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Paolo Morando - Prima di Piazza Fontana. La prova generale



Un libro-inchiesta rivela le verità nascoste di uno dei momenti chiave della storia repubblicana.

Prima di Piazza Fontana

Una piccola storia ignobile della giustizia italiana, subito cancellata e rimossa. La prova generale della strategia della tensione.

Era una domenica di maggio del 1995, avevo quasi 27 anni. Lavoravo in un quotidiano di Verona, «la Cronaca», piccolo e battagliero: ebbe breve vita ma tanti che vi passarono fecero poi una gran carriera. Quel giorno «la Repubblica» e «Il Giorno» diedero notizia di un arresto per la strage di Piazza Fontana. Non se ne faceva il nome, ma si diceva che era veronese. A tarda sera arrivò una telefonata in redazione: «Ciao, l’arrestato si chiama Sergio Minetto». Clic. Era Giorgio Bertani, editore di Dario Fo, nel 1962 tra i giovani coinvolti nel sequestro del viceconsole spagnolo Isu Elías. All’altro capo del telefono avevo un pezzo di storia d’Italia, ma ero troppo giovane per saperlo. Da allora ho cercato di recuperare. Così nell’aprile 2012 lessi anche 43 anni. Piazza Fontana, un libro, un film, pubblicato in rete da Adriano Sofri: è la sua risposta a Paolo Cucchiarelli e alla sua inchiesta Il segreto di Piazza Fontana, che ha in parte ispirato il film di Marco Tullio Giordana Romanzo di una strage. A un certo punto Sofri cita tale Paolo Faccioli, per una vicenda che lo lega a Giuseppe Pinelli: «Faccioli, trentino, ha vent’anni, è studente, è in carcere per gli attentati di quell’anno». Sono quelli del 25 aprile 1969 alla Fiera campionaria e alla Stazione centrale di Milano, citati un po’ in tutti i libri su Piazza Fontana ma sempre liquidati in poche righe, vista l’enormità di quanto è venuto dopo: la strage in banca, la morte di Pinelli, una vicenda giudiziaria infinita. Lavoravo allora (come oggi) a Trento, la mia città: fu inevitabile cercare le tracce di questo Faccioli, che era però bolzanino. Ci feci due pagine, in occasione della presentazione a Trento del film di Giordana con lo stesso regista. E più leggevo delle bombe del 25 aprile, più comprendevo la loro rilevanza.
Chi più ne ha scritto è Gemma Capra nel suo libro del 1990 Mio marito il commissario Calabresi, curato dal giornalista Luciano Garibaldi, che pure nel suo Il Commissario del 2013 (da cui è stata tratta la fiction Gli anni spezzati trasmessa da Rai 1 nel gennaio 2014) vi dedica un intero capitolo. Entrambi offrono però un racconto inattendibile. Si dice che l’Ufficio politico della questura indagò a sinistra e a destra, ma l’inchiesta riguardò solo gli anarchici. Si parla dei tre condannati ma mai dei cinque assolti, tre dei quali si fecero quasi due anni di carcere. Non si dice che le condanne furono per soli sei attentati dei diciotto per i quali gli imputati erano stati rinviati a giudizio. Si parla delle pene inflitte in assise ma non della loro riduzione in appello, quando furono più che dimezzate, facendo anzi credere che siano state inasprite (Garibaldi lo scrive espressamente). Si citano di passaggio i due prosciolti in istruttoria per insufficienza di prove «dopo essere stati arrestati dal pm», ma si evita di dire che la richiesta di arresto arrivò dall’Ufficio politico della questura. Ed è vero che furono «posti in libertà dal giudice istruttore», ma dopo sei mesi di carcere. E soprattutto dopo che lo stesso magistrato li aveva fatti riarrestare (e con loro un altro imputato, poi assolto con formula piena), vanificando un pronunciamento della Sezione istruttoria della Corte d’appello, che aveva duramente censurato i tre provvedimenti d’arresto.
Ancora: si parla di questi stessi due prosciolti e dell’assolto eccellente, Giangiacomo Feltrinelli, in maniera tale da farli sembrare comunque immischiati in qualcosa di “sporco”, e chissà perché non rinviati a giudizio o condannati. Le ritrattazioni da parte dei fermati (che parlarono di violenze da parte della polizia) vengono collocate «nella fase finale dell’istruttoria», quando avvennero invece pochi giorni dopo gli interrogatori. E sì, gli arrestati confermarono le ritrattazioni davanti al giudice istruttore solo molti mesi dopo gli arresti, ma perché solo in quel momento il magistrato li interrogò per la prima volta. Mai inoltre si fa il nome del pubblico ministero del processo, Antonino Scopelliti, magistrato retto come pochi e per questo tanti anni dopo ucciso dalla mafia. E così si evita di dover dire che fu proprio lui a “smontare” un’istruttoria appiattita sulle indagini dell’Ufficio politico. Si parla infine anche di Pinelli, gettando su di lui l’ombra del sospetto per via di una lettera, che però nessuna parte ebbe né in istruttoria né tanto meno a processo. «Un’indagine esemplare, da scuola di polizia», scrive Garibaldi. «Un’inchiesta condotta con scrupolo e abilità», scrive Gemma Capra. Ma non è così: gli atti investigativi, istruttori e processuali (quasi 11.500 pagine), le cronache del dibattimento e le sentenze raccontano una storia profondamente diversa.
Anche dall’altra parte si propalano da anni inesattezze e bugie. Ad esempio c’è il racconto di uno degli arrestati, Paolo Braschi, secondo il quale Calabresi durante gli interrogatori lo invitava a buttarsi dalla finestra. Attenzione: interrogatori avvenuti a cavallo tra aprile e maggio del 1969, dunque molto prima della tragedia di Pinelli. Mentre quel racconto, pubblicato dal settimanale anarchico «Umanità Nova» e rilanciato da Camilla Cederna nel suo celebre libro Pinelli. Una finestra sulla strage, arrivò solo dopo la morte del ferroviere, strumentale quindi a creare e rafforzare il soprannome “commendator Finestra” affibbiato dagli anarchici a Calabresi. Da sempre si dice poi che lo stesso Calabresi, durante il processo, venne incriminato per avere “pilotato” un testimone, anzi la “supertestimone”: pure questo è falso, lo chiese un avvocato ma la cosa non ebbe alcun seguito. E a proposito delle violenze subite in questura dagli interrogati, nulla venne mai dimostrato. Infine, l’intera vicenda ruota attorno a un furto di esplosivi, prima ammesso e poi negato: questo libro può mettere ora una parola definitiva sulla questione.
Alla fine di questo 2019 sarà passato mezzo secolo dalla strage di Piazza Fontana: è quindi il momento di riempire l’attuale vuoto sugli attentati del 25 aprile, sull’inchiesta, sul processo. Perché Gemma Capra ha ragione nel ritenere questa vicenda – parole sue – «fondamentale per capire tutto ciò che accadrà dopo». Si riferisce alla morte del marito. Ma vale anche per quella di Pinelli. E per quanto avvenne a Pietro Valpreda.



Paolo Morando - Prima di Piazza Fontana. La prova generale



Paolo Morando, giornalista, vive e lavora a Trento dove è vicecaporedattore del “Trentino”.



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