Password dimenticata?

Registrazione

Home > Notizie

Stefano Mancuso - L'incredibile viaggio delle piante

Storie di pionieri, fuggitivi, reduci, combattenti, eremiti, signori del tempo.


L'incredibile viaggio delle piante

Come le piante navigano intorno al mondo, come portano la vita su isole sterili, come sono cresciute in luoghi inaccessibili e inospitali, come viaggiano nel tempo, come convincono gli animali a farsi trasportare ovunque. Queste, alcune delle incredibili storie raccontate in questo libro.


La spinta espansiva della vita non può essere contenuta. Per questo è impossibile pensare di rinchiudere una specie vegetale all’interno di recinti quali orti botanici o giardini. Benché noi lo facciamo continuamente, prima o poi le piante riescono a scappare, riconquistando la possibilità di continuare la loro espansione.
La maggior parte delle specie, siano esse animali o vegetali, che oggi consideriamo invasive è arrivata così, fuggendo dai luoghi in cui l’uomo riteneva fosse possibile mantenerle confinate. A voler essere precisi, non solo le specie che oggi consideriamo invasive, ma la maggioranza delle piante che riteniamo parte del nostro ambiente da sempre, sono in effetti soltanto dei migranti di più o meno lunga data. Piante che oggi sono percepite come parte del patrimonio culturale sono soltanto delle straniere che si sono ben integrate.
Pensiamo al mais. Questo straniero proveniente dal Messico che ha sfamato il popolo padano per generazioni. O il pomodoro e il basilico, piante distintive della cultura alimentare italiana. Non è forse la pasta con il pomodoro e una foglia di basilico il piatto nazionale italiano? Ebbene, il pomodoro (Solanum lycopersicum) è una specie originaria di un’area compresa fra Messico e Perù, arrivata con Hernán Cortés in Europa, per la prima volta nel 1540.
E non aveva ancora nulla a che fare con quello che conosciamo. Quando giunge in Italia, nel 1544, il suo frutto è, infatti, giallo, ed è descritto da Andrea Mattioli nel suo Medici Senensis Commentarii come mala aurea, traslato poi letteralmente in “pomo d’oro”. Per farsi accettare il povero pomodoro, come accade a tanti altri migranti, ne dovrà passare di tutti i colori. Nel suo caso il modo di dire è letterale: fin quando non diventerà rosso, infatti, sarà guardato come una pianta piuttosto sospetta, perché dapprima ritenuta tossica, poi di sola utilità ornamentale, quindi curativa. Solo nel 1572 si fa riferimento ad una varietà di pomodoro “gagliardamente rosso”. Da quel momento tutto diventa più facile; una volta virato al rosso il più è fatto. Il pomodoro inizierà ad essere utilizzato per scopi alimentari. Ma lentamente. Tanto che per avere la prima ricetta del nostro piatto nazionale, la pasta col pomodoro, dovremo attendere la prima metà dell’Ottocento.
Un cammino lungo, ma tutto sommato semplice se paragonato a quello del basilico, altro baluardo dell’italianità culinaria. Il basilico (Ocimum basilicum), in realtà, è anche lui uno straniero. Proviene dalle zone interne dell’India ed è arrivato in Europa con Alessandro Magno. Anche per lui, il cammino per essere accettato non è stato facile. Al suo confronto il pomodoro è stato accolto a braccia aperte. Pensate che, per poterlo vedere sulle nostre tavole, dal 350 a.C. si è dovuto attendere il xviii secolo. Per oltre 2000 anni il nostro profumato straniero ha goduto di bassa reputazione: da Plinio il Vecchio, che nella sua Storia naturale lo riteneva responsabile di stati di torpore e pazzia, fino a Nicholas Culpeper, medico e botanico britannico, vissuto nella prima metà del xvii secolo, che lo riteneva né più né meno che un veleno.
Ma ora lasciamo stare le piante alimentari o qualunque altra pianta sia stata introdotta per essere in qualche modo adoperata. Per queste, le analisi economiche o di utilità hanno alla fine avuto sempre ragione di ogni altro tipo di considerazione naturalistica. Quello che è interessante sottolineare è che, a prescindere dalle specie coltivate, moltissime piante che oggi riteniamo parte della nostra flora nativa non lo sono affatto, essendo originarie di aree spesso molto lontane.
Perché, quindi, insistiamo a definire invasive tutte quelle piante che con grande successo riescono ad occupare territori nuovi? A ben vedere, le piante invasive di oggi sono la flora nativa del futuro, così come le specie invasive del passato sono oggi parte fondamentale dei nostri ecosistemi. Mi piacerebbe che questo concetto fosse chiaro: le specie che oggi consideriamo invasive sono le native di domani. Avere sempre presente questa regola impedirebbe tante delle stupidaggini intese a limitarne l’espansione.


Stefano Mancuso – L’incredibile viaggio delle piante






Stefano Mancuso dirige il Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale (LINV) dell’Università degli Studi di Firenze, presso la quale è professore.


Seguici in rete

facebook twitter youtube   
newsletter laterza

Ricerca

Ricerca avanzata

Notizie

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su