoranti e fetidi ruscelli, corrono ai bordi delle strade. Al posto dei lampioni, una sfilata di statue induiste che non so riconoscereperché non conosco. Mio padre è cattolico. Kali, Shiva e Visnù, per me, sono sempre state delle immaginette folkloristiche contenute nei portafogli dei fricchettoni italiani. Qui sono religione. Vera. Non posticcia e importata, per dare un’aura mistica a una ruvida volontà di sconvolgersi, in «santa» pace. Qui non si fuma, e non si beve. Gli alcolici sono venduti solo nei locali per turisti. Ma io turista sono, e mi sento.E lì vado a comprarmi la birra. L’amico italiano ha la pessima idea di portarci in un ristorante tipico: solo indiani, si mangia prendendo con le mani il cibo locale contenuto in grandifoglie di banano. Datemi forchetta e piatto, please. Magari anche una pizza, se non vi dispiace. In quel ristorante non ci sono più tornata. È Davide, bianco e italiano, con la sua fascinazione verso tutto ciò che è nero e indiano, ad avvicinarmi, attraverso la sua spontanea partecipazione, a quella cultura che non mi è mai appartenuta. E che da sempre è mia. È lui a mangiare qualsiasi cosa, mentre io dico «No grazie» e poi gli chiedo «Mi fai provare?». Nei miei pasti vado sul sicuro, e ordino quel che si trova in un ristorante indiano a Milano.Mentre Davide rappresenta la zona franca che mi permette di passare da un territorio all’altro senza farmi sbattere contro i confini. Attutendo i colpi. I pregiudizi e le paure.

È lui che diventa amico dei commercianti cachemiri mentre io entro nei loro negozi solo per strappare la merce migliore al prezzo minore considerando la trattativa, con il coltello trai denti, l’unico possibile canale di comunicazione. Ma sono loro che mi curano quando la febbre mi sale a quaranta, e non ho né un letto né delle medicine: ridotta allo stremo delle forze, mi sdraio sui loro tappeti e inghiotto pillole senza nome.Dopo due ore sto bene. Davide intanto chiacchiera con loro, davanti a quello che, per me, è sempre e solo stato il tavolo dei negoziati. E che lui non ha mai visto e vissuto come tale.C’è chi socializza e chi commercia, io faccio parte del secondo plotone.

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