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Sandra Petrignani - Lessico femminile

Particolare di copertina:
Sandra Petrignani, Lessico femminile

Lessico femminile


Alla ricerca di un senso della vita indagato da una prospettiva femminile, Sandra Petrignani compie un viaggio fra le parole di scrittrici e filosofe: Virginia Woolf, Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Marguerite Duras e moltissime altre.


Sempre più spesso mi trovo a riflettere sul fatto che il pensiero delle donne è inseparabile dalla materialità delle cose, dall’urgenza della vita. Forse è per questo che di rado è astratto. «Della vita di un genio al quale, se avesse albergato in un corpo maschile, sarebbero stati tributati fama, alte cariche a corte e l’onore di comparire nelle cronache storiche dell’epoca, non rimangono che rari e nebulosi dati», leggo in una nota al libro di Sei Sh?nagon, scrittrice giapponese vissuta intorno all’anno 1000, la regina delle cose di poco conto.

È riuscita a comporre un libro intramontabile, le Note del guanciale, una specie di summa zen del suo pensiero di dama di corte, semplicemente facendo il catalogo dei suoi mesi preferiti, dei ponti e dei villaggi dal «nome più grazioso», delle «situazioni preoccupanti», di quelle «scoraggianti» o delle «cose deludenti». Eccone qualche esempio:

Cose che scorrono veloci

Una barca con la vela spiegata. I nostri anni. Il susseguirsi della primavera, dell’estate, dell’autunno e dell’inverno.

Cose il cui nome incute timore

Azzurri abissi. Valle a imbuto. Assi-pinne. Metallo nero. Spirito della terra. Il Tuono Temibile, non soltanto di nome, ma anche di fatto. Tempesta di vento. Nubi funeste.

Cose brutte e luride

Le lumache. La punta di una scopa su un pavimento di misero legno. Le tazze di lacca degli appartamenti dei nobili.

Di Sei Sh?nagon, dunque, sappiamo solo che era figlia di un noto intellettuale esperto di poesia e che condusse una vita sentimentale spregiudicata. Ebbe un marito e un figlio. Si separò, e collezionò molti amanti. Fu stimata dama di compagnia dell’imperatrice Sadako, e anzi fu Sadako a regalarle i preziosi fogli di carta su cui scrivere le sue note. Erano così tanti che Sei Sh?nagon osservò che avrebbe potuto usarli come guanciale. Diceva infatti una poesia: «Ormai questo vecchio segretario dorme con gli scritti come guanciale sotto al capo canuto». Da qui il titolo del libro. Il suo pensiero appare solitario, frammentario, autocritico:

Queste note le ho scritte soltanto per me, per trovare conforto nell’annotare i miei sentimenti, e non ho mai pensato che avrebbero potuto allinearsi alle grandi opere e attirare l’attenzione del pubblico, per cui mi stupisco quando mi sento dire: «È un capolavoro!». I miei ammiratori devono appartenere, ne sono certa, a quel genere di persone che lodano ciò che gli altri disprezzano e disprezzano ciò che gli altri ammirano.

E alla rilevanza delle piccole cose aggiunge le perle di una sua leggera saggezza perturbante:

Non capisco perché alcuni si arrabbino udendo dei pettegolezzi. Come si può non farne mai?

Il primo capitolo del romanzo di Mercè Rodoreda La piazza del Diamante si apre su una serie di caffettiere di ceramica destinate a una riffa: «magnifiche, bianche, con un’arancia dipinta, tagliata in due, che metteva in mostra i semi». Intanto la protagonista, una semplice commessa di pasticceria, si veste per la festa di piazza, ma poi l’elastico della sottoveste le tira tutto il tempo, disturbando i suoi balli e il suo umore. Finché alla fine si romperà e la sottoveste le cade fra i piedi alla fermata del tram.

L’elastico della sottoveste, che mi aveva dato non poco da fare per passarlo con una forcina che non voleva passare, fissato con un bottoncino e un occhiello di filo, mi stringeva. Dovevo avere già un solco rosso in vita, ma ogni volta che l’aria mi usciva dalla bocca, l’elastico mi tormentava di nuovo. [...] L’occhiello di filo si ruppe e lì rimase la sottoveste. La saltai, stavo quasi per infilarci un piede e via di corsa come se m’inseguissero tutti i diavoli dell’inferno. Arrivai a casa e al buio mi buttai come un sasso sul letto, il mio letto da ragazza, di ottone. Mi vergognavo. Quando mi stancai di vergognarmi, con un colpo di piede mi sfilai le scarpe e mi sciolsi i capelli. E Quimet, anni dopo, lo raccontava ancora come se fosse appena successo, le si è rotto l’elastico e correva come il vento...

Elastici, forcine, bottoncini, vestitelli da quattro soldi e pure rotti... ben poca cosa su cui romanzare, soprattutto se si pensa ai grandi temi, ai grandi libri degli uomini. Penso, tanto per dirne uno, a Thomas Mann, alle conversazioni filosofiche dell’umanista Settembrini e del gesuita Naphta nella Montagna incantata o al confronto del compositore Adrian Leverkühn con Satana in persona nel Doctor Faustus. Come possono competere quattro caffettiere bianche, istoriate con spicchi d’arancia, e una povera storia d’amore e solitudine?

Cerco ancora nel mio scaffale. Natalia Ginzburg. Le piccole virtù:

... nel tempo che scrivevo i miei racconti brevi mi fermavo sempre su persone e cose grige e squallide, cercavo una realtà disprezzabile e senza gloria. In quel gusto che avevo allora di scovare minuti particolari c’era una malignità da parte mia, un interesse avido e meschino per le cose piccole, piccole come pulci, era un’ostinata e pettegola ricerca di pulci da parte mia.

La poetica della Ginzburg è stata “minimalista” molto prima che il minimalismo diventasse una corrente letteraria, oltre che musicale e artistica, e alcuni detrattori hanno confuso la sua scelta stilistica con una mancanza di immaginazione e di respiro narrativo, relegandola spesso nella sottovalutata categoria “confessionale” di «scrittrice di memorie». Destino condiviso in Italia da molte autrici. In un’intervista del 1983 che poi raccolsi in un libro, Lalla Romano mi disse:

Quando uscì La penombra che abbiamo attraversato, poco tempo dopo Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, fummo liquidate tutte e due (anche da lettori fini e intelligenti quali Alberto Arbasino) come scrittrici di confessioni. Ma scrittori della memoria sono un po’ tutti. Dunque è un’idiozia usare una definizione del genere. C’è chi trae ispirazione dalla vita degli altri e chi dalla propria; non fa grande differenza, purché si sia in grado d’interrogare la propria esistenza tirandosene fuori.

In un modo o nell’altro le donne parlano spesso di vita familiare, di padri, madri, figli, nipotini, e pur essendo la famiglia un grande tema della narrativa da sempre, quando entra nel romanzo di una scrittrice decade, nella percezione di tanti, al livello di “confessione” e la casa si restringe alla zona del tinello. Sarà davvero che gli uomini pensano in grande e le donne no? Sarà per questo che Natalia Ginzburg il cielo l’ha visto solo riflesso dentro la cornice di uno specchio e nei suoi libri non ha poi mai contemplato quella «realtà più gloriosa e splendente» che vagheggiava finalmente di descrivere? Anche quando ha affrontato Alessandro Manzoni, l’ha fatto sotto specie Famiglia Manzoni... Eppure, eppure. Mi risuona dentro potente la frase della Ortese, così vera: la letteratura è «memoria di patrie perdute», è «il riconoscimento e la malinconia dell’esilio». Si può dirlo meglio? E dire che non sono i contenuti che contano, ma questa lontananza struggente dalle cose che raccontiamo, perché proprio nella lontananza del tempo e della percezione raggiungiamo il centro delle cose.


Sandra Petrignani, Lessico femminile



Sandra Petrignani ha svolto una lunga attività nel giornalismo culturale per quotidiani e settimanali. Autrice di romanzi, racconti, libri di viaggio, memoir, biografie.

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