Password dimenticata?

Registrazione

Home > Notizie

Federico Rampini - L'oceano di mezzo. Un viaggio lungo 24.539 miglia



Il sorprendente "cahier de voyage" di un nomade professionale.

L'oceano di mezzo

In "L'oceano di mezzo", Federico Rampini ci porta fino alle sorgenti del Nilo attraversando tre oceani e quattro continenti.

Non c’era all’origine “un progetto di vita”, non avevo deciso che sarebbe andata così. Diventare un nomade globale. Un outsider assetato di familiarità. Un globalista in cerca di radici. Tante cose vengono stabilite dal caso. Come diceva un rabbino con una battuta: “Vuoi far ridere Dio? Raccontagli i tuoi piani”. Certo è che da quando apparirono in Etiopia i nostri progenitori, milioni di anni fa, la specie umana è sempre stata migratoria, altrimenti non avremmo popolato l’intero pianeta. Però le “migrazioni” di cui parlano gli studiosi della preistoria non hanno niente a che fare con quelle odierne: gli Homo Sapiens si spostavano di pochi chilometri in una generazione. È sui tempi lunghissimi che venivano occupati nuovi territori.
Per milioni di anni siamo stati stanziali e localisti, capaci di esplorare la terra con la lentezza di lumache, abituati a fidarci solo dei consanguinei. Ce lo ricorda il filosofo Kwame Anthony Appiah: “Durante gran parte della storia umana, nascevamo in piccole società composte da poche decine di persone, bande di cacciatori. Incontravamo solo persone che avevamo conosciuto per tutta la vita. (...) Adesso se passeggio sulla Quinta Avenue di New York in un giorno qualsiasi, ho davanti ai miei occhi più esseri umani di quanto un cacciatore della preistoria incontrava in tutta la sua vita. (...) È quasi miracoloso che i cervelli formati dalla nostra lunga storia si siano potuti adattare a questo nuovo modo di vivere”1 . Ma “celebrare il cosmopolita – scrive ancora Appiah – può suggerire uno sgradevole atteggiamento di superiorità verso il presunto provinciale”.
A vaccinarmi contro ogni complesso di superiorità è stata la vita reale. Quando arrivavo in Italia da “quasi-straniero” erano sempre i provinciali a comandare, il mio cosmopolitismo mi rendeva diverso, sospetto, estraneo alle logiche dei clan locali. Dovevo faticosamente ricostruirmi delle radici, andare alla riscoperta della storia lombarda di mio padre, del passato ligure di mia madre. Cercavo di imparare perfino i dialetti, dai miei nonni che in casa li praticavano quotidianamente.
Il resto della mia vita ha seguito lo stesso copione. Ho continuato ad essere – certamente – un privilegiato. Ho avuto la fortuna di poter praticare un giornalismo globale, quando ancora alcuni giornali si potevano permettere tante sedi estere. La mia prima corrispondenza da una capitale straniera la iniziai che avevo appena compiuto trent’anni, a Parigi. Poi arrivarono sedi più lontane, nell’ordine San Francisco, Pechino, New York. Più i lunghi soggiorni in altre parti dell’Asia; i vertici internazionali tra governi; i viaggi al seguito di presidenti americani come corrispondente accreditato alla Casa Bianca.
Insieme al privilegio ci sono dei costi umani. Per lunghi periodi della mia vita ho avuto un oceano di mezzo, che mi separava dai miei affetti: mia moglie, i miei figli, i miei genitori. Non sempre potevano inseguirmi nelle mie peregrinazioni. Quando mio padre ebbe l’ictus fatale io abitavo a 13 ore di volo da Bruxelles; arrivai in ospedale che forse era ormai incapace di riconoscermi. Da mia madre mi separano tuttora sette ore di volo; dai figli cinesi quindici; è raro che io passi più di un mese con mia moglie a New York senza che un viaggio intercontinentale ci separi. Anche gli amici sono difficili da conservare, se ti trovi sempre dall’altra parte del mondo, e hai traslocato otto volte cambiando nazione o continente.
Nella mia vita da osservatore globale, in realtà non ho mai smesso la ricerca di radici. Immaginarie, costruite, conquistate. Ma indispensabili. Non puoi vivere cinque anni in Cina, e aspirare a raccontarla, senza uno sforzo d’immersione nella sua storia, nella sua cultura, nella sua gente. Anche in America – che pure è meno diversa da noi – ho dovuto ripetere questo esercizio sulle due coste orientale e occidentale: diventare almeno in parte “uno di loro”, per cercare di capire meglio.
Il libro che state per leggere è il racconto di questo lungo viaggio.

Federico Rampini - L'oceano di mezzo. Un viaggio lungo 24.539 miglia


Federico Rampini (Genova, 1956) è corrispondente della “Repubblica” da New York, dopo esserlo stato da Pechino e San Francisco, Parigi e Bruxelles.

Seguici in rete

facebook twitter youtube   
newsletter laterza

Ricerca

Ricerca avanzata

Notizie

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su