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Luciano Canfora - Il sovversivo

Luciano Canfora, Il sovversivo
 Luciano Canfora affronta la figura di uno
dei personaggi  più controversi della sinistra italiana.

Il sovversivo


Ogni partito politico di una qualche consistenza e significanza ha una storia ‘interna’ ed una ‘esterna’. Soprattutto un partito che nasce come forza rivoluzionaria: e tale certamente fu il Partito comunista d’Italia (poi italiano). In un partito del genere, quantunque in inevitabile trasformazione verso assetti e propositi non più rivoluzionari, la storia interna non è, né può essere resa, visibile. Ciò, anche perché uno dei temi intorno a cui si svolge il conflitto interno è proprio la trasformazione in atto. Per il Partito comunista italiano la trasformazione più profonda, nel senso ora indicato, avvenne nei dieci anni successivi alla Liberazione. Non è necessario riepilogare in questa sede (è stato fatto molte volte) quali precorrimenti ci fossero stati nel decennio precedente; e con quali riserve mentali fossero stati accolti i segnali precorritori; e quali traumi determinasse nel corpo del partito la duplice natura della «casa madre», capofila e perno dell’Internazionale ma anche (e soprattutto) potenza tra le potenze.

Tutto ciò è stato, col tempo, sempre meglio compreso, e gradualmente raccontato. Perciò non è necessario ricominciare sempre ab ovo. Qui ci interessa il decennio 1945-1955 del comunismo italiano: un decennio al tempo stesso monolitico verso l’esterno e però internamente conflittuale tra il partito «nuovo» di Togliatti (con implicazioni strategiche gradualistiche) e l’«alternativa» tenuta viva al più alto livello soprattutto da Secchia; decennio che trova una prima conclusione nella sconfitta e liquidazione politica di Secchia (25 luglio 1954-gennaio 1955). Fu una vera battaglia se si considera, per esempio, che, in una ampia e bene articolata informativa del SIM datata 31 ottobre 1946 (oggetto: Movimento comunista italiano e suo “apparato” illegale), è Secchia che viene considerato il vero capo mentre «Togliatti non è che un prestanome» (sic); Secchia affiancato da Grieco e Li Causi, mentre Longo e Moscatelli non sono che «esecutori» delle direttive.

Pur sconfitto, Secchia non si diede mai per vinto (un recente volume di Marco Albeltaro lo documenta anche sulla scorta dell’imponente Archivio Secchia). Adottò la scrittura e la parola storiografico-commemorativa per proseguire la sua lotta, che nella lettera-testamento indirizzata al figlio poco prima di morire così sintetizza: «[...] Si poteva fare molto di più, mantenendo il carattere rivoluzionario al partito, per difendere, sostenere certe posizioni che avevamo conquistato [...]. Non ho mancato di lottare anche in seno al mio partito per sostenere e far trionfare certe posizioni contro il revisionismo e contro l’opportunismo di ogni sorta».


Ci fu un momento, verso la metà di questo decennale conflitto, in cui parve che Togliatti perdesse la partita: se non si fosse opposto alla richiesta di Stalin, sarebbe stato insediato a Praga a dirigere il neonato e poco influente Cominform; e il Partito sarebbe passato nelle mani di Longo e Secchia. Erano i mesi più freddi della guerra fredda: dicembre ’50-febbraio ’51, mentre la guerra divampava in Corea.
Ripensando, in piena bufera del 1956, a quella vicenda (da cui Togliatti seppe venir fuori con abilità, e coraggio) Secchia annotò: «Tanto io che Longo sentivamo che con Togliatti il partito si sarebbe andato sviluppando come un partito socialdemocratico. Non era dal 1951 che ne avevamo la sensazione, ma fin dal 1945. Giugno 1945 nostro colloquio girando attorno al Colosseo».

Torniamo a Marchesi. Il legame operativo tra lui e Secchia – di cui si interessa il Servizio informazioni militare dell’Esercito – non è che un ‘frammento’. Vedremo, alla fine, quale significato quel frammento possa aver avuto, e se giovi a meglio intendere la situazione, o navigazione, di Marchesi dentro il «partito nuovo».
Questo libro intende ricostruire la storia di un «sovversivo» che s’intreccia con la storia dei comunisti italiani, e perciò anche del fascismo e della sua ‘lunga durata’, e della guerra fredda. Di qui la ferma e, in lui, meditata convinzione che «il fascismo non è mai morto».


Luciano Canfora, Il sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano


Luciano Canfora è professore emerito dell’Università di Bari. Dirige i “Quaderni di storia” e collabora con il “Corriere della Sera”.


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