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Giovanni Tizian, Stefano Vergine - Mister flat tax ha fatto crack

Il libro nero della Lega

Di seguito, il capitolo 35 "Mister flat tax ha fatto crack", tratto da Il libro nero della Lega, di Giovanni Tizian e Stefano Vergine.


Qualcuno ricorderà quello che è passato alle cronache come il “cer­chio magico” di Bossi, le persone rimaste più vicine al vecchio leader dopo il malore del 2004. C’erano Marco Reguzzoni, Giancarlo Gior­getti, Roberto Cota e Rosy Mauro. Ad eccezione di Giorgetti, tutti gli altri sono oggi scomparsi dalla scena politica. Salvini ha infatti creato una nuova squadra di fedelissimi, facce nuove come Morisi e Paganel­la, il commercialista Giulio Centemero, la responsabile dei rapporti con i media Iva Garibaldi, gli amici e oggi deputati della Repubblica Eugenio Zoffili e Fabrizio Cecchetti. C’è però solo un uomo che può eguagliare per importanza Morisi, il dio dei social. Si chiama Armando Siri, 47 anni da Genova, giornalista che vanta un passato nella gioventù socialista e un’amicizia personale con Bettino Craxi. Paradossale se si pensa che la Lega Nord è cresciuta politicamente proprio sfruttando le grane giudiziarie di Craxi e compagni.
Fatto sta che Siri è oggi il sottosegretario alle Infrastrutture del go­verno giallo-verde, nomina frutto della spartizione delle poltrone con gli alleati a 5 stelle. La sua collocazione naturale sarebbe stata al mini­stero dello Sviluppo economico, quello attualmente guidato da Luigi Di Maio. Siri è infatti presentato pubblicamente come l’ideologo della flat tax, cavallo di battaglia della campagna elettorale salviniana, la ri­forma che prometteva un taglio netto della pressione fiscale per tutti i cittadini italiani (la prima manovra del governo ha in realtà introdotto la flat tax solo per le partite Iva che fatturano fino a 65 mila euro). Ma Siri non è solo il cantore della tassa piatta che tanto piace alle partite Iva. L’ex giornalista di Mediaset è anche l’uomo dei contatti con le imprese, l’organizzatore di cene tra Salvini e pezzi grossi dell’economia italiana e della finanza internazionale. Tutto fatto privatamente, senza annunci. D’altronde la retorica con cui si aizza la folla contro i “poteri forti” risulterebbe meno credibile se la nuova Lega avesse pubblicizza­to i numerosi incontri con i rappresentanti delle élites.
Ciò che stride di più, però, è uno scheletro nascosto nell’armadio di Siri. Una storia che il nuovo guru fiscale leghista non ha mai raccon­tato agli elettori. L’uomo scelto dal leader felpato come responsabile economico del movimento Noi con Salvini, factotum della Scuola di formazione politica della Lega, nel maggio del 2014 ha infatti concor­dato una pena con i giudici del tribunale di Milano per il crac della MediaItalia, società che ha lasciato debiti per oltre un milione di euro. Un patteggiamento a 1 anno e 8 mesi per bancarotta fraudolenta (cfr. doc. n. 37).
La MediaItalia nasce a Milano nel 2002 per iniziativa di Siri e di due soci di minoranza. Si occupa di produrre contenuti editoriali per media e aziende, tanto da diventare poco dopo responsabile della pro­duzione del giornale di bordo della Airone, la compagnia aerea creata dall’imprenditore Carlo Toto. Gli affari vanno bene, il fatturato cresce di continuo. Ma a salire vertiginosamente sono anche i debiti, che nel 2005 superano il milione di euro. È a quel punto che le cose cambiano. Siri e soci trasferiscono tutto il patrimonio della MediaItalia a un’altra azienda, la Mafea, che in cambio non paga nemmeno un euro. Meno di un anno dopo Siri decide di chiudere la MediaItalia e nomina come liquidatrice Maria Nancy Marte Miniel. Chi è? Una donna di Santo Domingo immigrata in Italia, oggi ufficialmente titolare di un negozio di parrucche e toupet a Perugia. «Una vera e propria testa di legno», la definiranno i giudici nella sentenza di condanna. Già, perché la signo­ra non ha le competenze per gestire un’azienda né i mezzi per pagare i debiti. E così a rimanere con il cerino in mano sono i creditori della MediaItalia: fornitori, banche e lo Stato italiano. Lo stesso che adesso Siri rappresenta in qualità di sottosegretario.
La sentenza del tribunale di Milano parla chiaro: l’ideologo della flat tax e i suoi soci hanno provocato il fallimento della società con operazioni dolose, svuotando l’azienda e omettendo di pagare alle am­ministrazioni dello Stato 162 mila euro tra tasse e contributi previden­ziali. Avevano pure tentato di rendere la vita difficile agli inquirenti spostando nel Delaware, paradiso fiscale statunitense, la sede legale e i libri contabili della Mafea, l’azienda a cui erano stati trasferiti gli asset della MediaItalia. Una strategia – hanno ricostruito le indagini giudi­ziarie – architettata insieme al gruppo di commercialisti a cui si erano rivolti Siri e soci. Fra questi spicca il nome di Antonio Carlomagno, professionista milanese già coinvolto nell’indagine giudiziaria sulla Pe­rego Strade, la società di Lecco scalata e spolpata dalla ’ndrangheta lombarda tra il 2008 e il 2010. Carlomagno è uno dei commercialisti finiti sotto accusa – e poi assolto – per il fallimento delle aziende del gruppo Perego.
Scatole piene di debiti fiscali, spesso basate proprio nel Delawa­re, dove le tasse sono basse e la trasparenza societaria è praticamente nulla. Per questo colpisce ritrovare più volte il piccolo Stato affacciato sull’Oceano Atlantico nella parabola imprenditoriale di Siri. Non solo nella vicenda MediaItalia. Altre due società italiane in cui il guru eco­nomico di Salvini ha avuto ruoli di spicco (socio di maggioranza e am­ministratore unico) hanno infatti trasferito la sede legale nella piazza offshore a stelle e strisce. È successo negli stessi anni in cui la MediaI­talia andava a picco. Le aziende in questione si chiamano Top Fly Edi­zioni e Metropolitan Coffee and Food. Simili tra loro, almeno così pare guardando i bilanci. Nate nei primi anni Duemila, iniziano a fatturare sempre di più, ma contemporaneamente aumentano a dismisura i de­biti. Finché Siri e gli altri azionisti italiani escono, al loro posto entra­no soci e amministratori stranieri (tra cui la stessa dominicana Maria Nancy Marte Miniel) e la sede legale viene spostata nel Delaware. Top Fly Edizioni, Metropolitan Coffee and Food e Mafea hanno sede allo stesso indirizzo: Barksdale Road, civico 113, comune di Newark.
C’è poi un’altra questione che potrebbe imbarazzare il consiglie­re economico di Salvini. È quella che abbiamo raccontato nella Parte prima di questo libro: gli affari privati di Siri con Luigi Patimo, mana­ger di una multinazionale straniera (la spagnola Acciona), coinvolto in un caso di corruzione a Reggio Calabria con un dipendente pubblico imputato per concorso esterno alla ’ndrangheta. Per capire come mai Siri – nemmeno laureato in economia – sia diventato uno degli uomini più ascoltati da Salvini non bisogna però cercare nella sua storia giu­diziaria. È necessario guardare il presente, gli anni più recenti, e cioè i rapporti tra il ministro dell’Interno e il potere. Per conto del capo, infatti, Siri ha organizzato o cercato di organizzare incontri con editori, banchieri, imprenditori e cancellerie straniere. Nel gennaio del 2018, per esempio, ha pianificato un viaggio a New York in cui il Capita­no avrebbe dovuto incontrare esponenti dell’amministrazione Trump. Sempre lui ha tenuto i contatti con i rappresentanti diplomatici della Bielorussia in Italia e con Igor Pellicciari, console onorario della Russia fino al 2017.
La specialità di Mister Flat Tax è però l’Italia. Siri ha cercato di organizzare meeting riservati tra Salvini e Marco Rotelli, del gruppo San Donato, il principale polo di ospedali privati italiani. È riuscito più volte a far incontrare al leader leghista Urbano Cairo, oggi proprietario di La7 e Rcs (editore del «Corriere della Sera»). Ha rappresentato le proposte della Lega presso banche d’affari e società d’investimento. D’altronde lui è l’uomo della flat tax, e la finanza voleva conoscere meglio i piani leghisti prima delle ultime elezioni politiche. Meglio far­lo senza clamore, però, perché quelli sono i tanto vituperati “poteri forti”. Prendiamo il caso di Mediobanca. Il 1° dicembre del 2016 la storica banca d’affari italiana ha organizzato a Londra un incontro con alcuni suoi clienti: investitori italiani e internazionali. A rappresentare la Lega era proprio Siri, che negli anni seguenti ha continuato a intrat­tenere rapporti con l’istituto. Il 25 gennaio del 2018, a meno di due mesi dalle elezioni politiche che avrebbero portato il Carroccio al go­verno, l’attuale sottosegretario di Stato ha partecipato a un pranzo di lavoro organizzato dalla banca al ristorante Convivium, nel quartiere milanese di Brera. Obiettivo: mettere in contatto diretto Siri e Covalis, società finanziaria internazionale che gestisce fondi d’investimento at­tivi in vari settori tra cui quello delle infrastrutture, ambito di cui oggi Siri si occupa direttamente.
L’incontro con Covalis, che gestisce anche alcuni fondi basati nel paradiso fiscale delle Isole Cayman1, è stato organizzato da Antonio Guglielmi. Un nome che i lettori più attenti delle cronache finanziarie ricorderanno. Capo dei mercati azionari di Mediobanca, nel gennaio del 2017 Guglielmi ha prodotto uno studio in cui si analizzavano le conseguenze dell’uscita dell’Italia dall’euro. Risultato? La cosiddetta Italexit non sarebbe stata poi tanto dannosa per il Belpaese, aveva con­cluso Guglielmi in controtendenza rispetto alla maggior parte dei suoi colleghi. Il report deve aver fatto guadagnare parecchi crediti all’eco­nomista tra i leghisti no euro, tanto che il suo nome è circolato con insistenza per la poltrona di direttore generale del ministero del Tesoro subito dopo le elezioni del 4 marzo 20182. I retroscena giornalistici dell’epoca lo accostavano ai grillini, ma come abbiamo appena rac­contato il dirigente di Mediobanca aveva in realtà un rapporto molto stretto con Siri, il consigliere economico di Salvini.
Guglielmi non è l’unico rappresentante delle élites in intimità con il nuovo potere sovranista. Tra i tanti contatti del sottosegretario Siri spicca quello con Luigi Cremonini, patron dell’omonimo gruppo in­dustriale: 16 mila dipendenti nel mondo, 4 miliardi di fatturato annuo grazie a marchi famosi come Roadhouse, Manzotin e Chef Express. Un colosso mondiale della carne presente anche in Russia, e dunque direttamente interessato dalle sanzioni commerciali imposte contro Mosca da Usa e Ue.
La multinazionale Cremonini spera che Salvini riesca a imporre la sua linea in Europa e con gli Stati Uniti. Basta con le sanzioni, insom­ma. L’agroindustria è l’ambito su cui si gioca una partita cruciale. È infatti uno dei settori più colpiti dall’embargo. Prima del 2014, l’Ita­lia era uno dei principali esportatori di cibo al mondo verso la Rus­sia. Secondo Coldiretti, la decisione della guerra commerciale varata dall’Unione europea ha creato danni pesanti alle aziende nostrane: «le esportazioni italiane sono scese ad un valore di poco inferiore agli 8 miliardi di euro nel 2017, rispetto agli 11 miliardi del 2013»3.
I rapporti tra Cremonini e la Lega esistevano anche prima dell’ar­rivo del Capitano. Con il partito di Salvini e Siri, però, si sono inten­sificati. Anche perché il sottosegretario ha un contatto diretto con un manager molto vicino al patron della multinazionale. Si tratta di Luigi Scordamaglia, in passato amministratore delegato di Inalca, una delle società del gruppo dell’industriale modenese della carne. Oggi Scorda-maglia è il presidente di Federalimentare, rappresentante di un settore da 137 miliardi di euro di fatturato (dato del 2017). Così dichiarava su «La Stampa» del 27 marzo 2018: «Le sanzioni sui prodotti freschi erano già pesanti e hanno generato un danno notevole per l’alimentare italiano». E alla vigilia del viaggio di Salvini a Mosca, Scordamaglia ha dichiarato: «Fa bene il vicepremier Salvini a tornare sulle sanzioni economiche contro la Russia, evidenziandone l’assurdità [...]. Ora via a misure concrete per un’alleanza stabile tra mercati ed economia rus­sa e italiana». Analogamente, così parlava Armando Siri il 29 gennaio 2018 intervistato dalla testata russa e filogovernativa «Sputnik»: «Le sanzioni sono sbagliate, hanno una ricaduta pesante. Sicuramente un governo Salvini spingerà e userà tutto il suo potere per superarle».
Il 28 marzo del 2017 Siri ha organizzato una cena privata tra Salvini e Cremonini nella casa romana dell’imprenditore. Non sappiamo di cosa hanno parlato i due, se le sanzioni anti-Russia sono state al centro del dialogo, ma di certo l’industriale modenese deve avere molto a cuore Siri. Alle ultime elezioni la sua Cremonini Spa ha infatti donato 15 mila euro al sottosegretario leghista. Non proprio il massimo per il rappresentante di un partito che dice di battersi contro multinazionali e poteri forti4. E infatti Siri è corso ai ripari, cancellando dalla sua dichiarazione patrimoniale – quella presente sul sito del Senato – il nome della Cremonini Spa. Tentativo inutile: Internet non dimentica (cfr. doc. n. 38).


1 http://www.covaliscapital.com/.
2 «Bloomberg», 6 giugno 2018.
3 «Quifinanza.it», 29 giugno 2018.
4 Intervento di Matteo Salvini al Parlamento europeo, 8 ottobre 2013.




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