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Francesco Guglieri - Leggere la terra e il cielo. Letteratura scientifica per non scienziati

Particolare di copertina
Letteratura scientifica per non scienziati

Leggere la terra e il cielo

Un viaggio tra le meraviglie dell’universo, usando i classici della letteratura scientifica come bussola. Un’ode alla curiosità infinita degli esseri umani.


I libri di scienza ci ricordano che la realtà con cui abbiamo a che fare è una, per tutti, e ci richiamano alla complessità dei fenomeni. I libri di scienza ci obbligano a pensare la complessità. Non ad averne paura.

Così ho messo insieme un canone personale e sentimentale, una guida per costruirsi una biblioteca scientifica minima. Il mio non è uno sguardo da scienziato, non lo sono, ma è uno sguardo alle cose di scienza da scrittore, da letterato, da umanista. In ultima analisi, uno sguardo da lettore. La lettura è uno dei pochi spazi di libertà: libertà di immaginare e di imparare, certo, ma non solo. Leggendo facciamo esperienza della solitudine, impariamo «a stare soli», come dice Jonathan Franzen, ed è solo in questa solitudine che misuriamo la distanza tra noi e le cose, tra noi e gli altri.

Riflettendo sulla sua condizione di lettore, Franzen scrive: «come potevo non sentirmi estraniato? Io ero un lettore. La mia essenza mi aspettava da sempre, e adesso mi dava il benvenuto. D’improvviso mi accorsi di quanto fossi ansioso di costruire e abitare un mondo immaginario. Prima quell’ansia mi era sembrata una solitudine nella quale avevo rischiato di morire. Ma adesso come potevo pensare di dover guarire per sentirmi a mio agio nel mondo “reale”? Non serviva una cura, né a me né al mondo; l’unica cosa che necessitava di cure era la consapevolezza del mio posto nel mondo. Senza quella consapevolezza – senza un senso di appartenenza al mondo reale – non si poteva essere felici in un mondo immaginario». E in questa solitudine siamo disponibili a farci invadere da ciò che non conosciamo, ci apriamo all’imprevisto, all’accoglienza di ciò che non sapevamo sarebbe giunto. Senza solitudine non c’è libertà.

Ma i libri di scienza ci allenano anche a un altro tipo di libertà. Verso la fine degli anni Settanta, Italo Calvino rispose a una piccola polemica che si animò sulle pagine del «Corriere della Sera»: l’astronoma Margherita Hack lo aveva accusato di aver travisato alcuni concetti relativi, guarda un po’, proprio ai buchi neri partendo da un articolo di Kip Thorne. La Hack aveva senz’altro ragione nello specifico ma, rispose Calvino, il punto era un altro: lui «usava» la scienza in un altro modo. La usava come una straordinaria riserva di caccia per l’immaginazione, una palestra per l’esercizio della fantasia. «Per uno che pensa per immagini», scrive Calvino nella sua replica, «e che va continuamente in caccia di immagini al limite del pensabile, questo è un duro colpo [l’invito della Hack a non occuparsi di buchi neri]: come incontrare un cartello di “caccia vietata” in un bosco (la scienza) che per lui è una riserva di pregiata selvaggina». D’altronde, prosegue, «il pensiero per immagini funziona secondo il meccanismo dell’analogia, riducibile a contrapposizioni molto semplici: il dentro e il fuori, il pieno e il vuoto, la luce e il buio, l’alto e il basso, e così via. E può accadere alle volte che queste strade incrocino quelle della scienza di oggi, o le accompagnino per un tratto».

Pare che anche Coleridge, il grande poeta del Romanticismo inglese, seguisse le lezioni di chimica alla Royal Institution. Quando qualcuno gli domandò perché si sottoponesse a quel tormento, Coleridge avrebbe risposto: «Per arricchire la mia riserva di metafore». Basterebbe un breve, parzialissimo elenco di come la scienza ha provato a verbalizzare le proprie scoperte e ipotesi per capire quanto, a produzioni di metafore, gli scienziati non sono secondi ai più visionari tra i poeti: luce zodiacale, rumore cosmico di fondo, singolarità, campi, orizzonte degli eventi, rumore bianco, stringhe, spazio curvo, dimensioni arrotolate, rottura della simmetria, punti di fuga, modelli ombelicali, nodi infiniti, polvere di Cantor...

Tra le libertà di cui un lettore fa esperienza, c’è anche quella di usare i libri in maniera diversa da quello per cui sono stati scritti. Dirottarli. Hackerarli e usarli per tutt’altro: un buco nero può parlare della comunicazione, la fisica quantistica della memoria, l’estinzione ci illumina sul nostro rapporto col tempo, il cambiamento climatico è anche un modo per vedere quanto abbiamo smesso di pensare al futuro.

Leggere la terra e il cielo non ha la pretesa di essere esaustivo, di esaurire un argomento quasi infinito, né quella di operare una selezione “oggettiva” – qualsiasi cosa voglia dire – dei libri di scienza. Non troverete i libri più belli o tutti i più importanti: troverete quelli che sono i più belli e i più importanti per me. E non sono rappresentati nemmeno tutti i campi del sapere scientifico. Ci sono diciannove titoli: più o meno i libri che si possono leggere in un anno, senza sforzarsi troppo e concedendosi il giusto tempo per assimilare e approfondire cosa c’è scritto. Immaginatelo come un anno di detox intellettuale, un corso accelerato per imparare a tenere gli occhi aperti davanti al nuovo.

Scrivendo di questi libri mi sono accorto che, titolo dopo titolo, andavano a costruire una specie di mappa, o forse, meglio, l’asterismo di una costellazione: singole stelle che rivelano un disegno, una figura ulteriore, quando le si collega fra loro su quel grande foglio oscuro che è il cielo notturno. Messi in fila, in altri termini, questi libri tracciavano una piccola storia dell’universo, dal Big Bang ai misteri della cosmologia, alla natura ultima dello spazio e del tempo, ai più grandi e affascinanti corpi celesti, come i buchi neri, via via fino alla formazione del sistema solare, al sorgere della vita sulla terra, alla sua evoluzione, all’apparizione dell’uomo, all’emergere della coscienza e alle domande sulla sua essenza, al formarsi dell’idea di pianeta, di natura, di globalità, fino all’oggi, alle scelte davanti a cui l’emergenza climatica e le estinzioni di massa ci mettono, fino al domani, alla necessità di tornare a immaginare il futuro.

Mi chiederete: ma alla fine di cosa parla Leggere la terra e il cielo? Un modo veloce di dirlo potrebbe essere questo: parla dell’inevitabile impossibilità di capire del tutto quello che sta succedendo intorno a noi, l’inevitabile tentativo di farlo, e l’imprevisto piacere che ne deriva. Parla di scoperte, del piacere di inoltrarsi in interi mondi che non conosciamo. Parla della curiosità e di come prendersene cura, di questa curiosità. Di come nutrirla e farla crescere. Parla della disponibilità ad ascoltare storie e idee apparentemente lontane da noi. E parla della disponibilità ad ascoltare in generale, perché, se saremo lettori curiosi e disponibili, forse saremo anche persone un po’ più curiose e disponibili. Non è detto, ma è senz’altro un buon inizio. Parla di meraviglia e stupore, ma parla anche di paure e preoccupazioni.

Parla del nuovo sublime e di come, se vogliamo, può cambiarci la vita.



Francesco Guglieri, Leggere la terra e il cielo. Letteratura scientifica per non scienziati



Francesco Guglieri, saggista ed editor, post doc in Letterature comparate, ha lavorato alle università di Torino e Genova.

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