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F. Pace, Passaggi segreti

Passaggi segreti
PASSAGGI SEGRETI
Luglio: nel fitto del bosco...

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Passaggi segreti è il racconto di tante incursioni in luoghi d’Italia solitari e selvatici. Piccoli viaggi che diventano l’occasione per scoprire dimensioni nuove e poco ascoltate di noi stessi. Qui siamo 'nel fitto del bosco tra San Martino di Castrozza e Predazzo'.


Nell’uscire da San Martino, la provinciale mi concedeva ancora di rivolgere lo sguardo a quella catena montuosa. Ipnotica. Incantatoria. Sublime e terribile. Cimon della Pala, Dente del Cimone, Rosetta, Pala di San Martino. Ripetevo, quasi come una cantilena, i nomi di quelle dentature montuose che circondavano le case, silenziose e accovacciate. E poi Vezzana e Bureloni.

Le ripetevo come un insegnante giovanissimo, appena giunto in una classe, cerca di rimandare a memoria i nomi di quei volti dei ragazzi che ha appena incontrato e cerca di capire il prima possibile la loro intima natura. Per non fare errori. Per non sbagliare anche questa volta. E, come un giovane docente, ero caduto anche io già in una specie di simpatia a prima vista per qualcuno di loro, per il Cimon della Pala, prima ancora di conoscerne la storia. Prima ancora di saper nulla di quel che aveva dovuto passare. Ogni volta che lo volgevo verso l’alto, verso la distesa di quella catena montuosa, lo sguardo finiva quasi sempre per andare a cercare le linee del Cimon. Mi rammentavo di un’amica che quelle cime le fotografava dalla pianura, che cercava di continuare a vederle anche quando era dovuta tornare a Venezia. È più facile cadere nella malia dell’incanto, pensavo, che liberarsene. Mentre seguivo le linee che s’aprivano nella strada, come crepe, come fenditure, forse per il freddo dell’inverno, per l’incuria, superai le ultime abitazioni del paese. Il legno, il bianco, i tetti acuminati. I tappeti stesi sulle ringhiere dei balconi. Uno, due, tre ciclisti, che ostinati nelle loro curve schiene spingevano sui pedali. Risalire la vetta. Andare più in alto. La foga, il desiderio. Poi svoltai seguendo la freccia che indicava Passo Rolle. Fu così rapido il piegarsi della strada, il girare su se stessa, l’inerpicarsi, che quasi mi sorprese poi l’inoltrarmi già nei boschi. Attraverso il cruscotto, mi venivano incontro gli abeti, rapidi, pensosi e frementi, per mostrarmi le loro punte aguzze mentre venivano lambite dalla luce del sole radente e le radici se ne stavano nel fondo precipitoso, cupo, umido e scosceso della montagna.

A invitarmi a cena era stata una coppia di amici, Giovanni e Luisa, che proprio in quei giorni erano stati attirati fino a Predazzo, fino a quel cumulo di case che stava dall’altra parte della valle proprio nel cuore della Val di Fiemme, da un’improvvisa relazione d’amore che era nata tra il proprio figlio, poco più che diciottenne, e una ragazza del luogo. Lui altissimo, ciondolante, interrogativo. Lei piccolina, esile e gentilissima. I primi incontri. Gli inganni e gli incanti. L’attrazione, l’incomprensione e la seduzione. I due giovani si erano appena veduti qualche volta e ciascuno sembrava contenere dentro di sé proprio quello che desiderava ci fosse dentro l’altra. Era l’anelito che prima o poi scuote ciascuno di noi, era il desiderio di quel che non riusciamo a raggiungere, quel che di prezioso sembra in serbo per noi ma sta nascosto nel corpo e nella mente di un’altra persona che ancora non conosciamo e non sappiamo se, nel breve arco della vita, riusciremo a trovare. Non sappiamo ancora, o forse non sapremo mai, se dovremo, invece, accontentarci, inconsapevolmente, della illusione di averla trovata. Senza certezze, senza convinzioni, forse meravigliati daquella stessa meraviglia, forse abbacinati dallo splendore deiluoghi, dal mistero dei boschi, dalla vasta profondità del cielo,dall’odore del legno, dalla freschezza delle lenzuola delle stanze degli alberghi accovacciati ai piedi delle Dolomiti, o forse preoccupati da quell’anelito che ci spinge a cercare qualcosa nell’altra, i genitori avevano seguito il loro altissimo e ciondolante figliolo fino a Predazzo.

Sempre i genitori finiscono per seguire i propri figli. Sempre cercano di anticipare i passi che compiranno le proprie creature. Fino a che possono. Fino a che, a loro volta, i passi dei loro figli diventeranno così ampi che i genitori, anche loro creature di altri genitori, non potranno fare altro che lasciarli andare. Avevo ancora, negli occhi della mente, l’eco dello splendore rosato, incantevole, ipnotico del Cimon della Pala, mentre salivo, curva dopo curva, tra l’odore verde dei prati, l’umido del bosco e la tentazione che esercitavano le fughe delle stradine in terra battuta che quasi a ogni curva, che si piegava a gomito, dipartivano per inoltrarsi nel denso del bosco. Lo strano misterodella luce che filtrava tra le ramificazioni. Il bosco è uno spazio che meraviglia per ciò che è, ma anche per quel qualcos’altro a cui allude e rimanda, per ciò che intende sempre celare. A ogni passo si ha la percezione di arrivare più vicino, di stare per intravedere quel che viene tenuto nascosto. Si intuisce la possibilità di raggiungere il luogo da cui arriva la luce. O il nucleo stesso del bosco, lo spazio segreto, il centro più profondo. Quel che l’altro sembra contenere dentro di sé. Ma più si avanza e più il bosco ricrea se stesso, si perde, si dirada, si infittisce e si ostina ad allontanare i confini del proprio limitare. Quanto più lo inseguiamo, quel confine, e tanto più il bosco relega quel che c’è al di là, ancora più in là. Infine scompare, quasi spaventato. Infine s’arresta, d’improvviso, davanti alle case, alle strade, alle prime voci degli uomini, al voltare di una curva.

Giravo e rigiravo. E la strada era una lingua che serpeggiava tra l’inclinarsi delle vette. Saliva. E gli abeti, da una parte e dall’altra, stavano con le radici aggrappati alla terra per non scivolare via. Ogni tanto anche la strada pareva prendere un po’ di respiro e si lasciava andare quasi pianeggiando, come se volesse lasciar guardare chi guidava, con maggiore attenzione, gli abeti nella loro altezza mentre svettavano precipitosamente verso l’alto. Passai sul rio Marmor. Un secco greto fatto di pietre. Più andavo e più gli abeti sembravano avvicinarsi al ciglio della strada, quasi a voler ricreare la fitta trama del bosco, nonostante l’auto, nonostante la velocità. Lo stormo delle punte aguzze degli abeti che si sospingevano

tutte insieme verso l’alto davano l’illusione che il nutrimento, che dava loro modo di crescere, non arrivasse dal profondo, dalla umidità sotterranea delle proprie radici, quanto piuttosto dal cielo, da quel che li attirava verso l’alto. M’era tornato in mente così, a cospetto di quegli abeti, di quando, da piccolo, molto più piccolo del figlio altissimo e interrogativo di Giovanni, mi arrampicavo sugli alberi. Un ricordo che avevo rimosso del tutto dalla memoria. Accade così. Gran parte di quel che abbiamo vissuto non rammentiamo neppure di averlo vissuto. E per lo più ci sembra naturale che quel fiume di giorni, una volta attraversato, fluisca nel mare della dimenticanza. Solo a tratti ci viene concesso di riavvicinarci a quel che più di ogni altra cosa ci è appartenuto. Ero così piccolo che forse neppure arrivavo al ripiano del tavolo.

Guidavo e risentivo sulla pelle, per la prima volta, l’eccitazione e l’ebbrezza di quelle imprese solitarie e inebrianti. L’arrampicata come una questione che aveva a che fare soprattutto con il corpo. Arrampicarsi era una gioia, uno sfogo. Una rabbia. Un anelito animalesco, antichissimo e primordiale, di cui nessuno era partecipe. L’impresa a cui mi accingevo lontano da tutti. Dapprima con le mani cercavo il ramo più vicino, quello a cui arrivavo appena e che mi permetteva di staccarmi da terra. Già dopo quel primo passo, dopo averafferrato un braccio vegetale, ero in una dimensione diversa. E allora salivo di ramo in ramo. Con una perizia sconosciuta, con una lentezza che si alternava a gesti rapidissimi. Il timore di cadere, il fitto e articolato mondo che dipartiva dal tronco e si sospingeva orizzontalmente verso l’esterno in ricami e giravolte.


Federico Pace, Passaggi segreti




Federico Pace è scrittore e giornalista.

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