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Diamanti, Lazar - Popolocrazia

Popolocrazia
L'AVANZATA DEL NEOPOPULISMO

Popolocrazia

Il dilagare del populismo sta portando la democrazia a trasformare se stessa in una popolocrazia. L'analisi di Ilvo Diamanti e Marc Lazar


A partire dalla metà degli anni Ottanta del XX secolo, quasi ovunque in Europa si sono affermati movimenti e partiti populisti. L’esempio più emblematico è offerto dai risultati elettorali del Front National in Francia in occasione delle elezioni europee del 1984, quando crea la sorpresa ottenendo il 10,9 per cento dei voti, e in occasione delle legislative due anni più tardi, quando conquista il 9,6 per cento dei suffragi e invia 35 deputati all’Assemblea nazionale. I populisti registrano una crescita reale dopo la caduta del muro e il crollo dei paesi comunisti in Russia e in Europa, negli anni Novanta. Una terza sequenza si apre dopo l’11 settembre 2001, quando i populisti si impadroniscono del tema islam, designano questa religione come il nemico assoluto e la erigono a risorsa politica al servizio del loro progetto, scatenando incessanti polemiche. Infine, la crisi finanziaria del 2008 segna una nuova tappa, con le sue conseguenze sociali che vengono largamente sfruttate dai populisti per accentuare la loro progressione elettorale, senza tuttavia arrivare a varcare l’ultimo traguardo, quello che li porterebbe a conquistare il potere centrale. Con alcune notevoli eccezioni, tuttavia: l’Ungheria, la Polonia, la Repubblica ceca, la Slovacchia nel quadro di una coalizione, il Belgio dove siedono al governo ministri della Nuova alleanza fiamminga, e da ultimo l’Austria dove il Partito della libertà dopo le elezioni dell’ottobre 2017 entra in un governo guidato dai conservatori e occupa dei posti chiave. Così, nel 2016 e nel 2017, le formazioni populiste sono state sconfitte in Spagna, in Austria, in Olanda, in Francia e nel Regno Unito. Nonostante questi insuccessi, fanno sentire il loro peso sulla vita politica dei rispettivi paesi, così come sull’insieme dell’Unione Europea. L’esempio più emblematico è offerto in questo caso dall’esito del referendum voluto da David Cameron, che ha portato alla Brexit.

Questa fioritura dei populismi solleva un interrogativo essenziale. Sono semplicemente il ritorno di correnti che sono sempre esistite o esprimono un fenomeno inedito? Bisogna sottolineare le continuità con i loro antesignani o mettere l’accento sugli elementi di novità? Il dibattito oppone, in modo talvolta caricaturale, gli storici, inclini a riesumare le permanenze tra i populismi di ieri e quelli di oggi, e i politologi, che preferiscono sottolineare le forme inedite assunte da questi ultimi. In realtà, ai nostri giorni, i populisti mettono insieme delle invarianti e degli aspetti completamente originali. Ed è su questi ultimi che ci soffermeremo, prendendo alcuni esempi particolarmente significativi della loro retorica, e affrontando successivamente la questione delle loro forme di organizzazione e delle loro basi elettorali.

Cominciamo per prima cosa dal rapporto tra populisti e democrazia. In passato, i populisti attaccavano le democrazie parlamentari. Per esempio, in Francia, nel periodo fra le due guerre, le leghe detestavano il parlamentarismo repubblicano e volevano instaurare un regime autoritario. Il fascismo, il nazismo e, almeno fino alla metà degli anni Trenta, il comunismo, che avevano una componente populista, si scagliavano, con un ventaglio di argomentazioni differenti, contro la democrazia in quanto tale e annunciavano chiaramente la loro intenzione di instaurare delle dittature. Più tardi, i movimenti populisti hanno continuato a criticare le disfunzionalità della democrazia parlamentare, per esempio con Guglielmo Giannini in Italia alla fine degli anni Quaranta e Pierre Poujade in Francia a metà degli anni Cinquanta, ma lo stesso facevano anche formazioni di estrema destra ed estrema sinistra negli anni Sessanta e Settanta, che spesso presentavano aspetti populisti.

Da qualche decennio, però, i populisti hanno modificato il loro software. Hanno capito che il dopoguerra ha prodotto un cambiamento considerevole: nella parte occidentale del continente europeo si è affermata la democrazia, soprattutto in risposta alla sfida delle dittature comuniste durante la guerra fredda. Un lento processo di istituzionalizzazione della democrazia si è messo in moto, con un rafforzamento del potere dei Parlamenti e un peso considerevole dei partiti: a questo riguardo, la Francia costituisce l’eccezione, perché in questo paese i partiti sono sempre stati deboli, e a partire dal 1958 la Quinta Repubblica ha insieme portato a compimento e indirizzato un lungo processo di rafforzamento del potere esecutivo, che ha dato luogo, secondo la formula di Nicolas Roussellier, a «una democrazia esecutiva». Peraltro, si è sviluppata una dinamica di giudiziarizzazione della democrazia, con il ruolo crescente delle corti costituzionali a livello nazionale e delle istanze giudiziarie di appello su scala europea. Complessivamente, la democrazia si è radicata nelle opinioni: per adesione al suo ideale, dopo le esperienze fascista e nazista, per interesse, considerando che questo sistema politico è stato per più di trent’anni sinonimo di prosperità, a dispetto del mantenimento di disuguaglianze sociali e culturali reali, o per la combinazione di questi due motivi.

Il risultato è che ormai i populisti si presentano come i migliori democratici. Quello che criticano è il fatto che le democrazie siano inefficaci, paralizzate, traviate dalla classe dirigente. Ricordano senza posa che la democrazia consiste nel governo del popolo, dal popolo e per il popolo. Ambiscono giustamente a concretizzare questo principio fondatore dando sistematicamente la parola al popolo, perché il popolo, per essenza, è detentore della verità. Jean-Luc Mélenchon sintetizza alla perfezione il pensiero populista, quando, durante la campagna per le presidenziali, in un discorso a Parigi che conclude una manifestazione molto partecipata di suoi sostenitori, il 18 marzo 2017, esclama: «A noi che siamo i testimoni e i portavoce della forza del popolo, ecco la nostra massima: qualunque sia il problema, la soluzione è il popolo». Per altro verso, tutti ribadiscono il legame indissolubile che esiste tra democrazia e nazione. Si può dire che siano a favore della democrazia solo nel loro paese, in nome della prossimità con il popolo, in nome della sovranità popolare e nazionale. Da qui deriva il loro rigetto senza appello verso l’Unione Europea. Tutti si scagliano contro l’Europa federale, sovranazionale, burocratica, diretta da funzionari non eletti, totalmente scollegati dai popoli, un’Europa che a detta loro è l’Europa delle élite, perché serve i loro interessi. Alcuni sono contrari a qualsiasi ottica europea e si rintanano nelle frontiere dei rispettivi paesi, altri si pronunciano per un’Europa delle nazioni o dei popoli. Il tutto in nome della democrazia. I populisti sarebbero dunque diventati più democratici di qualunque democratico?

Tutti i populisti condividono una diffidenza di fondo verso il principio stesso di rappresentanza, su cui poggia la democrazia occidentale. La delega è l’avversario principe, perché secondo loro favorisce inevitabilmente la creazione di un’élite politica che si accaparra tutti i poteri. Non sono ovviamente gli unici a svelare la dimensione oligarchica della democrazia, ma da bravi rousseauiani sono adepti della volontà generale, che garantisce la purezza della democrazia. Quello che diceva al riguardo Jean-Jacques Rousseau rimane per loro di grande attualità e acquisisce il valore di un’esigenza ineludibile: «La volontà [generale] non si rappresenta: o è quella stessa, o è un’altra; non c’è via di mezzo. I deputati del popolo non sono dunque né possono essere suoi rappresentanti; non sono che i suoi commissari: non possono concludere niente in modo definitivo. Ogni legge che non sia stata ratificata direttamente dal popolo è nulla: non è una legge». Da qui deriva la negazione di qualsiasi legittimità ai corpi intermedi, e l’incensamento della democrazia diretta o immediata, che passa, a loro avviso, attraverso l’uso regolare del referendum. Un’idea che fa proseliti e consente loro di criticare i partiti tradizionali, così come gli studiosi che si mostrano, complessivamente, prudenti a questo proposito, mettendo in luce i rischi della sistematizzazione di una pratica di questo tipo.

I populisti spiegano quindi che i loro avversari, a differenza loro, hanno paura del popolo. La concezione unanimista che hanno del popolo li porta a sminuire, trascurare o addirittura occultare il pluralismo. Per loro l’istituzionalizzazione del conflitto, che è il marchio stesso della democrazia, è una cosa priva di importanza, non ha nessun ruolo. Perché riconoscere questa necessità significherebbe ammettere che il popolo non è sempre unito ma diviso, traversato da molteplici contraddizioni interne, combattuto tra aspirazioni opposte. Il popolo è al tempo stesso unico e plurale, in democrazia. Per i populisti, se le divisioni esistono non possono essere altro che il prodotto dell’azione nefasta delle élite o di elementi perturbatori infiltrati nella società, cosa che va denunciata. Tutto sommato, per la maggior parte dei populisti il principio dell’unità del popolo contro i potenti prevale sul principio dell’uguaglianza, anche se alcuni, che si posizionano a sinistra, si sforzano di combinare le due cose. I populisti non attribuiscono nessuna importanza nemmeno agli equilibri dei poteri e contropoteri, i checks and balances. Per loro, la democrazia significa «il potere del popolo e solamente il potere del popolo». Un popolo unito forma una comunità omogenea a cui gli individui sono sottomessi: esistono soltanto in virtù della loro appartenenza a quell’insieme. I populismi esprimono dunque una concezione illiberale della democrazia. Convincendo molti elettori a votare per loro, i populisti mettono sotto pressione la democrazia liberale e rappresentativa, che non a caso da decenni conosce una fase di incertezze e difficoltà. Il populismo rappresenta per quella democrazia «la spina nel fianco, l’alter ego che ne contesta la legittimità e ne mette in rilievo limiti e debolezze», scrive Loris Zanatta.

Allo stesso tempo, lo sviluppo di questa retorica della critica alla democrazia in nome della democrazia testimonia le difficoltà delle nostre democrazie, con da un lato la disaffezione dei cittadini nei confronti delle istituzioni e dall’altro l’aspirazione a un rinnovamento, all’invenzione di altre forme di democrazia più adatte al nostro tempo. Il populismo, scrive Pierre Rosanvallon, «radicalizza la democrazia di sorveglianza, la sovranità negativa e la politica come giudizio». Manifesta anche un’esigenza morale, di onestà ed esemplarità, quantunque molti dirigenti populisti siano tutt’altro che incorruttibili. Fa eco alla domanda di decisioni rapide che esprime una larga parte dell’opinione pubblica, e non si preoccupa troppo del tempo necessario all’elaborazione delle leggi: ormai la democrazia dovrebbe essere istantanea. Il populismo esprime infine un’aspirazione alla partecipazione dei cittadini, frequentemente smentita dall’autoritarismo del leader.


Ilvo Diamanti e Marc Lazar, Popolocrazia. La metamorfosi delle nostre democrazie


Ilvo Diamanti è professore ordinario di Scienza politica all’Università di Urbino Carlo Bo, dove ha fondato e dirige il Laboratorio di studi politici e sociali (LaPolis), e direttore scientifico di "Demos".
Marc Lazar è professore di Storia e sociologia politica all’Istituto Sciences Po di Parigi, dove dirige il Centre d’histoire, e presidente della School of Government della Luiss.


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