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Jan Zielonka - Contro-rivoluzione

Zielonka particolare di copertina
DISAGIO DEMOCRATICO
Sulla ‘rappresentanza malfunzionante’

Contro-rivoluzione

Jan Zielonka, allievo di Dahrendorf e liberale di lungo corso, riflette in modo critico e autocritico sulla caduta del liberalismo e sulla nascita di movimenti populisti.
Qui un brano sulla distanza crescente tra cittadini e politica.


I politici contro-rivoluzionari pretendono di parlare a nome delle persone che non si sentono più rappresentate nel sistema di governo. Perché la loro pretesa non è credibile? Perché i pilastri della rappresentanza politica – cioè i partiti, i parlamenti, le elezioni e i media – sono sbriciolati. L’erosione di questi pilastri portanti della rappresentanza si è chiaramente intensificata negli ultimi decenni ed è coincisa con l’era liberale trionfante. Un rapido sguardo ai dati statistici di tutta Europa mostra che nel corso degli ultimi due decenni abbiamo conosciuto punte record in negativo della partecipazione popolare alle elezioni, degli iscritti ai partiti, e della fiducia pubblica nei parlamenti. Nello stesso periodo abbiamo visto schizzare a livelli record la volatilità elettorale, che è andata sempre più a vantaggio dei politici contro-rivoluzionari.

Non c’è bisogno di studiare i discorsi dei politici contro-rivoluzionari per vedere la profonda crisi della rappresentanza politica e dei suoi pilastri istituzionali portanti. Come ha affermato con estrema chiarezza il professore irlandese Peter Mair, «i partiti politici sono ancora operativi, ma sono ormai così sconnessi dalla società in generale, e si affrontano in un tipo di competizione che è così carente nei contenuti, da non apparire più capaci di portare avanti il progetto democratico nella sua forma attuale».

I partiti sono tutt’altro che morti. Possono avere pochi iscritti, e per lo più relativamente anziani, ma dispongono di più potere e risorse che mai. Il problema è che oggi in Europa i fondi per la vita dei partiti arrivano principalmente dallo Stato anziché dalle tessere degli iscritti, da donatori privati e da organizzazioni affiliate. Anche il potere dei partiti deriva più dai regolamenti statali che dal solido radicamento nei propri elettorati. I partiti non funzionano più da ponte fra lo Stato e la società; sono diventati parte della macchina statale, staccati dall’elettorato. I partiti poggiano in sostanza su canali di comunicazione regolati dallo Stato; utilizzano strutture dello Stato per rimpolpare i ranghi del personale e tenere in piedi la propria organizzazione a corto di uomini; e premiano i loro sostenitori con privilegi e risorse dello Stato. Così si spiega perché i partiti continuino ad essere ancora vivi e operativi, ma ciò non li rende rappresentativi. La crepa fra i cittadini comuni e le élites di partito si allarga sempre più e viene riempita da nuove formazioni con vessilli contro-rivoluzionari.

I proclami pubblici dicono in continuazione che i parlamenti sono i luoghi chiave della rappresentanza politica: lì vengono fatte le leggi e i governi vengono giudicati. Ma in realtà la maggior parte delle leggi viene preparata nelle stanze dei ministeri solitamente guidati da leader di partito, e i parlamenti non fanno che approvare le loro decisioni, spesso senza o quasi discussione. La valutazione dei politici avviene principalmente nei media, e sempre più online. Anche le commissioni speciali dei parlamenti, costituite per portare alla luce i principali comportamenti impropri dei funzionari, sono gestite come esercizi di pubbliche relazioni e molto di rado conducono ad azioni disciplinari contro i leader di partito.

È finito il tempo in cui i parlamenti pretendevano di proporsi come l’agorà in cui si svolgeva il confronto delle idee, in cui si profondeva ispirata eloquenza a dosi massicce; oggi, i parlamenti sono votifici disciplinati dai capigruppo di partito. Nei parlamenti si continuano a tenere i dibattiti, che vengono spesso trasmessi sui canali televisivi, ma che assomigliano poco all’ideale della democrazia deliberativa. I membri del parlamento seguono la linea del partito e si lanciano reciprocamente insulti, che a volte sfociano persino in risse violente. Gli esempi di compromesso e mediazione fra la maggioranza parlamentare di governo e la minoranza sono scarsi di questi tempi, anche in paesi come l’Olanda, che amava vantarsi di una cultura politica consociativa. Se a ciò si aggiungono gli scandali a ripetizione che coinvolgono parlamentari – come lo scandalo dei rimborsi spese dei deputati scoppiato nel 2009 nel padre di tutti i parlamenti, Westminster – è facile capire perché questo pilastro della rappresentanza sia sempre più traballante.

Al giorno d’oggi, i cittadini collocano i parlamenti al gradino più basso nella lista delle istituzioni che meritano la loro fiducia o stima. Secondo l’Eurobarometro del 2016, solo il 28 per cento degli europei dichiarano di fidarsi del loro parlamento nazionale. La fiducia netta dei cittadini spagnoli è diminuita del 67 per cento in un breve periodo fra il 2008 e il 2010, e quella dei cittadini irlandesi è calata del 65,7 per cento. Il declino della fiducia nei parlamenti, benché meno drastico, è stato osservato anche in paesi economicamente prosperi come la Germania.

Date le deficienze dei partiti e dei parlamenti contemporanei, non sorprende che le elezioni non siano più viste come un’occasione di svolta politica. Per questo le manifestazioni dei movimenti contro-rivoluzionari come Podemos sono affollate di striscioni con la scritta: «voto senza voce».

Le elezioni vengono organizzate e celebrate, ma non danno agli elettori la sensazione di essere ascoltati e rappresentati. Le elezioni portano all’alternanza dei partiti al potere, ma – a meno di un trionfo dei contro-rivoluzionari – difficilmente producono cambiamenti importanti nelle politiche economiche, culturali o migratorie. Gli elettori possono punire i politici al governo, ma non sono in grado di portarli più vicini alle loro case, ai loro posti di lavoro e alle loro preoccupazioni quotidiane. Possono osservare i politici in competizione solo a distanza, con poche opportunità di dialogo di una qualche rilevanza. Le elezioni assomigliano sempre più pesantemente a carnevali mediatici. Comizi, apparizioni televisive, immagine e inganno prevalgono sugli argomenti di sostanza e documentazione storica. E, poiché viviamo nell’epoca della post-verità, gli agonisti elettorali concorrenti non hanno remore a fare uso di bugie e calunnie.

E siamo così al quarto pilastro chiave della democrazia: i media. I rivoluzionari liberali del 1989 in Europa orientale combattevano per media liberi e indipendenti. Ma hanno scoperto ben presto che in democrazia i media vengono anche manipolati, e non solo dai politici locali bensì pure da interessi aziendali. La macchina delle pubbliche relazioni politiche di Silvio Berlusconi si dimostrò più efficace di qualsiasi propaganda comunista e trovò molti seguaci in tutto il continente. Non solo la televisione, ma anche la stampa europea di qualità è andata sempre più connotandosi come portatrice di un’opinione politica particolare, è diventata partigiana, e sensazionalistica. La politica democratica è per giornali e riviste una specie di intrattenimento, che genera profitti. Politici privi di radici sociali e vedute lineari non possono fare a meno di adattarsi alle esigenze dei media. Non sorprende che spesso parlino come concorrenti di un reality show sul piccolo schermo. Alcuni prendono addirittura parte a show televisivi come Strictly Come Dancing (Ballando con le stelle) o Big Brother (Grande Fratello).

Internet ha offerto canali di comunicazione liberi da censura editoriale, ma questi canali sono stati spesso sfruttati abilmente da quelli che indulgono a discorsi d’odio piuttosto che alla promozione della democrazia. Internet ha aiutato i cittadini a monitorare i politici e a connettersi tra di loro.
Ma l’accesso a internet è diseguale, sia in termini di offerta sia in termini di consumo. I dati privati dei cittadini vengono usati lecitamente e illecitamente dai provider di internet e agenti della sicurezza. Alcune informazioni (magari false) vengono diffuse, mentre altre (magari ben documentate) vengono tenute nascoste. Secondo BuzzFeed News, diffondere informazione ingannevole su Facebook e Twitter è diventato pane quotidiano della politica in molti Stati democratici. Nell’insieme, internet è stato un’arma a doppio taglio per la rappresentanza democratica, almeno finora.


Jan Zielonka, Contro-rivoluzione. La disfatta dell'Europa liberale


Jan Zielonka insegna Politiche europee alla University of Oxford ed è Ralf Dahrendorf Fellow al St Antony’s College.


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