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L'imbroglio fiscale

L'imbroglio fiscale
L'imbroglio fiscale
Edizione: 2005
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842076377
Argomenti: Attualità politica ed economica, Economia e finanza, Saggistica politica
  • Pagine 180
  • 14,00 Euro
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In breve

Le tasse continuano a turbare i sonni degli italiani. Migliaia di leggi, difficoltà insormontabili nella compilazione della denuncia dei redditi, un sistema cervellotico di detrazioni e deduzioni. Nonostante gli sforzi fatti nell’ultimo decennio, ancora paghiamo – spesso senza saperlo – balzelli assurdi. Il governo di centrodestra, che ha vinto le elezioni del 2001 con lo slogan ‘meno tasse per tutti’, non ha risolto la questione fiscale e ha favorito i redditi più alti con le riforme del 2003 e del 2005. Le complicazioni non sono diminuite: anzi, sono stati introdotti sofisticati algoritmi e la riforma, paradossalmente, è stata in parte finanziata ricorrendo all’aumento di una moltitudine di microtasse. Roberto Petrini scatta la fotografia del sistema fiscale italiano: ne esce un quadro desolante dove ancora dominano l’evasione fiscale e le facili scappatoie dei condoni.

Indice

Introduzione – 1. Quanto paghiamo e perché – 2. Il caos fiscale – 3. Macelleria tributaria – 4. Il malessere delle imprese – 5. Tasse, famiglia e Welfare – 6. Dove ha sbagliato Berlusconi – 7. La questione fiscale – Nota dell’Autore – Bibliografia essenziale – Indice dei nomi – Indice dei grafici e delle tabelle

Leggi un brano

Ogni anno un fiume immenso di denaro affluisce nelle casse dello Stato: dalle nostre buste paga, dai piccoli e grandi acquisti di merce, dalle plusvalenze di Borsa al pieno di benzina, dai ricavi delle società per azioni a quelli delle piccole botteghe. Mille rivoli di una rete ampia e complessa, ramificata in tutto il territorio nazionale, contribuiscono a raccogliere il denaro e a depositarlo nei forzieri del Tesoro.

In realtà tutti questi soldi che consegniamo all’erario riescono appena ad arrivare a destinazione perché sono già impegnati per pagare il funzionamento della macchina statale e i nostri debiti. Per avere un’idea più precisa, basta sfogliare i dati della contabilità nazionale elaborati dall’Istat, l’istituto centrale di statistica. Nel 2002, un anno che può essere preso ad esempio perché ci furono poche entrate straordinarie come i condoni o le vendite di immobili pubblici, il totale del gettito fu di 571,6 miliardi di euro. Una cifra insufficiente per mandare avanti lo Stato italiano che ha bisogno ogni anno di circa 600 miliardi di euro per funzionare e che è costretto, per raggiungerli, a indebitarsi sul mercato con Bot e Cct per 28,4 miliardi di euro. Da pagare, infatti, ogni anno ci sono 484 miliardi per gli stipendi dei dipendenti pubblici, per le pensioni e la sanità; circa 72,5 miliardi per gli interessi dell’immenso debito pubblico cumulato nel corso degli anni e 43,5 miliardi per tenere in vita un minimo di politica di investimenti pubblici.

Chi paga il conto dello Stato ogni anno? Se togliamo la parte di nuovi debiti che continuiamo a contrarre emettendo titoli di Stato e che, in qualche modo, andrà a gravare sui nostri figli e sui nostri nipoti, il resto spetta al mondo dei contribuenti attraverso le tasse, ovvero l’oggetto di questo libro. Per valutare quanto pesano le tasse nei vari paesi si utilizza il concetto di pressione fiscale: si tratta di un indicatore che prende in considerazione tutte le imposte e i contributi previdenziali e li rapporta al prodotto interno lordo (Pil), la ricchezza di un paese. Molti si chiedono – e qui è bene aprire una parentesi – perché i versamenti per le pensioni debbano essere calcolati alla stessa stregua delle tasse: la risposta degli studiosi è che i contributi previdenziali vanno a finanziare in modo indistinto una branca dello Stato sociale, il loro destino è svincolato da coloro che li hanno versati, le nuove leggi pensionistiche possono modificarne l’uso, dunque i contributi non danno diritto a una controprestazione diretta da parte dello Stato e in questo senso sono assai simili alle imposte. Stando dunque a questi parametri, in Italia la pressione fiscale resta collocata ai livelli più alti in Europa e nel mondo. Secondo i dati 2003 della Commissione europea è del 42,8 per cento: più alta della media dei dodici partner dell’Ue, situata al 41,5 per cento, più della Germania, dove è pari al 41,4, ma meno della Francia, dove è storicamente più elevata e raggiunge il 45,4 per cento. Generalmente la pressione è più bassa nei paesi europei della costa atlantica, come la Gran Bretagna lib-lab di Blair e la Spagna governata fino al 2004 dal centrodestra liberista di Aznar: a Londra la pressione fiscale è del 36,8 per cento, mentre a Madrid è del 36,6 per cento. Ma abbiamo appena detto che in alcuni paesi il peso delle tasse è maggiore del nostro, serve a coprire le spese di un Welfare State assai avanzato ed è accettato senza soverchi problemi: in Svezia, la pressione fiscale è del 51,1 per cento e, in Danimarca, del 50,2. Un caso a parte sono gli Stati Uniti, dove la pressione fiscale è intorno al 30 per cento ma il prelievo previdenziale è limitato da un importante sistema pensionistico privato che non viene calcolato all’interno del rapporto tra tasse e Pil.

Se si volge, anche per un solo istante, lo sguardo alla situazione fiscale dei paesi più poveri, non si può fare a meno di notare un legame tra tasse e sviluppo civile. La media del gettito fiscale, senza includere i contributi sociali, in America Latina era alla fine degli anni Novanta del 16,50 per cento, nell’Africa subsahariana del 16,74 e nella media dei paesi in via di sviluppo ammontava al 15,81, mentre nei paesi più ricchi dell’Ocse, l’organizzazione intergovernativa di Parigi che studia le economie dei paesi industrializzati, arrivava al doppio, ovvero al 29,28 per cento. A segnare la differenza tra i due gruppi si rileva anche la limitatezza nei paesi più arretrati del gettito delle imposte personali e dirette (il 20,27 delle entrate correnti) rispetto a quelle indirette (34,53 per cento). Lo scarso tessuto civile, la corruzione e l’analfabetismo in molti di questi paesi rendono difficili gli adempimenti fiscali e persino la riscossione di imposte sul modello dell’Iva; predominano, infatti, le tasse sulla produzione e i prelievi sul commercio internazionale.

Tornando all’Italia, la giustificazione storica della forte pressione fiscale è la meno nobile: ha viaggiato di pari passo con l’enorme crescita del debito pubblico, cioè dell’assalto dei partiti alla spesa pubblica, dell’avvento dei boiardi di Stato e delle provvidenze a pioggia nel Mezzogiorno. Nel lontano 1965, primo anno in cui i dati Ocse sono disponibili, l’onere fiscale per gli italiani non superava il 25,5 per cento del Pil, poco meno dell’intera area Ocse che era pari al 25,8 per cento. Gli anni Settanta, segnati da un balzo della spesa pubblica (fra il 1969 e il 1978 nel nostro paese passò dal 35 al 44,5 per cento), furono decisivi: ma, mentre gli altri Stati europei aumentarono la pressione, l’Italia non lo fece, sicché nei due successivi decenni si trovò costretta a una drammatica rincorsa. Nel 1983 la pressione fiscale toccò il 35,8 per cento e nel 1990 il 38,9; nel frattempo il debito pubblico cominciava la sua corsa che lo portava a raggiungere il 120 per cento del Pil nel 1993.

Nel 1996, guardando alla serie storica dell’Istat, la pressione fiscale aveva raggiunto il livello del 42,4 per cento. Come è evidente, un decennio dopo, con l’alternarsi di governi di centrosinistra – che hanno pagato il prezzo delle una tantum fiscali per portare l’Italia nell’Euro – e di centrodestra, le cose sono al punto di partenza: nel 2004 la pressione fiscale in Italia è scesa circa mezzo punto rispetto ad allora; secondo l’Istat, siamo al 41,8 per cento. A conti fatti nel 2001 la pressione fiscale era del 42,2 per cento, è passata al 41,9 nel 2002, poi è risalita al 42,8 nel 2003, quindi è tornata al 41,8 nel 2004. Nel 2005 il governo conta di scendere al 41,2 per cento.

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