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Tullio De Mauro - Guida all'uso delle parole. Parlare e scrivere semplice e preciso per capire e farsi capire


Regole e suggerimenti per parlare e scrivere in modo semplice e preciso.


Guida all'uso delle parole

«Chi scrive per dire qualcosa di utile agli altri, anche a uno solo, si chieda, finita la prima stesura, se le parole e le frasi che ha scelto sono le più adatte al destinatario, le più adatte a farlo entrare nel senso che gli si voleva comunicare.»

Tra gli alunni dei paesi di montagna, il colto e geniale ingegnere e filosofo Wittgenstein capì che parlare è cosa molto diversa dal calcolare, le parole sono qualcosa di più e di diverso rispetto ai numeri. Nelle espressioni di un calcolo aritmetico, come già si è visto nel capitolo 9, le parti in cui l’espressione si articola sono o i pochi, limitati e semplici simboli delle quattro operazioni e dell’eguale oppure sono cifre. I quattro simboli delle operazioni e l’eguale ci sono noti, se l’aritmetica ci è nota. Inoltre un codice della certezza (capitolo 5), sia pure capace di infiniti segni (capitolo 8), permette di capire ogni possibile cifra che troviamo. È possibile non avere mai visto la cifra 386.789. La conoscenza del codice della cifrazione araba e della numerazione decimale permette di intendere a che numero essa si riferisce. Grazie a ciò, qualsiasi espressione aritmetica, anche se mai vista prima, è calcolabile. Si supponga di non avere mai visto l’espressione

286.789 x 231.678 = ……

Eseguito il calcolo, alla fine si troverà un numero parecchio lungo. Anche di questo probabilmente può risultare mai visto il significante: /89.610.501.942/. Ne comprendiamo tuttavia il significato: “ottantanove miliardi, seicento e dieci milioni, cinquecento e uno mila, novecento quaranta e due (unità)”. Se per qualcuno non è chiaro che cosa è un miliardo, gli viene detto che è “mille milioni”. Se non sa nemmeno che cosa significa milione gli si dice che è “mille migliaia”, e mille è “dieci volte cento”, e cento è “dieci volte dieci”, e dieci è un “insieme di unità per contare le quali devi picchiarti sulla punta del naso tutte le singole punte delle dita della mano sinistra e, poi, della destra”.
Insomma, un calcolo è un procedimento per riportare, in base a regole date, le espressioni a un numero limitato e definito di valori noti. Nel caso dell’aritmetica elementare si tratta dei valori dei cinque simboli già ricordati (+, -, x, :, =) e del significante /1/, col suo significato “uno”.
Se in un’espressione aritmetica troviamo un simbolo estraneo a quei cinque, per esempio &, non la possiamo calcolare in base alle regole del calcolo aritmetico e diciamo che non è un’espressione aritmetica ben scritta o ‘ben formata’. Può essere l’espressione di un altro calcolo. Può essere un’espressione aritmetica scritta male. Non ci riguarda. O, almeno, non ci riguarda in quanto calcolatori aritmetici.
Quello che qui abbiamo detto è considerato dai teorici della matematica una legge fondamentale, un ‘assioma’, che ogni calcolo deve rispettare. Questo assioma viene detto ‘assioma di non-creatività’. Le regole fondamentali e le unità di base non debbono cambiare mentre si esegue un’operazione. Debbono essere sempre le stesse. Solo a questa condizione un calcolo è un calcolo. Se chi usa un calcolo è libero di introdurre quando e come gli pare una cifra o un simbolo nuovo, quello che sta facendo non è più un calcolo, ma un’altra cosa. Una cosa magari di tutto rispetto, una cosa molto ‘creativa’: ma non è un calcolo.
Una lingua, le sue frasi, le sue parole, non rispettano l’assioma di non-creatività. Ogni giorno possono nascere parole nuove, sparire parole usate fino ad allora, riapparire parole dimenticate.

Nascono parole nuove. Lo sapevano già gli antichi scrittori greci e latini. In diversi casi, possiamo indicare con precisione l’anno, il luogo, perfino l’inventore di una parola. Ecco qui di seguito una lista di anni di invenzione o ‘coniazione’ di parole.
1551: galateo; 1588: bomba; 1624: termometro; 1633: flora; 1645: binocolo; 1651: elastico; 1652: gas; 1688: nostalgia; 1735: primula; 1746: fauna; 1748: platino; 1750: estetica; 1752: ottimismo; 1767: economista; 1779: ossigeno; 1780: internazionale; 1782: citrato; 1791: metro; 1792: allarmista, dolomite; 1793: vandalismo; 1795: litro; 1812: alluminio, magnesio; 1817: caleidoscopio; 1830: paraffina; 1835: revolver; 1838: idiozia; 1839: fotografia; 1848: arruffapopoli, ciclone; 1850: archetipo; 1863: aviatore, aviazione; 1867: dinamite; 1877: vaselina; 1878: microbo; 1888: cromosoma; 1891: elettrone; 1893: cinematografo; 1899: aspirina; 1900: meccano; 1905: ormone; 1906: allergia; 1913: vitamina; 1926: televisione; 1931: aliante; 1932: autista, regista; 1947: automazione; 1959: paparazzo...
Alcune di queste parole sono state introdotte con una definizione data con parole già note. Altre invece sono state introdotte direttamente in una frase, lasciando ai destinatari del discorso il compito di indovinare il significato.

Ci sono parole un tempo molto usate che cadono dall’uso e dalla memoria. Non c’è bisogno di andare a cercare testi italiani molto antichi. Un testo italiano che ha poco più di cent’anni, i Promessi Sposi di Alessandro Manzoni (1785-1873), ha diversi vocaboli oggi caduti dall’uso o che hanno altro senso: abbadare, apparecchio, cagione, contorno, indarno, manichino, pari e caffo, salvatichezza, sur... Il Vocabolario della lingua italiana di Zingarelli, accanto a vocaboli ancora in uso, quasi in ogni pagina elenca tre, quattro, sei vocaboli caduti dall’uso e che si trovano solo in testi antichi italiani.
Alcune di queste parole cadute dall’uso possono tornare a vivere. Un esempio è velivolo, un’antica parola rilanciata nel 1913 dallo scrittore italiano Gabriele D’Annunzio (1863-1938).
Uno dei più grandi poeti dell’antico mondo greco-romano, il latino Quinto Orazio Flacco (65-8 a.C.), nella sua Arte poetica, un breve e luminoso trattato in versi, aveva scritto (versi 70-72):

Multa renascentur quae iam cecidere, cadentque quae nunc sunt in honore vocabula, si volet usus, quem penes arbitrium est et ius et norma loquendi.

“Molti vocaboli che già morirono rinasceranno, e cadranno quelli che ora sono in onore, se lo vorrà l’uso, nel cui potere stanno il dominio, la legge e la norma del parlare”.
Per chi parla una lingua queste esperienze sono normali. Una persona anziana può con facilità ricordare parole usate un tempo che ora non si usano più e il sorgere di parole ed espressioni nuove. Ma la massa di parole di una lingua non oscilla soltanto attraverso la massa sociale, a seconda dei mestieri e professioni, come s’è visto nel capitolo 10, né solo attraverso il tempo, come appena si è mostrato. Oscilla e varia anche da una regione all’altra. Espressioni come carnezzeria o scarrozzo o avvicino a un negozio per ritirare un pacchetto sono tipiche dell’italiano parlato a Palermo, mentre sono abituali a Milano espressioni come far mica così, dar fuori di brutto, ecc.
Tutto normale per ogni essere umano che stia, per dir così, dentro una lingua. Tutto straordinario se confrontiamo una lingua ad altri codici semiologici e anche ai calcoli.
Una lingua è come un’aritmetica in cui ognuno sa e usa alcuni simboli ignoti ad altri. È come un’aritmetica in cui le dieci cifre arabe di base, da 0 a 9, sono note a ciascuno in parte solamente. È come un’aritmetica in cui, attraverso il tempo, le classi sociali, lo spazio geografico, simboli e cifre di base possono cambiare di numero e valore.
Un’aritmetica del genere sarebbe un indovinello permanente. E tale, effettivamente, è la lingua.
Invece d’essere un codice non-creativo, come debbono essere i calcoli, una lingua è un insieme fortemente creativo. Di continuo mutano i vocaboli con cui possono costruirsi le frasi. E ogni giorno è possibile incontrare parole assolutamente nuove, ‘neologismi’, o parole già in uso ma nuove per chi le sente e ascolta per la prima volta.
Grande è la diversità degli insiemi di vocaboli noti a ciascun parlante di una lingua. Tuttavia, in qualche modo, ci si intende. Ma tale modo non è quello della applicazione di un numero definito di regole rigide a un numero altrettanto definito e ristretto di unità con cui operare. È un modo che, invece, deve fare appello a tutta la capacità creativa che gli esseri della specie umana hanno in eredità col loro patrimonio biologico.




Tullio De Mauro - Guida all'uso delle parole. Parlare e scrivere semplice e preciso per capire e farsi capire




Tullio De Mauro, linguista di fama internazionale, ha insegnato Filosofia del linguaggio e Linguistica generale nell’Università Sapienza di Roma, dove è stato professore emerito.

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