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Johann Chapoutot - La rivoluzione culturale nazista


Sulla costruzione sistematica di un pensiero criminale.

La rivoluzione culturale nazista


Lo spazio vitale, la sopravvivenza del più forte, la divisione dell’umanità in uomini e sotto-uomini, la sopraffazione come necessità di leggi naturali: questi sono i principi alla base della “cultura” nazista.


In questa sede speriamo di poter completare e, per quanto ci riguarda, chiudere il dossier mostrando come per dispiegare le proprie potenzialità criminali il nazismo abbia voluto porsi come rivoluzione culturale. Riprendendo talvolta contributi già in parte pubblicati, ma completandoli e proponendo capitoli inediti, abbiamo voluto mostrare l’unità di una ricerca di lunga lena sul fenomeno nazista, il quale consiste, oltre che in un’inverosimile serie di crimini, in una narrazione e in un corpus normativo finalizzati a far accettare agli autori di questi crimini il fatto che le loro azioni erano legittime e giuste.
La narrazione è la visione nazista della storia, tenuta insieme dall’angoscia biologica e intessuta di moniti apocalittici. Secondo questa “visione del mondo”, la razza germanica è fin dalle sue origini alienata e snaturata da influssi culturali e biologici provenienti dall’esterno, che la distruggono a poco a poco destinandola alla scomparsa in tempi brevi. Questa narrazione vede attraverso la lente della biologia razziale tutti gli episodi della storia della “razza”, dalla Grecia antica alla Repubblica di Weimar, passando per la fine dell’Impero romano, l’evangelizzazione cristiana, l’umanesimo, la Rivoluzione francese e la Grande Guerra.
La norma è il corpus degli imperativi resi necessari da tale storia: è ormai tempo di agire, e rapidamente, per evitare alla razza germanica questa sorte funesta. I nazisti sono consci che ciò che raccomandano urta e sconvolge coscienze educate da secoli secondo i precetti cristiani, kantiani, umanisti e liberali. Al vertice della gerarchia nazista, in sfere dove ci si considera un’élite intellettuale e un’avanguardia morale, ci si preoccupa per l’alto numero degli ostacoli ancora presenti nelle intelligenze tedesche: il “sentimentalismo”, la “sdolcinatezza”, l’“umanitarismo” vengono fustigati dagli Hitler, dai Goebbels, dagli Himmler, dai Bormann, che vi riconoscono l’eterno deutscher Michel, vittima della storia e dei propri nemici perché indeciso e buono.
Nel corso di alcune discussioni intorno alla realizzazione di un film che promuoveva l’eutanasia, Goebbels fa notare nel suo diario che si tratta esattamente di educare il popolo tedesco a misure di certo dure, ma necessarie, affinché «la liquidazione di questi esseri che non sono più vitali sia psicologicamente più facile per noi». Qualche mese dopo, nel momento in cui inizia la fase omicida industrialmente organizzata della “soluzione finale”, lo stesso Goebbels ordina «un gran numero di riprese nei ghetti»: «Avremo ancora davvero bisogno di questo materiale per l’educazione del nostro popolo». «Ancora», perché nel frattempo i centri dove si pratica lo sterminio sono tenuti segreti. Ci sarebbe voluto parecchio tempo prima che il popolo tedesco raggiungesse una maturità tale da poter comprendere la necessità di un compito storico che violava tutte le sue concezioni morali, religiose ed etiche, concezioni vecchie di secoli che il nazismo intendeva combattere e soppiantare.
Per poter agire, nonostante i secoli di alienazione, nonostante le fasi di snaturamento, occorreva operare sul corpo e sull’anima del popolo tedesco una rivoluzione culturale nel senso prerivoluzionario del termine: un ritorno alle origini, a ciò che era l’uomo germanico, al suo modo di vivere e al suo atteggiamento istintuale verso gli esseri e le cose, necessario per raggiungere la salvezza.


Johann Chapoutot - La rivoluzione culturale nazista






Johann Chapoutot è professore di Storia contemporanea all’Université Paris-Sorbonne e membro onorario dell’Institut Universitaire de France.


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