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Lodovica Braida - L'autore assente. L'anonimato nell'editoria italiana del Settecento

Un capitolo fondamentale e fin qui poco studiato della storia dell’editoria italiana.

L'autore assente

L’editoria europea conosce nel corso del Settecento una fase di straordinario fermento. Ma accanto all’esigenza degli scrittori di affermare la propria identità con tutti i mezzi che la stampa consente, si impone un’altra tendenza di segno contrario: la scelta di far circolare le proprie opere in forma anonima.


Non si intende qui proporre una storia dell’anonimato, ma soltanto individuare alcune caratteristiche di un fenomeno editoriale rilevante su cui in Italia non esistono ancora studi. L’anonimato e l’uso di pseudonimi percorrono da sempre la storia dell’editoria. Basti pensare al caso, recentissimo, di Elena Ferrante, autrice del bestseller L’amica geniale, sulla cui misteriosa identità i critici letterari hanno fatto numerose ipotesi (di cui una particolarmente plausibile), sempre smentite dalle persone via via individuate. Del resto, il gioco sul possibile nome dell’autore o dell’autrice è funzionale, in questo caso, alla fortuna dell’opera.
Per il periodo di cui ci occupiamo, va osservato che l’anonimato non è legato esclusivamente a una logica di controllo, non riguarda cioè soltanto i generi su cui pesa il giudizio di immoralità o di irreligiosità della censura ecclesiastica come i cosiddetti livres philosophiques, ma riguarda anche i generi di larga circolazione, non tanto per timore della censura (spesso si trattava di libri perfettamente leciti), ma soprattutto perché scrivere libri di basso profilo culturale poteva nuocere al buon nome dell’autore: meglio dunque rifugiarsi nell’anonimato. È così per gli almanacchi, per i testi per la prima alfabetizzazione, per i libri di antichi saperi pratici legati ai mestieri, e in generale per i libri di scarsa cura tipografica. Ed è così anche per alcuni generi di successo, come i romanzi e i libri di viaggio. Se per i primi il silenzio d’autore è legato anche al timore della censura ecclesiastica, per i secondi è più complesso comprenderne le ragioni. Sorprende tuttavia che i numerosi studi critici sulla letteratura odeporica non abbiano mai prestato attenzione al fatto che una parte non trascurabile di questo genere alla moda uscì senza indicazione del nome dell’autore.
Va poi ricordato che anche per quanto riguarda i libri anonimi ogni edizione ha una storia a sé e non basta studiare la princeps. In alcuni casi le riedizioni svelano particolari importanti del sottile gioco con cui l’autore, assente dal frontespizio, può rivelare nel testo di dedica il suo nome, o semplicemente le sue iniziali. È questo un ulteriore segno che un approccio rigido, limitato alla dualità presenza-assenza della responsabilità intellettuale, non si addice allo studio dell’anonimato, perché le modalità attraverso cui l’autore, il traduttore o il curatore lasciano delle tracce sono numerose. Come mostrano alcuni studi sull’editoria francese e inglese, tra l’assenza totale del nome sul frontespizio e la sua chiara indicazione si delineano numerose possibilità: l’uso di pseudonimi, anagrammi, iniziali, l’inserimento del nome in una poesia che precede il testo vero e proprio, o in una lettera dedicatoria. Si tratta di strategie, se così possiamo definirle, che non hanno lo stesso valore del nome sul frontespizio, ma che ci danno indicazioni sulla volontà dell’autore di scoprire almeno in parte la propria identità.
Ci sono poi casi di grandi autori, celebrati da tutte le storie delle letterature, che per motivi diversi hanno scelto, per alcune opere, di non far trapelare il proprio nome, almeno non sul frontespizio, ma solo nei circuiti colti delle accademie e dei salotti letterari. Si è voluto esaminare qui il caso di Giuseppe Parini, per varie ragioni paradossali. Tutte le storie della letteratura parlano del Giorno, ma raramente spiegano che quell’opera è un concetto astratto, per meglio dire platonico, perché essa non si realizzò mentre Parini era in vita. Di quell’opera uscirono a Milano, sotto il controllo dell’autore, soltanto il Mattino e il Mezzogiorno, rispettivamente nel 1763 e nel 1765, riediti a cura dello stesso autore, come è emerso dal rigoroso lavoro filologico novecentesco, a partire dalla fondamentale edizione di Dante Isella del 1969 fino alla recente edizione nazionale.
Subito dopo le edizioni d’autore, gli stampatori di diverse città, e in particolare di Venezia, fecero a gara per appropriarsi di quei testi, facendo proliferare ristampe separate dei due poemetti, senza chiedere il consenso all’autore e senza permettergli dunque di correggere il testo. Del resto, in assenza di una legge sulla proprietà letteraria, il rischio di vedere le proprie opere contraffatte in altri Stati era molto alto. E gli autori sapevano che potevano fare ben poco. Ma per Parini la situazione è ancora più complessa. Non solo fu vittima dell’«ingordigia» degli stampatori, come egli stesso ammetteva amareggiato, ma fu anche vittima di un’appropriazione indebita, su cui non si espresse mai: i suoi due poemetti furono continuati per mano di un altro autore che approfittò del fatto che i lettori aspettavano la Sera, come Parini stesso aveva promesso sin dalla dedica alla Moda che precede il Mattino. Dunque questa continuazione fu possibile anche per quella che possiamo definire ambiguità della «funzione autore»: la Sera uscì anonima, ma sappiamo che dietro quei versi, che imitavano molto bene gli endecasillabi sciolti del «vero» autore, si nascondeva un avvocato veronese, Giovanni Battista Mutinelli, sincero ammiratore di Parini. In questa vicenda, egli si comportò non molto diversamente dal sedicente Avellaneda che, nel 1614, aveva pubblicato una continuazione del Chisciotte a insaputa di Cervantes.
Sorprende che la critica sia rimasta quasi del tutto silente su una vicenda editoriale che ci dà molte informazioni anche su quanto questa appropriazione avesse influito sul comportamento di Parini, il quale, com’è noto, finché fu in vita, non diede alle stampe alcuna continuazione dei due poemetti e non usò più, nelle parti del poema rimaste manoscritte, il titolo La Sera. Anzi, non solo permise, senza fiatare, che gli stampatori continuassero a lucrare alle sue spalle con le riedizioni del Mattino e del Mezzogiorno, ma anche che a questi fosse aggiunta la Sera del Mutinelli, mantenendo l’anonimato per tutti e tre i poemetti, con continuità nella paginazione, come se fossero un’opera unitaria frutto della stessa penna. Le edizioni dal titolo Il Mattino, Il Mezzogiorno e La Sera. Poemetti tre furono numerose, ma nessuno studio critico-letterario le ha mai prese in considerazione. Tuttavia quelle edizioni circolarono davvero e raggiunsero migliaia di lettori. Ironia della sorte, soltanto dopo la morte di Parini si mise fine all’associazione dei tre poemetti e La Sera finì nell’oblio. Paradossalmente l’analisi delle traduzioni in francese, tedesco, inglese e spagnolo rivela che il mercato europeo pubblicò i due poemetti escludendo la Sera e indicando sul frontespizio, o in una nota del traduttore, il nome dell’autore. Come hanno mostrato i recenti studi sui transfert culturali, ogni traduzione è un mondo a sé, in cui il testo viene adattato alla cultura che se ne appropria. E il caso delle quattro traduzioni del Mattino e del Mezzogiorno fa affiorare interpretazioni molto diverse tra di loro, a partire dalla scelta dei titoli.
Si parla qui di «autore assente» non solo in riferimento all’uso dell’anonimato, ma anche per indicare che lungo è stato il cammino che ha portato gli autori italiani al riconoscimento del copyright. Del resto manca tra i letterati italiani del Settecento una riflessione sull’autore come proprietario della sua opera: pur lamentandosi degli abusi degli stampatori e delle continue contraffazioni subite, nessuno di loro pensa di poter trarre profitto da un mercato del libro che si sta rafforzando. Scarsa è l’attenzione degli autori, a eccezione di Carlo Denina, al momento in cui l’opera esce dalla fase creativa della scrittura per trasformarsi, in tipografia, in libro, e dunque in prodotto destinato a entrare nelle case di privati lettori. Un solo grande letterato, Carlo Goldoni, rompe il silenzio sfidando le regole dell’editoria d’Antico Regime e pretendendo di controllare le edizioni dei suoi testi. Ma è un’eccezione che conferma la regola.
Il problema del riconoscimento della proprietà letteraria torna a essere un tema di grande attualità: le nuove tecnologie obbligano infatti a rivedere molte certezze cui eravamo ormai abituati, tra le quali anche il diritto d’autore, figlio dell’Europa del Settecento, che si pensava ormai stabilmente regolato e accettato internazionalmente e che oggi si vede profondamente messo in discussione. Un fiume di pamphlet e di testi di varia natura percorre il web, in difesa o contro i diritti dell’autore. Per molti oggi il diritto d’autore è un inaccettabile monopolio che ha frenato per secoli e continua a frenare l’innovazione culturale e la diffusione dell’informazione. A volte queste ricostruzioni nel lungo periodo appaiono teleologiche e anacronistiche: il passato è letto attraverso le esigenze odierne e appare schiacciato da un giudizio che tende a vedere nel diritto d’autore tutt’altro che un momento fondamentale della libertà di espressione dell’individuo. Si dimentica che per tutto l’Antico Regime e, per l’Italia, fino a dopo l’unificazione, all’autore non era riconosciuta la proprietà intellettuale e chiunque poteva pubblicare, senza chiedergli il consenso, la sua opera, alterandola, o frammentandola nelle antologie. Qualcosa di molto simile a quello che oggi la rivoluzione digitale consente alle grandi piattaforme web – Google, Facebook, YouTube, Instagram – che, funzionando come aggregatori di informazioni, prelevano, senza pagare, contenuti da altri siti e, approfittando della loro posizione dominante sul mercato, indeboliscono chi per primo ha prodotto quei contenuti. Ed è proprio sul copyright on-line che il Parlamento europeo, dopo lunghe e complesse trattative, il 26 marzo 2019 ha approvato una riforma che pone un limite allo strapotere delle grandi piattaforme web. Tale risoluzione introduce, tra l’altro, il principio che le piattaforme on-line, nel caso utilizzino link di notizie, immagini e testi prodotti da altri, debbano pagare un compenso ai produttori/editori linkati. Oggi l’attenzione è dunque puntata non più sulla «pirateria» editoriale di carta, ma su quella via web. Tuttavia, paradossalmente, il rischio è nuovamente quello dell’autore assente, nel senso di ininfluente. Ovvero chela sua voce e la sua identità siano troppo deboli per impedire che le piattaforme onnivore si approprino dei contenuti da lui prodotti, utilizzandoli in parte, frammentandoli e sfruttandone i richiami a colpi di like.



Lodovica Braida - L'autore assente. L'anonimato nell'editoria italiana del Settecento


Lodovica Braida insegna Storia della stampa e dell’editoria presso l’Università degli Studi di Milano, dove è direttore scientifico del centro APICE che conserva e valorizza archivi di editori e autori italiani.

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