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Enrico Giovannini - L'utopia sostenibile

Particolare di copertina
L'ITALIA DEL 2030
Inserire lo sviluppo sostenibile nella Costituzione

L'utopia sostenibile

Cos'è l'utopia sostenibile? È la via maestra che ci indica Enrico Giovannini per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dall' Agenda 2030 ONU. Perché se continueremo a pensare e ad agire come abbiamo fatto negli ultimi anni, non riusciremo a evitare al nostro mondo una profonda crisi ambientale, economica, sociale.


Come illustrato in un Rapporto preparato nel 2015 per la Commissione Europea, tre sono gli elementi cruciali per consentire la trasformazione di un sistema verso lo sviluppo sostenibile: innovazione e tecnologie adeguate, una governance in grado di gestire efficacemente la complessità del sistema, un cambiamento profondo della mentalità e della cultura delle persone. Partendo da quest’ultimo aspetto, e ben conscio della delicatezza della questione, soprattutto dopo il duro scontro verificatosi di recente sulle modifiche alla seconda parte della Costituzione, non si può non riconoscere che, se lo sviluppo sostenibile deve divenire il paradigma di riferimento sia per le politiche pubbliche che per i comportamenti delle imprese e delle persone, esso dovrebbe essere inserito tra i principi fondamentali della Repubblica, come già fatto in Norvegia, in Francia, in Svizzera e in vari altri Paesi. Di conseguenza, il primo atto della nuova legislatura dovrebbe essere rappresentato dall’introduzione nella Costituzione di un riferimento allo sviluppo sostenibile. Come indicato dagli esperti dell’ASviS, ci sarebbero tre possibili soluzioni per ottenere tale risultato:

– aggiungere il seguente comma all’art. 3: “La Repubblica promuove le condizioni di uno sviluppo sostenibile, anche nell’interesse delle generazioni future”;

– aggiungere il seguente comma all’art. 9: “Tutela l’ambiente e promuove le altre condizioni di uno sviluppo sostenibile anche nell’interesse delle future generazioni”;

– modificare l’art. 2, aggiungendo le parole “anche nei confronti delle generazioni future” dopo il periodo “...solidarietà politica, economica e sociale”, e l’art. 4, secondo comma, aggiungendo le parole “nel quadro di uno sviluppo sostenibile” alla fine del periodo “...progresso materiale o spirituale della società”.

Un atto di questo tipo avrebbe un grande valore simbolico e politico: infatti, benché nel corso degli anni la Corte Costituzionale abbia interpretato il riferimento alla “tutela del paesaggio” contenuto nell’art. 9 nel senso di comprendervi la nozione di “ambiente”, e ciò molto prima che tale materia fosse espressamente richiamata fra quelle oggetto di legislazione statale esclusiva in sede di riforma del Titolo V (legge costituzionale n. 3/2001), un riferimento così esplicito al concetto di sviluppo sostenibile imporrebbe l’obbligo di prendere in considerazione tutte le dimensioni di quest’ultimo. Ovviamente, l’introduzione in Costituzione di certi obiettivi o principi non è mai un atto secondario, ma in questo caso non solo essa sarebbe pienamente coerente con l’interesse a medio-lungo termine del nostro Paese, ma potrebbe anche riaprire un dialogo tra le forze politiche sull’ammodernamento della Carta costituzionale, da tutti ritenuto necessario. La modifica qui proposta, inoltre, aprirebbe la strada a un cambiamento culturale del nostro Paese, da realizzare anche con l’inserimento dell’educazione allo sviluppo sostenibile nell’istruzione formale a tutti i livelli.

Il secondo aspetto da affrontare riguarda il rafforzamento del ruolo del presidente del Consiglio per assicurare la coerenza delle politiche orientate allo sviluppo sostenibile. La Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile prevista dalla legge n. 221/2015 (originariamente predisposta all’inizio del 2014 dal governo Letta ma votata dal Parlamento a dicembre 2015, pochi mesi dopo la firma dell’Agenda 2030) è stata, dopo lunga gestazione, approvata dal Consiglio dei Ministri il 2 ottobre 2017, quasi 18 mesi dopo la scadenza prevista dalla legge. Sul piano della governance, la Strategia ha recepito molte delle proposte formulate dall’ASviS fin dal 2016 e prevede che:

– la Presidenza del Consiglio dei Ministri assuma un ruolo di coordinamento e gestione della Strategia con la collaborazione del Mattm per la dimensione interna e del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale per la dimensione esterna;

– il Ministero dell’Economia e delle Finanze abbia il compito di raccordare l’attuazione della Strategia con i documenti ufficiali di politica economica e di coordinare la modellistica necessaria alla definizione degli obiettivi quantificati;

– il governo assicuri annualmente il monitoraggio e la valutazione delle azioni intraprese e dei risultati conseguiti, e stimoli le Regioni e gli enti locali a declinare le proprie strategie per lo sviluppo sostenibile in accordo con la Strategia nazionale.

Poiché si tratta di un impegno rilevante, che richiede (vista l’ampiezza delle materie ricomprese negli SDGs) un continuo dialogo con tutti i ministeri, gli enti pubblici e gli altri livelli territoriali di governo, è indispensabile che tutte le amministrazioni pubbliche assumano l’Agenda 2030 all’interno dei propri programmi di attività, ognuna per le proprie competenze, e che il presidente del Consiglio si doti di strutture e strumenti adatti alla complessità della materia. Per questo si dovrebbe:

– incaricare un ministro senza portafoglio di gestire l’attuazione e l’aggiornamento della Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile, come già avviene in altri Paesi europei;

– ripensare la distribuzione delle competenze dei diversi ministeri alla luce del “modello” dello sviluppo sostenibile;

– disegnare struttura e contenuti della Direttiva del presidente del Consiglio (prevista dall’art. 5 del d.lgs. 150/2009 come modificato dalla “Riforma Madia”) che indica gli obiettivi alle pubbliche amministrazioni utilizzando come riferimento l’Agenda 2030, al fine di orientare la rogrammazione e la gestione delle attività dei singoli ministeri e degli enti da essi vigilati anche al conseguimento degli SDGs;

– predisporre una “legge annuale per lo sviluppo sostenibile”, in analogia a quanto avviene per altre materie, allo scopo di procedere con regolarità e continuità nell’attuazione della Strategia nazionale, riducendo al minimo interventi normativi settoriali e non coordinati;

– trasformare il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica (Cipe) in Comitato Interministeriale per lo Sviluppo Sostenibile, così da assicurare un migliore orientamento degli investimenti pubblici agli Obiettivi dell’Agenda 2030 e la massima sinergia tra i singoli interventi;

– ripensare la distribuzione delle responsabilità dei comitati interministeriali esistenti e assicurare il pieno coordinamento della loro attività rispetto alla Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile;

– definire un’Agenda urbana nazionale per lo sviluppo sostenibile, così da orientare e coordinare le scelte delle singole città, luoghi fondamentali per trasformare in senso sostenibile i modelli socio-economici attuali;

– istituire un Consiglio per la parità di genere (analogo all’Haut Conseil à l’égalité entre les femmes et les hommes francese), presieduto da una personalità esperta e indipendente dal governo, per contribuire al disegno e alla valutazione delle politiche pubbliche in questa materia;

– predisporre delle linee guida per le amministrazioni pubbliche affinché applichino standard ambientali e organizzativi in linea con gli SDGs, così come stanno facendo molte imprese;

– dotarsi di strumenti analitici adeguati (analoghi a quelli di cui si stanno dotando le istituzioni europee) per realizzare un serio processo di valutazione ex ante ed ex post di tutti i provvedimenti legislativi e amministrativi rispetto ai diversi Obiettivi e Target, imponendo a tutti i ministeri l’utilizzo di standard comuni nella predisposizione dei provvedimenti di loro competenza.

C’è poi il tema, molto spinoso, della distribuzione delle competenze rilevanti per il conseguimento degli SDGs tra lo Stato e le Regioni, già affrontato nella proposta di riforma costituzionale bocciata con il referendum del 4 dicembre 2016. Ripensando al dibattito che aveva caratterizzato la predisposizione del testo di riforma e la campagna referendaria non si può non sottolineare che sulla necessità di un diverso bilanciamento dei poteri tra Stato e Regioni, nonché sul trasferimento allo Stato in via esclusiva di alcune delle attuali competenze concorrenti, ci fosse un ampio consenso, molto maggiore di quello riferito ad altre parti della riforma. La nuova legislatura dovrà necessariamente affrontare questo nodo e la scelta di adottare gli SDGs come quadro di riferimento potrebbe aiutare a ridisegnare, in modo più coerente dell’attuale, la ripartizione delle competenze. Nel frattempo, però, è indispensabile che la Conferenza unificata (composta da Stato, Regioni e Comuni) venga coinvolta attivamente nell’attuazione della Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile, così da assicurare la massima coerenza possibile nell’impostazione e nell’attuazione dei diversi interventi, soprattutto di quelli riguardanti le infrastrutture e le politiche più rilevanti per il futuro del nostro Paese.

Infine, ma non meno importante, in vista della trasformazione sistemica che impone l’attuazione dell’Agenda 2030, vanno adottate iniziative urgenti per aumentare il livello della partecipazione dei cittadini alle decisioni pubbliche, anche alla luce dell’arcaicità della pubblica amministrazione, della fragilità delle “associazioni partito” e della rarefazione in molte aree urbane dei luoghi di socializzazione e partecipazione ai processi decisionali. Oltre a disegnare una riforma dei partiti, per combattere questa specifica forma di esclusione sociale sono necessari tre tipi di intervento: un rinnovamento coraggioso del personale della pubblica amministrazione per assicurare un rapido ricambio della cultura amministrativa; una radicale e tempestiva apertura dei sistemi informativi relativi a obiettivi, processi e risultati delle azioni pubbliche per consentire alle organizzazioni di cittadinanza attiva e agli intermediari tradizionali un monitoraggio effettivo in itinere; la costruzione, per ogni azione pubblica, di spazi di pubblico confronto sia con i soggetti “rappresentativi” sia con quelli “rilevanti”, secondo il modello del Codice europeo di condotta del partenariato.


Enrico Giovannini, L'utopia sostenibile


Enrico Giovannini, ha fondato nel febbraio 2016 l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, di cui è portavoce. Insegna Statistica economica all’Università di Roma Tor Vergata e Public management alla LUISS.


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