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SOS economia

SOS economia
SOS economia
ovvero la crisi spiegata ai comuni mortali
- disponibile anche in ebook
Edizione: 20092
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842089971
Argomenti: Attualità politica ed economica, Economia e finanza

In breve

Luglio 2007: è la data d'inizio di una crisi che squassa l'economia mondiale e tormenta i sonni di famiglie e imprese. Come tutte le crisi che si rispettano, questa ci tocca non solo e non tanto come notizia, ma anche e soprattutto come persone che la soffrono e ne soffrono. Fabrizio Galimberti parla a chi non sa molto di economia, offre spiegazioni piane e comprensibili di quanto sta accadendo e (presumibilmente) accadrà nel mondo. Perché anche noi, comuni mortali, abbiamo il diritto/dovere di cercare di capire.

Come è possibile che i problemi sorti in un oscuro sottosettore del credito immobiliare Usa si siano ingrossati come una palla di neve? È giusto salvare le banche? E perché allora non salvare anche famiglie e imprese? Chi pagherà per tutto questo? Di chi è stata la colpa? Come ne usciremo? «Il mondo sta pagando un duro prezzo agli eccessi del passato, i sacrifici ci sono e sono pesanti. C’è solo da sperare che i sacrifici di oggi portino domani a un sistema finanziario più sano. Alla fine del primo decennio del XXI secolo non c’è che la speranza che il ‘sistema bancario ombra’ torni al sole, e la finanza torni a essere l’ancella dell’economia invece che un irresponsabile apprendista stregone».

Indice

Introduzione - 1. Una crisi che viene da lontano - 2. Voglia di rischio - 3. Casa, dolce casa... - 4. I nuovi alchimisti - 5. Il contagio - 6. Si salvi chi può - 7. Paga Pantalone? Sì, anzi no - 8. Tre crisi in una - 9. Un altro ’29? - 10. Arrivano i nostri... - 11. Si poteva evitare? – Glossario - Indice analitico

Leggi un brano

Basta tornare col pensiero a due ‘terremoti’ finanziari di tre secoli fa: la crisi dei Mari del Sud nel Settecento inglese e quella del Mississippi nel Settecento francese. In ambedue i casi quelle crisi si dipanarono in un periodo di forte innovazione finanziaria. Tre fra le più grandi invenzioni nella storia economica dell’umanità – la Banca centrale, il mercato azionario e la moneta fiduciaria (cioè svincolata dai metalli preziosi) – videro la luce in quei cent’anni fra i più rivoluzionari della vicenda umana. Fra la fine del Seicento e la fine del Settecento contiamo ben quattro rivoluzioni, tutte cruciali per i secoli a venire: la rivoluzione finanziaria, la rivoluzione industriale, la rivoluzione americana e la rivoluzione francese. La rivoluzione finanziaria vide il sorgere della BANCA CENTRALE in Inghilterra, e, come detto in precedenza, di un mercato azionario e di una MONETA FIDUCIARIA. Questi ultimi sono due armi possenti per il benessere dell’umanità: il mercato azionario permette di separare imprenditorialità e proprietà, consente alle energie imprenditoriali di non essere vincolate ai soldi propri e di poter finanziare le ‘buone idee’ con i capitali di partner meno dotati o meno avventurosi. E la moneta fiduciaria permette di liberare la CREAZIONE DI MONETA dalla ‘schiavitù’ del riferimento ai metalli preziosi: il ‘barbaro relitto’ dell’oro viene sostituito dalla fiducia nel paese, nelle sue risorse materiali (ricchezze naturali, infrastrutture) e morali (qualità delle istituzioni, certezza dei contratti, laboriosità degli abitanti, istruzione, conoscenza, ‘saper fare’...). Non c’è più bisogno, come nel Cinquecento e nel Seicento, che arrivino dalle Americhe bastimenti carichi di oro per aumentare la quantità di moneta. Una economia in crescita ha bisogno di modulare la creazione di moneta sulle esigenze dell’economia e non sui ritrovamenti di oro o di argento. E torniamo al ‘ma’ di cui sopra.

Il mercato azionario e la moneta fiduciaria sono due bellissime cose. ‘Ma’ si prestano ad abusi. Quando a Londra, nel primo Settecento, fu lanciata la Compagnia dei Mari del Sud, questa iniziativa truffaldina (appoggiata dalle autorità, alcune delle quali non sapevano di maneggiare un giocattolo pericoloso, mentre altre lo sapevano fin troppo bene) fu subito imitata, in un mercato non regolamentato e aperto a tutte le avventure e a tutti gli avventurieri, da un incredibile numero di proposte che cercavano capitali per le iniziative più strane (vedi box Vedove, piombo e cavalli).

E anche nel caso della moneta fiduciaria vediamo, all’inizio del suo avvento, quelle striature da ‘giocattolo impazzito’ che caratterizzarono l’avvento del mercato azionario. Con la moneta fiduciaria la tentazione di ‘truffare’ è anche più forte. Basta far girare il torchio e si crea moneta. Ed è quello che successe in Francia. Quasi negli stessi anni in cui Oltremanica impazzava la Compagnia dei Mari del Sud, in Francia le autorità lanciavano la Compagnia del Mississippi, con l’aggravante che qui la bolla di quelle azioni si intrecciò con la creazione di moneta, stampata a piene mani per procurare la liquidità necessaria a sostenere la bolla (vedi il Capitolo III di Economia e pazzia). Charles Dickens (ancora lui), in Una storia tra due città, racconta come nel 1775 «la Francia si lanciò, liscia e sfrenata, nella discesa, fabbricando soldi di carta e spendendoli».

Ci vogliono i semafori

Ho voluto richiamare quei due episodi per sottolineare una semplice verità: tutte le volte che l’innovazione finanziaria crea un nuovo strumento, chi lo maneggia tende a baloccarsi, a vederne i vantaggi e non i pericoli. E in quel gioco di ‘guardie e ladri’ che sono i mercati finanziari (e, come vedremo fra poco, un po’ tutti i mercati) le ‘guardie’ sono sempre in ritardo, perché l’iniziativa viene dai mercati e le guardie sono condannate all’inseguimento. Torneremo con più precisione su questi aspetti: quali innovazioni impazzite hanno rigato la crisi recente, perché la REGOLAMENTAZIONE è mancata, quali meccanismi hanno paralizzato i mercati finanziari. Ma intanto, a conclusione di questo capitolo, affrontiamo una questione cruciale.

Da quando, a metà 2007, è scoppiata la crisi si sono sentite tante imprecazioni e deprecazioni, alcune comprensibili e altre meno. Fra le deprecazioni ‘ideologiche’ una delle più frequenti è quella che dice: questa crisi segna la fine del liberismo sfrenato, quella convinzione che i mercati si regolano da soli e le regole non sono altro che pastoie burocratiche. C’è del vero in questa deprecazione, ma non bisogna esagerare. L’economia di mercato è sempre stata una mezzadria fra pubblico e privato e le regole sono sempre state necessarie. È vero che alcuni economisti – come il premio Nobel Milton Friedman – predicavano una versione estrema del liberismo, ma la maggioranza degli economisti è sempre stata attenta alla necessità di guidare l’economia con due mani: la ‘mano invisibile’ della libertà di mercato e la ‘mano visibile’ delle regole.

Adam Smith – professore scozzese di filosofia morale del tardo Settecento, considerato il ‘padre’ della scienza economica – viene di solito associato alla ‘mano invisibile’. Nella sua opera fondamentale, La ricchezza delle nazioni, scrive: «Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio, che aspettiamo il nostro sostentamento, ma dalla considerazione del loro proprio interesse. Noi ci affidiamo non alla loro umanità ma al loro egoismo, e non gli parliamo mai dei nostri bisogni ma del loro vantaggio». È come se una mano invisibile – scrive ancora Adam Smith – dirigesse gli atti dei singoli verso il bene comune. E questa mano invisibile è la concorrenza. Anche un fornaio disonesto sa che deve dare ai clienti del buon pane a buon prezzo, altrimenti questi andranno da un altro fornaio.

Allora, basta affidarsi al mercato e alla concorrenza, sicuri che la ‘mano invisibile’ trasformerà magicamente il tornaconto individuale in benessere collettivo? Certo che no. L’economia ha bisogno sia di concorrenza che di regole, così come il traffico ha bisogno di semafori. E nessuno lo sapeva meglio di Adam Smith. L’economista scozzese non aveva nessuna illusione sul fatto che, lasciati a se stessi, macellai, birrai e fornai, preferirebbero spendere il meno possibile per la carne, la birra e il pane che poi vendono a caro prezzo, mettendosi d’accordo fra loro. Nello stesso libro in cui esaltava la mano invisibile, il ‘padre dell’economia’ scriveva: «Quelli che fanno lo stesso mestiere di rado si incontrano, foss’anche per divertirsi, ma se si trovano assieme la conversazione volge sempre in una cospirazione contro il pubblico o in qualche modo di alzare i prezzi». Insomma, ci vuole qualcuno che assicuri la protezione dei consumatori e dei risparmiatori nei confronti di chi vuole violare la concorrenza. E questo ‘qualcuno’, negli Stati moderni, è di solito un’autorità pubblica che si occupa della ‘regolamentazione’ dei mercati: mercati dei beni, mercati dei capitali e mercati del lavoro.

Nella crisi che andiamo a spiegare la regolamentazione venne a mancare. E questo per almeno tre ragioni: 1) perché i pericoli dei nuovi ‘giocattoli’ creati dall’innovazione finanziaria non erano stati ben capiti (come era avvenuto in passato con precedenti ondate di innovazione); 2) perché molti politici erano influenzati dal liberismo di una parte degli economisti (il mercato si aggiusta da solo); 3) perché le regole esistenti, che in molti casi avrebbero potuto bloccare i problemi prima che nascessero, furono male applicate. Ma che cos’erano esattamente questi nuovi ‘giocattoli finanziari’? È quello che vedremo nei prossimi tre capitoli.

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