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Cosa farò da grande? Il futuro come lo vedono i nostri figli

Adolescenti: il futuro come lo vedono i nostri figli

Cosa farò da grande?
Il futuro come lo vedono i nostri figl
i
di Gustavo Pietropolli Charmet

Cosa farò da grande?

Gli adolescenti in crisi si preoccupano più del futuro che del loro passato.
Non è l'infanzia ma la crescita ciò che li fa più soffrire.
Il compito di tutti noi è quello di restituire loro dei futuri possibili.

In quaranta anni di lavoro psicoterapeutico con adolescenti in crisi e nei colloqui con i loro genitori mi è apparso sempre più evidente che a preoccuparli è anche il futuro, e non solo quel che è loro accaduto nel passato. Non è l'infanzia ma la crescita a farli soffrire. I ragazzi temono di non essere in grado di uscire dall'adolescenza e i genitori hanno paura di non sapere come e cosa fare per aiutarli a smettere di vivere in un eterno presente.

La capacità di sperare che esista un tempo futuro in cui potrà realizzarsi il suo progetto e sarà possibile sviluppare maggiore creatività e amore rappresenta per l'adolescente il requisito per riuscire ad essere sereno e laborioso, impegnato nell'allenarsi ad imparare mestieri e sport, e nel frattempo godere dell'amicizia, dell'amore, dell'avventura, del viaggio, del rischio. Sarebbe bello, naturalmente, se potesse godere anche della scuola e della famiglia, ma è proprio con loro che l'adolescente vuole chiudere la partita per costruire nuovi rapporti sociali ed altri modi di stare in relazione con la propria mente e il proprio corpo, divenuto ormai adulto.

Mentre scrivo queste pagine, cercando di illustrare quale sia la chiave di alcuni comportamenti giovanili, a Londra ed in altre città inglesi gruppi di giovani stanno mettendo a ferro e fuoco il loro quartiere o migrano verso il centro lasciando dietro di sé vandalismi, devastazioni e saccheggi. Ovunque incendi e vetri in frantumi, cittadini sgomenti e operatori televisivi, mentre la polizia cerca di capire il perché si trovi ad affrontare giovani incappucciati che conoscono bene la strategia e la pratica della guerriglia di strada, combattuta senza armi da fuoco e coltelli, solo con sassi, incendi e il lancio di tutto quanto si trovi a portata di mano e che può servire al combattimento, telefoni cellulari inclusi, per tenersi in contatto e coordinarsi.

Qualcuno mi ha chiesto perché succeda tutto questo; ebbene penso che una delle motivazioni sia la seguente: a questi giovani sta morendo il futuro, e allora o protestano o tentano di rianimarlo e di tenerlo in vita. Quasi tutti i commentatori di giornali e reti televisive hanno affermato che si tratta di figli di emigrati di seconda generazione che vivono in ghetti nei quali la disoccupazione e l'abbandono scolastico sono praticamente la regola, circondati da altri giovani, figli della classe media che invece frequentano le scuole o guadagnano lavorando. Questi ragazzi, ai quali è venuto meno il futuro, protestano accendendo un falò visibile da tutti gli abitanti del pianeta e i bagliori dell'incendio parlano di loro, lasciando intravedere la possibilità che questo incendio possa estendersi nei tanti luoghi in cui i ragazzi si trovano nelle medesime condizioni, chiusi in enclave nelle quali si vede assai chiaramente che da quelle condizioni non è facile uscire.

Tutti fanno finta di niente, e così la protesta si accende e inizia la guerriglia urbana, in cui non si fanno morti perché non si usano le armi; ma poi intervengono le forze dell'ordine e, se i disobbedienti rimangono tali o si infervorano ancor di più, allora si cominciano a sentire gli spari, si muore e ha inizio la seconda parte della protesta che diventa una questione fra adulti. Esperti e buon senso comune nutrono dunque la convinzione che un po' ovunque i giovani si sentano ingannati dalla società organizzata dagli adulti e che per loro non ci sia quasi nulla di bello, piacevole, utile e gratificante, soprattutto non ci siano lavoro, riconoscimento, crescita: insomma, futuro. Poveri, derubati dalla gerontocrazia al potere, attaccano per impadronirsi con la violenza, spaccando vetrine, dell'oggetto di consumo, frammento simbolico di ciò che è stato loro rubato dall'imbroglio perpetrato ai loro danni dalle istituzioni: la politica, la scuola, le forze dell'ordine; non dalla famiglia, perché ad essa sono molto legati e protestano anche in nome dei genitori che, arrivati come nuovi schiavi, hanno taciuto e accettato di fare tutti i lavori che la razza bianca non voleva più fare.

Protestano anche i giovani dei paesi arabi del Nord Africa, mescolando alla mancanza di prospettive future anche l'indignazione per gli abusi di potere e i privilegi di dittatori che hanno tradito il proprio mandato e si sono autonominati nuovi imperatori. Anche in questi casi, ingenti manifestazioni di piazza sono degenerate nelle stragi di cui qualsiasi dittatura si macchia nei giorni della protesta popolare.

Il futuro di cui parlo nelle pagine di Cosa farò da grande?, tuttavia, non coincide esattamente con il significato che gli attribuiscono sociologi, psicosociologi, economisti, giornalisti e politici: la dimensione futura che cerco di indagare è di ispirazione psicoanalitica, è l'idea di ciò che auspicabilmente si riuscirà ad essere e fare in un tempo detto futuro. L'autentico desiderio potrà esprimersi ed essere realizzato nella misura in cui si saranno sviluppate le competenze necessarie.

Parlo quindi del progetto di crescita, di cambiamento, di realizzazione di ciò che si avverte come parte più autentica del sé, discuto della fantasia concernente la propria evoluzione verso la pienezza delle capacità di amare e di farsi amare, di lavorare creativamente ottenendo il legittimo riconoscimento economico come espressione concreta dell'essere riusciti a rendersi socialmente visibili e come legittimazione della propria autonomia dopo la lunga fase di dipendenza dalla famiglia di origine. È nel tempo detto futuro che si realizzerà il desiderio che nel presente è fantasticato e soddisfatto illusoriamente, mentre ci si allena per diventare il soggetto capace di avere accesso alla soddisfazione concreta e relazionale.

Proprio perché il futuro è sinonimo di crescita della parte più autentica di se stessi e promette la prosecuzione verso l'alto del processo di conoscenza delle proprie verità, vederlo appannarsi e sparire nelle nebbie di un contesto sociale, economico e culturale che si schiera contro la sua realizzazione, colpisce al cuore il sistema motivazionale e crea un lutto doloroso: assieme al futuro muore la speranza, l'autenticità, il piacere di vivere per crescere e diventare se stessi.

Durante l'adolescenza la passione che investe il proprio futuro è di intensità particolare ed è oggetto di pensieri saturi di emozioni, perché è l'età deputata a decidere cosa si desidera e perciò chi si è, riconoscendo che nel presente è necessario allenarsi per affinare il proprio talento e affermarsi come soggetto sociale in una rete di relazioni valorizzanti. Questo disegno non può essere manomesso se non al prezzo di un intenso dolore mentale, perché la relazione con questo insieme di pensieri è satura di passioni, fra le quali spicca anche la paura di non essere degno di essere riconosciuto. Sicché sono moltissimi i conflitti che nella mente si accendono attorno alla praticabilità del progetto, alla sua legittimità in rapporto al proprio talento e dotazione di partenza e alla propria attitudine ad impegnarsi per realizzare compiutamente gli obiettivi della propria nascita in quanto soggetto sociale.

Gli adolescenti e i giovani adulti hanno una particolare sensibilità nei confronti della qualità del riconoscimento sociale da parte della scuola e dell'ambiente di lavoro. Il diniego, l'indifferenza o l'ostilità con cui la società accoglie chi si affaccia alle sue soglie, promuovono reazioni affettive molto intense. Allorché il contesto di crescita segnala che non c'è più spazio, che non c'è più attesa di nuove energie, che adulti e anziani si sono accaparrati tutti i posti di lavoro, e i ruoli più prestigiosi e si può solo stare a guardare, può succedere che il giovane si arrenda all'evidenza che non gli resta che il presente. Prende allora il sopravvento quella parte di sé che ha sempre dubitato del diritto al riconoscimento del proprio merito e si fa strada un ingiustificato sentimento di colpa per l'insuccesso del proprio debutto sociale.

Può anche succedere che si inneschi una protesta nel quartiere, che attorno alla miccia si raccolga un gran numero di giovani che si riconoscono per ciò che li unisce, – la loro età e il futuro che gli hanno rubato – e che si attivi la rivolta degli esclusi che può degenerare in violenza, là dove manchi una rappresentanza politica e una mediazione sindacale. I motivi sono concreti e di massa, il dolore è individuale, profondo e nasce dalla percezione di essere rimasto a crescita bloccata.

È necessario tenere presente anche questa dimensione simbolica e affettiva della relazione che i giovani hanno col proprio futuro, soprattutto in una stagione in cui la crisi economica e il declino del nostro sistema politico e culturale scarica i propri effetti sulle fasce deboli della popolazione; fra queste, dobbiamo includere i giovani in attesa di essere convocati e che nessuno assume. Durante una sommossa nella banlieu parigina ho letto su uno striscione: "Papà, voglio un posto di lavoro: il tuo"; mi è sembrato illuminante nel sintetizzare la situazione attuale: non c'è posto per tutti e due, decidiamo, o resta fuori il padre o resta fuori il figlio.

È ovvio che l'interazione fra la suscettibilità dei giovani al tema dell'essere attesi, convocati, arruolati nel lavoro con la speranza che il nuovo venuto porti con sé nuove proposte e nuove energie, e l'eventualità di vedersi sbattere la porta in faccia, mette ancora più in crisi il sistema delle motivazioni che spinge il giovane a creare futuro e ad impegnarsi. L'importanza di conoscere meglio di quanto si sappia attualmente la complicata relazione che il giovane intrattiene col proprio futuro potrebbe aiutare ad organizzare con maggiore efficacia le politiche giovanili e individuare canali espressivi più adeguati per dare senso e risalto corale alla protesta.

Quando un adolescente parla del mestiere che gli piacerebbe fare da adulto o descrive il tipo di vita sociale dalla quale si sente attratto, si capisce che sta cercando di integrare le fantasie che faceva da bambino con le competenze sociali che l'età gli mette a disposizione. Nonostante lo slancio adolescenziale verso il futuro, l'ispirazione a definire il proprio ruolo sociale viene in parte da molto lontano nel tempo e nei pensieri.

La domanda stucchevole che certi adulti rivolgono ai bambini: "Cosa farai da grande?", spesso trova i bambini pronti alla risposta come se ci stessero pensando e avessero intuito che all'interno della loro mente esiste una zona in cui si può andare a cercare la mappa del percorso che porterà a raggiungere la meta.

Il ruolo sociale e il mestiere che si vuole imparare si svelano lentamente, ma è come se nella mente si annidasse da sempre una prefigurazione del proprio destino sociale. La domanda degli adulti conferma i bambini nella loro impressione che dovrebbero già aver capito per quale arte o mestiere si sentano predisposti o quanto meno avvertano di essere stati convocati dalla storia della loro famiglia o da un innato orientamento a sviluppare competenze sociali proprio in quell'ambito. D'altra parte, gli adulti sperano di riuscire a indovinare quanto prima le doti o i difetti che segneranno il destino del bambino in modo da ricorrere alle risorse scolastiche capaci di implementare le doti e ridurre i difetti.

Indovinare il possibile futuro dei figli è proprio uno degli obiettivi dei genitori: a volte le loro profezie si avverano, ma in molti casi i bambini diventano degli adulti molto diversi dal sogno o dall'incubo dei loro genitori. Diventano ciò che hanno sempre saputo di essere. Quelli che non hanno capito copiano dagli altri o si inventano la parte.


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Gustavo Pietropolli Charmet, specializzato in psichiatria, psicoterapeuta di formazione psicoanalitica, è stato primario di servizi psichiatrici, direttore della Scuola di Specializzazione in psicologia del Ciclo di Vita e docente di Psicologia dinamica presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca. Socio dell'Istituto Minotauro e presidente del CAF-ONLUS, insegna presso la scuola A.R.P.Ad – Minotauro di Psicoterapia Psicoanalitica dell'Adolescenza.





Commenti  

 
0 # 24-03-2012 17:42
Diventa decisivo proporre ai giovani sfide anziché 'sfighe' magari buttando loro addosso i nostri fallimenti di genitori o insegnanti.Come insegna P.Bourdieu le idee creano realtà e nulla vieta ai giovani di coltivarne i potenziali innovativi impegnandosi ad acquisire le competenze pertinenti. Certo se in mano a politici e persone pubbliche non vediamo mai dei libri la dice lunga sulla loro pessima figura sociale...
 
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