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I disegni di Fellini

I disegni di Fellini
I disegni di Fellini
con una nota di O. Del Buono
con ill.
Edizione: 2004
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842074540
Argomenti: Storia dell'arte, Cinema: storia e saggi
  • Pagine 288
  • 28,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

«Perché disegno i personaggi dei miei film? Perché prendo appunti grafici delle facce, dei nasi, dei baffi, delle cravatte, delle borsette?… Questo quasi inconsapevole, involontario tracciare ghirigori… fare pupazzetti che mi fissano da ogni angolo del foglio… volti decrepiti di cardinali, e fiammelle di ceri e ancora tette e sederi e infiniti altri pastrocchi… insomma, tutta questa paccottiglia grafica, dilagante, inesausta, che farebbe il godimento di uno psichiatra, forse è una specie di traccia, un filo, alla fine del quale mi trovo con le luci accese, nel teatro di posa, il primo giorno di lavorazione.»

Indice

Una vecchia coppia di Oreste Del Buono – Il disegno come pre-testo di Federico Fellini – Dai disegni al film di Pier Marco De Santi – 1 .Il primo fellini – 2. Fellini ’60 – 3. La vena tenera della memoria – 4. Storia di un pinocchio – 5. Continente donna – 6. Federico e dintorni: amici, collaboratori, sogni e scarabocchi – Fonti delle illustrazioniIndice delle illustrazioni

Leggi un brano

Perché disegno i personaggi dei miei film? Perché prendo appunti grafici delle facce, dei nasi, dei baffi, delle cravatte, delle borsette, del modo di accavallare le gambe, delle persone che vengono a trovarmi in ufficio?

Forse l’ho già detto che è un modo per cominciare a guardare il film in faccia, per vedere che tipo è, il tentativo di fissare qualcosa, sia pure minuscolo, al limite dell’insignificanza, ma che mi sembra abbia comunque a che fare col film, e velatamente mi parla di lui; non so, forse è anche un pretesto per avviare un rapporto, un espediente per trattenere il film, o meglio ancora per intrattenerlo. La verità è che non so teorizzare i miei tic, non riesco a riconoscere un sistema nei vari rituali che accompagnano il mio lavoro, anzi, che sono il mio lavoro; e poi ogni film è diverso dall’altro, ognuno ha un suo carattere, un suo temperamento, e quindi un suo modo di stabilire un rapporto con te: alcuni si presentano con una discrezione delicatissima, esitante, ma la loro capacità di coinvolgimento è la più insidiosa perché inavvertita. Altri vogliono sorprenderti, si manifestano con l’esuberanza di certi compagni che per gioco si travestono per non essere riconosciuti; altri ancora hanno un approccio sguaiato, la loro vitalità è violenta, contagiosa, esaltata; ce ne sono poi alcuni con i quali il rapporto subito si configura nelle mene pericolose e affaticanti dello scontro, sono quelli che ti possiedono senza rimedio, perché lì l’intesa, affondata chissà dove, è incontrollabile, indiscutibile.

C’è un film, voglio dire l’idea, il sentimento, il sospetto di un film che porto appresso da quindici anni e ancora non mi ha dato confidenza, concesso la sua fiducia, rivelato le sue intenzioni. Appare puntualmente alla fine di ogni film, sembra voglia riproporsi, farmi capire che ora tocca a lui, rimane qualche tempo con me, mi studia un po’ e una bella mattina non c’è più. Anch’io sono contento ogni volta che se ne va: è troppo serio, impegnato, severo, ancora non ci assomigliamo, e se un giorno ci assomiglieremo chissà chi dei due sarà cambiato. A pensarci bene, di questo film non mi è mai venuta voglia di fare nemmeno un disegnino, uno scarabocchio qualunque; è evidente che quando avrà deciso di collaborare, saranno altri i segnali che me lo faranno intendere.

A volte sospetto perfino che non sia un film, ma qualche altra cosa che non sono ancora in grado di comprendere, e allora mi spavento un po’, ma subito mi conforta il pensiero che probabilmente questo film è soltanto un film-pilota, una specie di bizzarro spirito-guida che ha il compito di introdurre altre storie, altre immaginazioni; infatti quando lui sparisce, al suo posto, immancabilmente, resta il film vero, quello che farò.

Un sogno che ho fatto molto tempo fa, forse riguarda proprio questo chimerico film, o meglio il mio atteggiamento verso di lui, che è fatto di fascinazione e diffidenza, mi rende infervorato e scettico, mi attrae e mi respinge da sempre. Proprio gli stessi sentimenti contrastanti che provavo verso il misterioso cinese arrivato a notte alta con un grandissimo aereo carico di passeggeri. Io ero direttore dell’aeroporto. Stavo seduto dietro il mio tavolo in un immenso stanzone deserto e vedevo attraverso le pareti di vetro le piste illuminate, il cielo stellato e la grande sagoma dell’aereo appena disceso. Come capo dell’aeroporto presiedo anche all’ufficio immigrazione, e sono io che devo concedere il visto d’entrata ai viaggiatori. Mi accingo a farlo, quando tra tutti i passeggeri, uno mi incuriosisce e mi attrae senza scampo. È solo, in disparte, avvolto in un kimono logoro e sfarzoso che gli conferisce un aspetto ieratico e straccionesco. Non ha bagagli. Lieve e solenne si è avvicinato al mio tavolo e ora è dinanzi a me, le mani nascoste nelle larghe maniche, gli occhi chiusi. Guardo il suo volto: è il volto di un orientale, aristocratico e miserabile, i capelli sono unti, sporchi, ha un cattivo odore, di stracci bagnati, di foglie fradice, di sporcizia, ma la nobiltà che emana dalla sua figura, mi affascina e mi sgomenta. Potrebbe essere un re, un santo, ma anche uno zingaro, un vagabondo, reso indifferente al disprezzo degli altri da una lunga consuetudine alle mortificazioni e alla miseria. Un indefinibile sentimento di ansia e di inquietudine mi prende alla gola, mi rende muto, incerto, mi fa battere il cuore. So che lo straniero attende una mia decisione ma non pone domande, non sollecita nessun intervento, non parla. Al mio disagio, alla mia emozione crescente, oppone la silenziosa inequivocabile realtà del suo arrivo, della sua presenza. La circostanza non riguarda lui, ma me; lui doveva soltanto arrivare e ora è qui. Sono io che devo decidere se farlo entrate o no, se concedergli o negargli il visto. Il presentimento che la situazione stia in questi termini inevitabili aumenta il mio turbamento, il mio malessere. Mi trovo a balbettare delle scuse ipocrite, bugie bambinesche; dico che non sono il vero capo dell’aeroporto, che la decisione non spetta a me, io dipendo da altri, più importanti, più competenti, loro sanno cosa fare, non io, che sono soltanto un impiegato. Un sentimento di vergogna e di autocommiserazione mi costringe ad abbassare la testa, non so più cosa dire, guardo smemorato la piccola targa posata sul tavolo con la scritta: «Il Direttore». È sceso un grande silenzio, i passeggeri, laggiù sul fondo, sono una massa muta e indistinta. Non oso sollevare la testa. Mi sembra che sia passato tanto tempo, troppo; una vita. Con laboriosa lentezza costruisco nel sogno questo pensiero: di che cosa avrò più paura alzando gli occhi? Di trovarlo ancora lì, polveroso e scintillante, vicino e irraggiungibile, ancora lì che mi aspetta il misterioso straniero venuto dall’Oriente, o di non trovarlo più?

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