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Andrea Carandini - Io, Agrippina

Particolare di copertina
IO, AGRIPPINA
Una donna antica che anticipa il futuro

Io, Agrippina

Con un racconto in prima persona, Andrea Carandini conduce il lettore nelle memorie di una delle figure femminili più controverse e affascinanti della storia di Roma.


Io, Giulia Agrippina Augusta,
oggi 6 novembre del 55 giorno del mio quarantesimo natale, ho deciso: per il ruolo che ho svolto nella famiglia Giulia, per rispondere alle insinuazioni di palazzo trapelate in città e per difendere l’operato della mia famiglia scrivo le gesta delle due Agrippine – fatto senza precedenti –, cioè di mia madre e mie, che abbiamo tratto il nome dal nonno M. Vipsanio Agrippa.

Ho preso questa decisione nello studiolo chiamato Syracusae, posto al primo piano della parte privata del palazzo che ora è casa mia. Era stato Augusto a volerlo e a dargli il raro nome, perché in esso si isolava, come se si trovasse a Syracusae, la città contenuta in una isola. Nello studiolo scrivo queste righe mossa da una rissa di ricordi. Fuori dalla finestra, sopra l’Aventino, si addensano nuvole scure: il tempo volge al peggio.

Le memorie vengono redatte in due esemplari: uno noto e di mia mano, la brutta copia; l’altro ignoto e di mano di una liberta, la bella copia. Il secondo esemplare avrà due vantaggi rispetto al primo: includerà la mia fine, che magari conoscerò ma non potrò narrare, e sarà quello che più facilmente sopravviverà a questo tempo inquieto. Infatti la bella copia verrà consegnata all’archivio del palazzo quando l’imprevedibile mio figlio Nerone avrà finito di vivere.

Benché sia una donna, ho preso a modello le memorie di Giulio Cesare, di Augusto e di Claudio; non quelle menzognere di Tiberio – carnefice di genitori e fratelli –, come avrò modo di argomentare. Mia madre e io abbiamo sostenuto guerre in famiglia sanguinose quanto quelle rivolte ai nemici.

Ricordo poco della vita familiare dei miei primi anni – fatta eccezione del fuoco che crepitava scaldando e profumando la casa in legno sotto la neve –, ma ho nel cuore i racconti di mia madre, che così sempre li concludeva: «Sono l’eredità più preziosa, dicono chi siamo e cosa dobbiamo fare!». Ho anche compulsato i due archivi accolti in Syracusae, soprattutto riguardo al tempo di mia madre Agrippina.

Le gesta che narro si sono svolte alle estremità dell’Impero – tra il Reno e l’Albis e oltre l’Eufrate – e in città come Mitilene, Rodi, Antiochia, Alessandria e soprattutto Roma, nelle case e nei palazzi del Palatino, monte sul quale sorge il villaggio del potere nel quale tra parenti e affini ci si uccide.

Le case sono quelle rivolte alla Velia, all’Arce, al Campidoglio e all’Aventino . In esse e sopra di esse sono sorti poi tre palazzi: la casa di Augusto, che al suo fianco ne ha generato un’altra chiamata Augustiana voluta da mio figlio Nerone; la casa di Tiberio, successore di Augusto, che ha generato la sua estensione chiamata casa Tiberiana; la casa di mio padre Germanico, che ha generato dirimpetto la casa di mio fratello Gaio soprannominato Caligola.

Le gesta della vecchia classe dirigente repubblicana, benché predisposte negli atri delle case, erano deliberate in pubblico nel Foro. Invece le gesta dei principi si preparano e decidono nel chiuso dei palazzi. Affronto pertanto in queste memorie vicende segrete, massimo paradosso, ché la storia può fiorire soltanto quando le contese fra gli uomini si svolgono davanti al popolo.

Ah, se mosaici, marmi, pitture e stucchi, che tutto hanno visto, potessero parlare! Sarebbero i soli testimoni certi delle vite dei Cesari. Oltre ai papiri e alle tavolette cerate, confido di poter decifrare la lingua arcana degli edifici, che della storia sono il volto rivelatore. Potrebbe intendersi il principato d’Augusto ignorando il palazzo dal quale lui e gli altri Cesari hanno governato il mondo?

In tutto l’Impero, il solo uomo rimasto libero è il principe e gli unici esseri che di lui tutto sanno sono sua moglie, i parenti, la corte, i liberti, i servi e le concubine. Da questo punto di vista mi considero la narratrice ideale della casata dei Cesari – pronipote di Augusto, sorella di Caligola, moglie di Claudio e madre di Nerone –, sufficientemente vicina ai fatti senza però averli potuti determinare salvo in qualche onda lunga del potere.
Sono pertanto una testimone inferiore alle pietre, ma superiore ai pettegolezzi che cingono il palazzo con il miasma degli «Ho sentito dire...». Per gli eventi che ho vissuto e che in alcuni momenti ho contribuito a determinare non riferisco chiacchiere o versioni in contrasto tra loro – come fanno abitualmente gli storici – ma le notizie così come le ho sapute.


Andrea Carandini, Io, Agrippina


Andrea Carandini professore emerito di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana presso l’Università di Roma La Sapienza, ha condotto importanti scavi tra il Palatino e il Foro.


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