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Luciano Canfora - La scopa di don Abbondio

Luciano Canfora_foto Boccia
La scopa di don Abbondio. Il moto violento della storia
IL NUOVO LIBRO DI LUCIANO CANFORA

La scopa di don Abbondio

Luciano Canfora rintraccia nel tempo presente problemi e fenomeni che pensavamo essere ormai scomparsi nelle pieghe della storia. Nasce così "La scopa di don Abbondio. Il moto violento della storia". Eccone un brano su "La rivoluzione".  


L’andamento a spirale del movimento storico lo si può osservare allo stato puro se si pone mente a quel ciclico fenomeno di rottura che gli storici chiamano «rivoluzioni ». Se si osserva, cioè, il riproporsi, di rivoluzione in rivoluzione, della medesima fondamentale istanza, che suscita l’idea di un ritorno ogni volta al punto di partenza. (E sarebbe un inveramento dell’originario significato, per esempio astronomico, del termine latino revolutio.)

Per paradosso, perciò, si potrebbe molto superficialmente sostenere che «le rivoluzioni» incarnano in realtà sempre la stessa rivoluzione. «Eppur si muove».

Partiamo dunque da questa constatazione: è da secoliche sembra replicarsi, e ritentarsi, pur sempre la stessa rivoluzione. Ovviamente cambia il lessico: conforme alla cultura e alle esperienze delle singole epoche. Ciò che invece rende inevitabile la ‘replica’, il rinnovarsi del tentativo, è che le rivoluzioni prima o poi si snaturano o meglio divengono altro: i dogmatici dicono ‘falliscono’.

Ma proprio il fatto che esse tornino a riprodursi ne dimostra la necessità. La posta in gioco è, da sempre, la spinta verso l’uguaglianza: da Erodoto («la parola più bella è ciò che è uguale per tutti») in avanti.

Nonostante la durezza delle rivoluzioni, però, l’ineguaglianza risorge e sempre daccapo provoca repulsa.

E quando finalmente diviene chiaro di quanto ci si è allontanati dalle premesse, e dalle promesse, della rivoluzione precedente, ecco che sono mature le condizioni perché venga ad esistenza una nuova scossa.

Se solo si considera la distanza che intercorre tra i principi dell’89 (Dichiarazione dei diritti dell’uomo) e la realtà, cent’anni dopo, dell’Europa in marcia verso la Prima guerra mondiale, protesa a spartirsi il mondo coloniale, ben si comprende l’inevitabilità di una nuova resa dei conti. Che allora infatti daccapo si produsse (1917-1918). Cambia il lessico, ma la questione sul tappeto è la stessa: i ‘caposaldi’ tradìti della rivoluzione precedente. Non è di ieri o ier l’altro, ma del 1789, la formulazione-caposaldo prodotta dalla Rivoluzione francese: «Gli uomini nascono e restano liberi e uguali» (Preambolo della Dichiarazione dei diritti dell’uomo). E se ben si riflette, si comprende che tutto si gioca su quelle due parole «e restano»: programma grandissimo e inevaso, su cui si infranse quell’esperienza dopo un quarto di secolo di convulsioni (1789-1815). Per poi ricominciare dopo poco. Perché, una volta scritto, quel «e restano» non si può più cancellare. E già mentre – allora – veniva man mano disatteso, veniva nondimeno altrettanto puntigliosamente rilanciato: così vediamo il repubblicanissimo.

Direttorio schiacciare la Congiura degli Eguali di Gracco Babeuf (1796) o il repubblicanissimo generale Cavaignac, figlio del convenzionale e regicida Cavaignac (1793), sparare sugli operai socialisti parigini nel giugno 1848, i quali alla neonata Seconda Repubblica francese ancora una volta chiedevano di tener fede, non solo a parole e nei proclami, alla sbandierata uguaglianza.

Ma è storia assai più antica. Pescando quasi a caso nel passato ne troviamo immediatamente la traccia.

Così se apriamo il grande libro della storia italiana nell’età comunale ci imbattiamo nella rivolta fiorentina dei Ciompi, il cui capo – senza di certo conoscerlo

– riprende un grande motivo dell’ateniese Antifonte: «Se spogliate un ricco e spogliate un povero vedrete che non vi è differenza!». Antifonte diceva: «respirano entrambi col naso e con la bocca! Schiavi e liberi, Greci e barbari». Ma si potrebbe partire da molto prima dei Ciompi: dal discorso di Tiberio Gracco riferito da Plutarco («Persino gli animali hanno una tana per dormire, non i nostri contadini italici!»); o da Spartaco, «che ripartiva in parti uguali il bottino tra gli schiavi ribelli e così attirava sempre nuovi ribelli» (Appiano, Guerre civili, I, 541); o dai Bagaudi, contadini banditi alla fine dell’impero. Le forme cambiano. Talvolta parrebbe trattarsi di conflitti ideali o religiosi, eppure alla base vi è sempre la stessa spinta. Ne furono protagonisti i contadini tedeschi conquistati alla Riforma e presto avversati dagli stessi Riformatori. Non dissimile fu il caso dei ‘Livellatori’ inglesi, presto in rotta di collisione con la neonata repubblica di Cromwell. Più spesso furono le avanguardie spintesi troppo avanti a subire il contraccolpo per aver guardato troppo lontano: dagli ‘Enragés’ del

1793 alle rivoluzioni socialiste di Parigi schiacciate la prima e la seconda volta da governi ‘repubblicani’. Con spiccata ferocia nel 1871.

Ed è proprio il muro dei 40.000 fucilati della Comune che aiuta a capire quanto il 1917 di Pietroburgo riprendesse il filo mai interrottosi della medesima spinta all’uguaglianza, incoercibile come la fame: «sentimento – osservò Tocqueville – nutrito dallo spettacolo della diseguaglianza», «sentimento sempre uguale a se stesso, sempre teso al medesimo obiettivo col medesimo ardore ostinato e talora cieco». 


Luciano Canfora, La scopa di don Abbondio. Il moto violento della storia


Luciano Canfora è professore emerito dell’Università di Bari. Dirige i “Quaderni di storia” e collabora con il “Corriere della Sera”.


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