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Abolire la proprietà intellettuale

Copertina Boldrin - Levine (particolare)

Boldrin e Levine: «L'innovazione è possibile
senza il monopolio intellettuale
»

Abolire la proprietà intellettuale

Copyright e brevetti costituiscono un male inutile perché non generano maggiore innovazione ma solo ostacoli alla diffusione di nuove idee.
Negli anni a venire la crescita economica dipenderà, sempre più, dalla nostra capacità di ridurre – e finalmente eliminare – il monopolio intellettuale, liberando la creatività diffusa che esso oggi opprime. Come nella battaglia per il libero commercio, il primo passo deve consistere nella distruzione delle fondamenta teoriche della posizione mercantilista la quale sostiene che, senza il monopolio intellettuale, l'innovazione sarebbe impossibile. È vero il contrario.

È la tesi controcorrente e provocatoria di Michele Boldrin e David K. Levine nel libro Abolire la proprietà intellettuale.

Eccone un estratto.


Pessime idee

A nostro avviso la progressiva estensione del monopolio intellettuale minaccia sia la nostra prosperità sia la nostra libertà, e così facendo minaccia di uccidere la gallina dalle uova d’oro della civiltà occidentale strangolando, alla distanza, l’innovazione.

Potrebbe sembrare una dichiarazione esagerata, che serve soltanto a generare controversie. Ricordiamo però che, nonostante nel 1433 la flotta del grande esploratore cinese Cheng Ho avesse già raggiunto l’Africa e il Medio Oriente, nei secoli a seguire il mondo venne colonizzato dagli europei e non dai cinesi. I monopolisti della dinastia Ming videro nelle esplorazioni di Cheng Ho una minaccia al loro monopolio – che all’epoca era monopolio del potere intellettuale e amministrativo – e lo costrinsero a fermarsi. Questo portò a un regime chiuso verso l’esterno e regressivo al suo interno perché in opposizione a qualsiasi forma di cambiamento: un regime in cui gli imperatori regnavano sotto motti quali «Mantenere la rotta» e «Non far alcunché » e in cui l’innovazione e il progresso non solo si incepparono, ma vennero progressivamente sostituiti dalla stagnazione, dalla regressione e alla fine dalla povertà.

Su scala più ridotta, ma con un impatto non meno reale sulla storia mondiale, scopriamo che la proprietà intellettuale ha ritardato lo sviluppo del motore a vapore, dell’automobile, dell’aeroplano e di innumerevoli altri beni utili. Cosa limita, oggigiorno, il potere legale della Microsoft se non, forse, il potere legale di un altro potenziale monopolista, Google? Dove saranno, domani, le compagnie farmaceutiche capaci di sfidare i brevetti Big Pharma rivitalizzando a un’industria che costa molto, guadagna tantissimo ma non innova quasi più? Dove sono, oggi, gli editori coraggiosi disposti a lavorare con Google Books per diffondere invece di nascondere il nostro patrimonio di conoscenza? Da nessuna parte, per quanto possiamo vedere, e questo è un pessimo presagio per i tempi futuri.

Riconosciuto che potrebbe essere vero che qualche modesto grado di monopolio intellettuale sia superiore alla sua completa abolizione, perché stabiliamo come nostro scopo ultimo la completa eliminazione della proprietà intellettuale? La nostra posizione sul monopolio intellettuale non è differente da quella che la maggior parte degli economisti assume riguardo alle restrizioni del commercio interno e internazionale: sebbene qualche modesta dose di protezionismo possa essere auspicabile in certi casi particolari, è più pratico e utile concentrarsi, come regola generale, sull’eliminazione delle restrizioni; analogamente, mentre qualche lieve traccia di monopolio intellettuale potrebbe essere auspicabile in casi speciali, è più pratico e utile concentrarsi, come regola generale, sull’eliminazione del monopolio intellettuale. Nell’innovazione come nel commercio, un modesto grado di monopolio non è sostenibile: una volta che il lobbista abbia infilato un piede nella porta, l’intera lobby seguirà a ruota e di nuovo ci troveremo davanti un sistema dei brevetti impazzito e un copyright dalla durata assurdamente lunga. Per assicurare la nostra prosperità e la nostra libertà, dobbiamo far uscire completamente di casa l’idea del monopolio intellettuale. Per farlo occorre armarci della medesima e paziente determinazione con cui abbiamo ridotto progressivamente – e non abbiamo ancora terminato – le barriere al commercio internazionale durante l’ultimo mezzo secolo.

L’analogia tra proprietà intellettuale e restrizioni al commercio non è pura retorica, né un paragone casuale. Per secoli, l’innovazione ha assunto la forma della creazione di nuovi beni di consumo, nuove macchine e nuovi modi di produrre cose utili. Ma la trasmissione delle nuove idee da un produttore a un altro e da un paese all’altro non era né veloce, né standardizzata e routinaria come oggi. L’attività creativa si concentrava nella creazione e riproduzione di beni materiali e non nella creazione e riproduzione di idee. Il libero commercio delle merci era dunque uno strumento chiave per stimolare il progresso: più concorrenti si presentavano cercando di vendere scarpe come le vostre, più voi dovevate migliorare le vostre scarpe per continuare a venderle.

Eravamo soliti chiamare questa dialettica progresso economico e, dopo alcuni secoli di dibattiti intellettuali e numerose guerre, le società occidentali sono arrivate a capire che restringere il commercio internazionale è dannoso, perché il protezionismo previene il progresso economico e foraggia tensioni internazionali che portano poi a conflitti armati. Sin dal tardo Medioevo la battaglia si è svolta sistematicamente tra forze del progresso (libertà individuale, concorrenza e libero commercio) e forze della stagnazione (controllo delle libertà individuali, difesa dei monopoli, restrizione del commercio). Ora che la battaglia intellettuale e politica sul libero commercio dei beni materiali sembra vinta e che un numero crescente di paesi meno avanzati sta entrando nei ranghi delle nazioni che, praticando il libero commercio, si sviluppano e si arricchiscono, le pressioni per rendere più forte la protezione della proprietà intellettuale stanno crescendo in quegli stessi paesi che sostenevano inizialmente il libero commercio dei beni materiali. Questa non è una coincidenza.

Molti beni materiali sono già – e nei decenni a venire saranno sempre più – prodotti nei paesi meno sviluppati; molte innovazioni e creazioni hanno luogo nei paesi più avanzati, e le rivoluzioni dell’IT e della bioingegneria suggeriscono che continuerà a essere così. Non è sorprendente, dunque, che una nuova versione dell’eterno parassita del progresso economico – il mercantilismo – stia emergendo nei ricchi paesi del Nord America, dell’Europa e dell’Asia.

Il progresso economico viene dall’avere beni e servizi prodotti nel modo più efficiente possibile, cosicché li si possa vendere al prezzo più basso. Questa regola si applica sia alle cose che compriamo sia a quelle che vendiamo, ed è qui che si annida la trappola del mercantilismo. Molti di noi hanno imparato che il modo più sicuro per ottenere un profitto è «comprare a poco e vendere a molto». Quando c’è un’adeguata concorrenza, il solo modo per cui una persona possa comprare a poco e vendere a molto è essere più efficiente degli altri: questo genera gli incentivi per l’innovazione. La trappola mercantilista arriva quando questa regola, che vale per i singoli individui, si trasforma in una politica nazionale, generando la credenza secondo cui staremmo tutti meglio se il nostro «paese» comprasse a buon mercato e vendesse a caro prezzo. Era questa visione miope e distorta di come funziona il mercato che Smith, Ricardo e gli economisti classici combatterono duecentocinquanta anni fa. In quei tempi i produttori di grano del Regno Unito volevano restringere il libero commercio del grano per poter vendere a caro prezzo: ma questo implicava, necessariamente, che i consumatori inglesi non potessero comprare il grano a buon mercato. Ora, prima di continuare, considerate il dibattito attuale sulla prevenzione delle importazioni parallele di medicine, cd, DVDe altri prodotti tutelati dal monopolio intellettuale: notate un parallelismo?

La variante contemporanea del mercantilismo sostiene che il nostro interesse collettivo è, apparentemente, meglio servito se compriamo i beni materiali a buon mercato e vendiamo le idee a caro prezzo. Secondo questa visione, la World Trade Organization dovrebbe garantire il commercio più libero possibile per i beni, così che noi possiamo acquistare i «loro» prodotti a basso prezzo, e dovrebbe anche proteggere la nostra proprietà intellettuale il più possibile, così che noi possiamo vendere i «nostri» film, software e medicine ad alto prezzo. Ciò che questa follia non vede affatto è che, adesso come tre secoli fa, mentre è un bene acquistare il «loro» cibo per pochi euro, se «loro» acquistano film e medicine a caro prezzo dobbiamo farlo anche «noi». In effetti, come provano medicine e dvd, il monopolista vende a «noi» perfino a un prezzo più caro che a «loro». Questo fatto presenta serie conseguenze sugli incentivi al progresso: quando qualcuno può vendere a un prezzo alto grazie a protezioni legali, non farà alcuno sforzo per cercare metodi migliori e più economici di produzione.

Nei decenni a venire sostenere il progresso economico dipenderà, sempre più, dalla nostra capacità di ridurre – ed eventualmente eliminare – il monopolio intellettuale. Come nella battaglia per il libero commercio, il primo passo deve consistere nella distruzione delle fondamenta intellettuali della posizione mercantilista, la quale oggi insegna che, senza il monopolio intellettuale, l’innovazione sarebbe impossibile. Ci auguriamo di aver contribuito con questo libro a rendere meno credibile questa bugia.



Michele Boldrin e David K. Levine, Abolire la proprietà intellettuale, pp.225-228


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Michele Boldrin è professore di Economia alla Washington University di St Louis. Precedentemente ha insegnato all'Università di Chicago, alla UCLA, alla Northwestern University, alla Carlos III di Madrid e alla University of Minnesota. È fellow della Econometric Society, della Society for the Advancement of Economic Theory e del Centre for Economic Policy Research (London) e direttore accademico della Fundación de Estudios de Economía Aplicada (Madrid). È stato associate editor di "Econometrica" ed editor, tra l'altro, della "Review of Economic Dynamics". È autore, oltre che di libri in inglese e spagnolo, di Tremonti. Istruzioni per il disuso (con altri autori, Ancora del Mediterraneo 2010).

David K. Levine è professore di Economia alla Washington University di St Louis. Precedentemente ha insegnato alla UCLA e alla University of Minnesota. È fellow della Econometric Society, della Society for the Advancement of Economic Theory (di cui è al momento anche presidente) e del National Bureau of Economic Research. È stato presidente della Society for Economic Dynamics, direttore del California Social Science Experimental Laboratory ed editor, tra l'altro, di "Econometrica" e della "Review of Economic Dynamics". È autore di vari libri in inglese, ha pubblicato sulle maggiori riviste accademiche internazionali ed è considerato uno dei teorici economici più importanti della sua generazione.





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