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Duccio Balestracci - Il Palio di Siena. Una festa italiana



Una ricostruzione appassionante della corsa di cavalli più famosa al mondo.

Il Palio di Siena

Il Palio di Siena non è una corsa di cavalli. O meglio: sì, è una corsa di cavalli, ovviamente, ma la controversa galoppata che scatena la passione dei senesi e la curiosità di chi la segue sono soprattutto un compendio, in poco più di un minuto, di una storia che non è fatta solo di cavalli che corrono e che non è neppure solo senese. Il Palio è un caleidoscopio attraverso il quale possiamo fare un viaggio nel tempo, in secoli di feste italiane, i cui aspetti originari confluiscono in quella di Siena.

Due volte all’anno – il 2 luglio e il 16 agosto – Siena si ferma. Perfino l’indicazione corrente dello scorrere del calendario conosce due locuzioni contrastanti e correlate, «prima del Palio» e «dopo il Palio».
Per questi appuntamenti (ai quali talvolta se ne aggiunge un terzo per motivazioni di straordinarietà e la cui data viene decisa per l’occasione) si mobilita la popolazione delle contrade per la quale diviene prioritario ciò che si svolge sull’anello di piazza del Campo ricoperto di tufo.
Qui, volta per volta, dieci delle diciassette contrade della città disputano il Palio con cavalli assegnati a sorte, ma con fantini di fiducia della contrada stessa.
Il Palio, che si corre al tramonto del 2 e del 16, è preceduto, nei tre giorni antecedenti, da una tratta (assegnazione dei cavalli) e da sei prove che si svolgono al mattino e a fine pomeriggio. La penultima è detta Prova Generale e l’ultima, per disputarsi la mattina del Palio, quando non è opportuno stancare più di tanto il cavallo, viene designata come Provaccia, una denominazione che rispecchia lo scarso impegno richiesto.
Il punto di partenza della corsa (la mossa e, di conseguenza, quello di arrivo, segnalato da un bandierino di metallo su un’asta) è collocato in corrispondenza dell’accesso alla piazza denominato Costarella dei Barbieri (Costarella e basta, per i senesi) dove è montato il palco dei giudici.
I cavalli, che si dispongono in un ordine tenuto segreto fino all’ultimo momento, partono all’abbassamento del canape (contemporaneamente viene fatto cadere anche il canape posteriore che era servito per farli allineare nell’ordine di chiamata) e si lanciano in tre giri della pista, con una durata complessiva che oscilla fra poco più di un minuto e un po’ meno di un minuto e mezzo3 . Il percorso, estremamente irregolare, è scandito da due curve a gomito molto difficoltose: quella, in discesa, detta di San Martino (per la vicinanza dell’omonima chiesa) e l’altra, in salita, detta del Casato per essere situata in corrispondenza della via che ha questa denominazione.
Tutto qui.
Prima e durante la corsa, chi non è senese può legittimamente pensare di essere finito in una gabbia di matti, vedendo l’agitazione e l’isteria che corolla questo momento, e tale sensazione potrà essere rafforzata alla vista della disperazione di chi ha perso e della incontenibile gioia di chi ha vinto che, per parte sua, va subito con il drappellone (detto, a sua volta, palio o, popolarmente, «cencio») conquistato in chiesa (nella Collegiata di Santa Maria in Provenzano, a luglio; al duomo in agosto) a ringraziare la Madonna alla quale i due Palii sono dedicati4 . Magari, chi non abbia conoscenza del modo di pensare dei contradaioli potrebbe sbalordire vedendo fra quella gente urlante, che si abbraccia sventolando bandiere e rullando tamburi fin davanti all’altare, anche persone che con la religione cristiana (o con la religione tout court) non hanno alcuna contiguità o frequentazione. Eppure, del Palio fanno parte integrante anche tali contraddittori atteggiamenti mentali.
Questo fulmineo ultimo atto della festa è preceduto da un Corteo Storico, che a Siena qualcuno chiama Passeggiata Storica, con un termine che, in apparenza, potrebbe suonare sciattamente riduttivo e che invece ha ascendenze linguistiche importanti nei cortei di epoca francese-rivoluzionaria, quando cerimonie del genere sono correntemente indicate dalle fonti come «passeggiate».
Le rappresentanze delle contrade, per parte loro, sono incastonate in una rutilante parata di figure che rievocano le antiche istituzioni (politiche, militari, economiche, culturali) della Repubblica di Siena. Nessun personaggio «storico» particolare: si cercherebbero inutilmente, per dire, figuranti che impersonino un Provenzan Salvani o un Guidoriccio da Fogliano o un Pandolfo Petrucci. Il Corteo Storico è una ricapitolazione di funzioni dello Stato, non di uomini, per quanto famosi. E infatti è tutto maschile: può essere sgradevole per la moderna sensibilità di genere, ma è inevitabile. Nel Medioevo e nel Rinascimento, nelle istituzioni le donne non c’erano. E dunque non possono essercene nel Corteo Storico. Almeno per il tipo di narrazione che ancora oggi gli si affida.
Il carro trionfale (il carroccio evocativo delle glorie militari comunali) tirato da quattro buoi bianchi, con il drappellone sopra, conclude, di fatto, il Corteo.
Poi tutte le diciassette contrade si schierano per effettuare una sbandierata collettiva, detta della Vittoria, dopo di che, usciti i cavalli dall’Entrone e dispostisi in attesa di essere chiamati fra i canapi, cala sulla piazza un silenzio assoluto e surreale, con le molte decine di migliaia di spettatori che attendono di udire dal mossiere il nome della prima contrada che dovrà prendere posto.
Tutto lo spettacolo è a sua volta preceduto dai tre giorni in cui si sono intrecciate strategie, costruite solidarietà e, soprattutto, si è cercato di mettere il cavallo nella migliore condizione fisica per essere competitivo. E anche questo è l’esito di un lavoro quotidiano, sottotraccia, che è cominciato nel momento in cui lo scoppio del mortaretto ha decretato la conclusione della carriera: che sia stata quella del mese prima (fra luglio e agosto) o che si sia dovuto aspettare per tutto il tempo tra la fine dell’estate e l’inizio di quella successiva.
Ciò rende il Palio di Siena unico, non tanto (non solo) per lo spettacolo in sé, quanto perché dietro di esso c’è una stratificazione di memoria e partecipazione identitaria che coinvolge completamente, in ogni momento della vita, i contradaioli. Quello che costituisce l’elemento fondamentale per i senesi non è, quindi, esclusivamente la corsa, ma sono la contrada e il senso di appartenenza ad essa, fattori senza i quali il Palio sarebbe solo una gara ippica preceduta da un sontuoso corteo.
In questo senso, quindi, la strutturazione senese presenta, al suo culmine, un ludus non dissimile da altri; erede a pari merito di feste simili con alberi genealogici altrettanto illustri, ma che per essersi poi interrotte o/e per non aver avuto dietro quella costruzione di sociabilità che è la contrada non hanno resistito alle trasformazioni omologanti della modernità.
È da tale punto di vista, quindi, che riteniamo il Palio una festa non solo senese (prima di tutto senese, certo, ma non solo) bensì «italiana», in quanto in essa si riassumono (trasformati, ma ben riconoscibili) quegli embrioni di comunicatività delle antiche vicinìe, delle associazioni che facevano vivere le feste nell’ambito di una solidarietà di pratica religiosa o di mestiere, della popolazione che dal basso, più o meno spontaneamente e più o meno in libertà vigilata, dava vita alle gioiose esplosioni festive carnevalesche o patronali. Questo è ciò che spiega, probabilmente, anche l’attrazione che il Palio esercita su molti che non sono senesi, perché chi senese non è può scoprirvi ciò che altrove è svanito e non è facilissimo far rivivere: la festa come silloge di una raffigurazione mentale comune, condivisa da un’intera città.
Chi non si accontenta della sola performance dei cavalli che corrono, né della sola coreografia che precede la corsa stessa, dovrebbe almeno poter seguire la liturgia che si snoda dal giorno dell’assegnazione dei cavalli fino alla conclusione del palio, e, in questo modo, cercare di capire lo stato d’animo che trasforma per quattro giorni una città di gente assolutamente normale in un mondo sospeso entro un tempo fuori dal tempo, in cui la passione di contrada rievoca solidarietà antiche e antiche faziosità. Il Palio, per come è nato e per come nei secoli si è auto-riscritto (pur adeguandosi alla storia contingente), si configura come una metafora della guerra e dello scontro di parte; lo stesso identico stato emotivo che animava veneziani e perugini, veronesi e pisani quando sublimavano tensioni e ritrovavano lo spirito, al tempo stesso, di gruppo e di comunità nel gioco e nella gara. Vivere (e capire) il Palio, così, è fare i conti e riscoprire quello che, come italiani, siamo stati e ciò che (nel bene e nel male) abbiamo perduto, salvo in questa bizzarra città.
Non è un caso che, il giorno del Palio, in cima alla Torre del Mangia sventolino insieme la Balzana di Siena e il Tricolore d’Italia, per ricordare, anche visivamente, che questa non è la festa solo di una città, ma anche una cifra della cultura nazionale. Né è solo coreografia quel drappello di carabinieri a cavallo, voluto, dal 1919, per ricordare la battaglia di Pastrengo e che fa due giri di pista (uno al passo e uno al trotto che culminano con la carica a sciabola sguainata) proprio prima che faccia ingresso in piazza il Corteo Storico. Il significante di questa presenza è chiarissimo: il Palio si incastona deliberatamente nella storia italiana e nel senso di appartenenza ad essa.
Poi, certo, la carica dei militi, nel momento in cui esce dalla bocca di San Martino, sembra riaffidare provvisoriamente Siena alla sua storia, alla sua tradizione, alla sua memoria, al suo antico senso di «se stessa». Il Palio è un sincronismo di passato e di futuro che si attualizza nell’oggi; è uno squarcio nel tempo: in quel poco più di un minuto si concentrano secoli di storia. Quella cittadina e quella nazionale.



Duccio Balestracci - Il Palio di Siena. Una festa italiana


Duccio Balestracci insegna Storia medievale e Civiltà medievali all’Università di Siena.


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