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Lorenzo Marsili - La tua patria è il mondo intero


Una visione controcorrente che teorizza il superamento della dimensione nazionale.

La tua patria è il mondo intero

Un libro che ha l’ambizione di rimettere il discorso politico italiano al passo con ciò di cui si discute nel resto del Continente, a firma di una delle nuove voci della sinistra europea, Lorenzo Marsili, già tradotto in Germania, Francia e Gran Bretagna.


Non è solo il “popolo”, non sono solo gli ultimi, non sono solo gli esclusi ad avvertire una perdita di presa sul futuro. Succede qualcosa di simile anche a molti che il sistema lo scrutano sedendo all’apice. Nell’estate del 2018 il teorico della tecnologia Douglas Rushkoff viene invitato da un gruppo di miliardari a un incontro privato per discutere di futuro e tecnologia. Con sua grande sorpresa dopo le prime domande di rito la conversazione si incentra sulla strategia migliore per fronteggiare quello che i presenti chiamano “l’evento”, ossia un’interruzione della vita civile dovuta a una catastrofe ambientale, a migrazioni di massa o ad una rottura dell’ordine politico. Una domanda su tutte occupa la conversazione per più di un’ora: “come mantenere il controllo delle forze di sicurezza dopo ‘l’evento’, dato che il denaro sarà diventato insignificante?”. Quando Rushkoff prova a suggerire che il dispiegamento della tecnologia e un diverso approccio economico e sociale potrebbero evitare una simile catastrofe, e che su questo dovrebbero concentrarsi le energie e le risorse, la risposta è un cortese sorriso di circostanza. Rushkoff esce dall’incontro con una certezza: alcuni fra gli uomini più ricchi e tecnologicamente avanzati del pianeta si sentono svuotati di ogni capacità di cambiare gli eventi2. Coloro che dovrebbero governare il mondo, oltre ad avere una paura marcia, si sentono impotenti e incapaci di guidarne il cammino. Hanno capito perfettamente che il paradigma deve cambiare, ma credono sempre meno che sia possibile che ciò avvenga senza una grande catastrofe.
Si tratta di un’impotenza che arriva nel momento meno opportuno: un momento in cui è proprio l’interezza del sistema-mondo ad apparire terribilmente incapace di affrontare le sfide che ci vengono incontro e di garantire la tenuta sociale, economica e geopolitica del nostro modello di vita e di sviluppo. Proprio quando più necessaria sarebbe una grande visione di riforma e trasformazione del mondo, ecco che la nostra politica si mostra inadatta al compito. Non si tratta di una casualità: è proprio la necessità di un nuovo sistema mondiale a far apparire la nostra politica tragicamente immersa in un triste e inconcludente avanspettacolo. È il mondo, come vedremo, ad aver accelerato e sorpassato le nostre strutture di pensiero e di organizzazione collettiva.
Un paradosso, questo, che Hannah Arendt già individuava nel suo famoso studio sulle origini dei totalitarismi. È proprio in un momento storico di perdita di potere dei grandi Stati europei, negli anni in cui i padroni del mondo uscivano con le ossa rotte dalla Prima guerra mondiale, che il totalitarismo si manifesta come reazione alla perdita di presa e di controllo. Come un cane indebolito e malato, e dunque impaurito e pronto a mordere. E così oggi, volendo scavare a fondo nel grande risentimento globale che contraddistingue la nostra età della rabbia1, ciò che si trova è questo: impotenza.
Ecco una proposta. Se le nostre democrazie nazionali ci appaiono sempre più incapaci di trasformare le richieste di cambiamento in politiche alternative, questo è perché nessun diritto politico viene realmente esercitato oltre i ristretti confini della nazione, mentre al loro interno sussiste sempre meno capacità di trasformare un mondo perennemente in bilico sull’avvenire. Da qui deriva la politica debole, la politica impotente e la politica incattivita che ci troviamo di fronte oggi – dalle Filippine agli Stati Uniti, dal Brasile all’Italia. Per quanto possa apparire paradossale, è precisamente dal tramonto degli Stati nazionali che scaturisce la grande insorgenza nazionalista della nostra epoca.
Un sentimento contraddittorio sembra pervadere la nostra era: alla percezione dell’insostenibilità del sistema economico e politico si accompagna la rassegnazione e l’incredulità verso la possibilità di un cambiamento reale. Sappiamo di danzare sull’orlo dell’abisso ma non ci pare davvero possibile cambiare musica. Proprio questo paradosso è al cuore di un documentario del regista britannico Adam Curtis, HyperNormalisation. Il concetto di ipernormalizzazione viene coniato dallo storico russo Alexei Yurchak per descrivere gli ultimi anni dell’Unione Sovietica, un periodo in cui al definitivo tramonto del sogno socialista fa il paio un diffuso senso di falsa normalità. Si tratta di fare finta di nulla per mancanza di una visione realmente alternativa alla realtà che si squaglia attorno a noi. Ma da cosa origina il grande scarto fra la comprensione della morte del vecchio e l’incapacità di costruire il nuovo?
Non è solamente l’Occidente ma un intero mondo a trovarsi provincializzato e a perdere presa sul reale. Il controllo sul futuro scivola di mano non già a qualche potenza in declino, ma a sette miliardi di esseri umani divisi nelle loro impotenti comunità nazionali. Ci troviamo, tutti quanti, nel Giardino Zoologico di Pechino. Chi in una gabbia più grande, chi in una più piccola, chi in una gabbia più comoda, chi in una più sfortunata. Ma tutti quanti alla mercé di una straordinaria trasformazione storica, economica, morale e culturale che non siamo più noi, nessuno di noi, a guidare e governare. È un mondo divenuto colonia di se stesso, incapace di scegliere in autonomia e costretto ad inseguire eventi che paiono emanare da un oramai inesistente centro imperiale.
Oramai sappiamo che l’ineguaglianza è strutturale a un modello economico che abbraccia l’intero globo e prevede paradisi fiscali e inferni dello sfruttamento, grande finanza e piccola politica, in un connubio perfettamente organico e di stretta dipendenza. Sperimentiamo quotidianamente cosa significhi vivere in un sistema in cui i grandi capitali hanno libertà di movimento e condizionano, ricattano e guidano gli Stati. Sappiamo che il sistema dei paradisi fiscali, una colonna portante dello scandaloso accumulo di ricchezze nelle mani di pochi e del saccheggio delle finanze pubbliche, si basa precisamente sulla competizione fra Paesi e sull’assenza di una politica fiscale comune. Sappiamo anche che proprio su tale competizione internazionale si fonda il sistema di concorrenza al ribasso fra lavoratori mondiali, che lascia centinaia di milioni di persone, tanto nei Paesi ricchi quanto in quelli poveri, alla mercé di una borsa valori internazionale in cui il lavoro umano viene svalutato e mortificato. Se le criptovalute recidono l’ultimo, flebile cordone che ancora lega democrazia e moneta, permettendo un delirio speculativo capace di mettere in imbarazzo perfino gli squali di Wall Street, ecco che non rappresentano altro che l’istanza più estrema di uno scollamento generale fra politica nazionale e finanza globale che investe oramai tutte le nostre comunità.
E quando sono gli Stati stessi ad utilizzare tale potere? La Cina, con il suo sistema perfettamente integrato di raccolta e utilizzo dei dati personali condiviso fra multinazionali digitali e Stato centrale, offre l’esempio più chiaro di cosa questo significhi. Il sistema di credito sociale che viene sviluppato alla fine degli anni Dieci del Duemila è in grado di classificare ciascun cittadino sulla base delle proprie abitudini, dei propri consumi e del proprio grado di ubbidienza. Così che, in maniera automatica, a chi non abbia pagato l’ultima bolletta elettrica venga anche negato il noleggio di una bicicletta condivisa. O che, cosa più preoccupante, chi venga definito soggetto potenzialmente pericoloso veda la propria vita trasformarsi in una corsa ad ostacoli per ogni più piccola inezia. I rischi derivanti dalla nazionalizzazione delle tecnologie non riguardano solo i regimi autoritari. Pensiamo al sistema di spionaggio universale costruito dalla National Security Agency americana e rivelato da Edward Snowden. È una combinazione che crea un mostro al tempo stesso statuale e distaccato da qualsiasi controllo democratico.
Oramai sappiamo che intelligenza artificiale è sinonimo sia della trasformazione della coscienza e della percezione umana sia del suo modello di produzione e distribuzione della ricchezza. Rinunciare a controllare le nuove tecnologie dell’informazione e dell’automazione significa abdicare a ogni controllo su quella che sarà forse la più importante trasformazione economica e culturale della storia mondiale. Siamo al corrente del rischio che un’automazione senza controllo ci porterà nel giro di pochi anni a un mondo in cui sempre più persone verranno espulse dal sistema produttivo, e quindi dalla possibilità di un impiego, mentre le grandi strutture produttive automatizzate stanno concentrando la proprietà degli algoritmi e dei robot, e quindi della ricchezza, in sempre meno mani. Questo significa abbandonare non solamente interi settori della nostra economia, ma interi settori delle nostre menti, al controllo di un pugno di compagnie private capaci di indirizzare la produzione industriale così come il senso comune. Prima ancora che i robot rubino il nostro lavoro, saranno i big data delle grandi multinazionali a guidare i nostri pensieri. È un’ipotesi tutt’altro che peregrina: gli scandali attorno a Cambridge Analytica hanno reso chiaro quanto il potere di manipolazione dei big data estratti dalle piattaforme sociali possa condizionare e indirizzare le nostre scelte politiche. Si tratta niente di meno che di un nuovo, straordinario potere a scala mondiale totalmente slegato dalle nostre strutture democratiche e politiche statuali.
È stato il premio Nobel indiano Rabindran?th Tagore, in un ciclo di lezioni sul nazionalismo tenute a inizio Novecento, ad additare nell’accrescimento di potenza il fine unico e ultimo di Stati nazionali in perenne competizione l’uno con l’altro, come tanti predatori in una giungla internazionale dove il più debole viene divorato. Questo accrescimento di potenza è giocoforza definito come crescita economica, a sua volta definita come maggiore produzione e maggiori consumi. Non è un caso che la misura del Pil venga definita proprio all’inizio della Seconda guerra mondiale. Serve a misurare la forza di un Paese, intesa come capacità di mettere l’intera produzione nazionale a servizio dello sforzo bellico. La competizione internazionale àncora gli Stati a una folle rincorsa verso l’iper-produzione e l’iper-consumo. Esiste un filo rosso molto evidente fra dominio del sistema nazionale e incentivo al consumismo. E questo in un contesto in cui, lo sappiamo bene, l’idea di un mondo di sette miliardi di consumatori con standard occidentali è una ricetta per l’estinzione dell’umanità.
Oramai sappiamo non solamente che i cambiamenti climatici sono reali, ma che da questi dipendono l’organizzazione e la sopravvivenza stessa della comunità umana. È evidente come nessuno Stato nazionale sia in grado di affrontare e governare tale sfida. Ma c’è di più. È lo stesso sistema internazionale ad accelerare il cammino verso il disastro. Non solamente, come è ovvio, perché le strutture di governo basate su accordi fra Stati sovrani, ciascuno con i propri interessi di breve periodo e le proprie gelosie, appaiono sempre più incapaci di affrontare comunemente una sfida planetaria di questa portata. Ma perché proprio il sistema degli Stati nazionali produce una folle rincorsa alla ricchezza e al potere che rende le nostre società e il nostro concetto di sviluppo tragicamente dipendenti dalla distruzione del mondo.
A questa provincializzazione orizzontale – lo spostamento del baricentro mondiale sulla mappa – se ne accompagna una seconda, verticale, molto più importante e che non riguarda solamente l’Occidente ma il mondo intero. Si tratta della provincializzazione delle nostre forme politiche e culturali rispetto alle sfide che l’umanità si trova ad affrontare. Per comprendere quanto le categorie della modernità siano oramai incapaci di leggere il presente e dunque di fornirci i punti cardinali indispensabili ad orientarci, basti pensare a tre prove mondiali con cui l’umanità è costretta a confrontarsi: caos climatico, intelligenza artificiale, ineguaglianza.
Sappiamo bene quanto il baricentro del mondo si stia spostando. Sappiamo che nel giro di pochi decenni nessuna delle economie europee sarà fra le prime otto. Sappiamo che, già oggi, l’unico ecosistema digitale alternativo e pari grado della Silicon Valley è quello cinese e che sull’intelligenza artificiale, la vera macchina a vapore del ventunesimo secolo, è in corso una nuova guerra fredda fra Stati Uniti e Cina che taglia interamente fuori il Vecchio Continente. Sappiamo che la demografia, che per tanti secoli ha favorito una piccola penisola asiatica chiamata Europa – una penisola che delle sue genti, come migranti e come coloni, ha riempito il mondo –, si sia oggi drasticamente invertita: se nel 1900 l’Europa contava 400 milioni di abitanti e l’Africa 120 milioni, nel 2050 l’Europa ne conterà una manciata in più e l’Africa oltre 2 miliardi. La mappa cognitiva europea è impostata per orientarsi in un mondo che non esiste più.



Lorenzo Marsili - La tua patria è il mondo intero




Lorenzo Marsili, filosofo, attivista e collaboratore di numerose testate internazionali e italiane (“The Guardian”, “Al Jazeera”, “The Nation”, “il Fatto Quotidiano”), ha lavorato nel giornalismo culturale a Londra e Pechino, dove ha ideato la rivista di culto “Naked Punch”. Ha fondato la ONG European Alternatives e con Yanis Varoufakis ha lanciato il movimento europeo DiEM25.


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