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Paolo Di Paolo - Vite che sono la tua

Vite che sono la tua
CANCELLARE IL LUNEDÌ
"Le avventure di Tom Sawyer"

Vite che sono la tua

I grandi libri sono guide alla vita strane, insolite, spiazzanti, con cui attraversiamo le tappe della nostra esistenza. Con Vite che sono la tua, Paolo Di Paolo ripercorre la sua vita di lettore attraverso 27 romanzi: Canto di Natale di Dickens, Il grande Gatsby di Fitzgerald, Delitto e castigo di Dostoevskij, La strada di McCarthy solo per citarne alcuni. Ognuno di essi ha per l'autore un significato particolare, ecco il brano dedicato a Le avventure di Tom Sawyer, di Mark Twain.



Di Tom Sawyer – il ragazzino protagonista del romanzo di Mark Twain – non ho mai dimenticato l’odio per i lunedì. Lo spirito «afflitto e desolato» con cui accoglie l’arrivo del primo giorno della settimana, il più brutto del calendario. Fosse stato per lui, l’avrebbe cancellato: «Anzi, avrebbe cancellato tutti i giorni feriali per lasciare spazio soltanto a quelli festivi». Non potendo farlo, escogita una serie di malesseri, utili a convincere la zia: «Mal di testa? Troppo comune, troppo sfruttato. Una bella indigestione? Già, adesso che ci pensava, non si sentiva forse un certo peso allo stomaco?».

Appena ho digitato la parola «escogita», mi sono sentito ripiombare nel lessico dei libri e dei fumetti della mia infanzia. La traduzione della copia delle Avventure di Tom Sawyer che avevo ereditato era fitta di espressioni che trovavo identiche nei fumetti. Un italiano di altri tempi, da «Corriere dei Piccoli»: «sgattaiolare», «alla chetichella», «brigante», «marachella». Marinare la scuola significava entrare di diritto nella folla colpevole degli scansafatiche. Leggere Twain era come un altro modo di leggere Pinocchio, ingiustamente edulcorato dalla versione Disney, o come togliere un po’ di retorica alle vicende di Cuore. Non riesco a ricordare se – chiudendo il romanzo di Edmondo De Amicis – fossi scoppiato a piangere per l’addio del buon Garrone ai compagni di scuola, o per essere riuscito a completare la lettura. Fatto è che sentivo Twain diverso, non mi faceva piangere, ma semmai sorridere – e c’era nelle sue pagine una freschezza, una libertà, un’ironia che sentivo addosso come l’aria frizzante delle prime mattine senza scuola.

Tom era come me. Io ero Tom. E per la prima volta mi sembrava di esistere anche fuori di me, da qualche altra parte. Mi pareva che Twain sapesse – nonostante un oceano, un secolo e più di distanza – qualcosa degli interminabili pomeriggi di vacanza, delle battaglie per gioco fra cugini, e che fosse al corrente anche di certi assalti, azzardi, «marachelle» – un bicchiere di pipì lanciato nel giardino dei vicini. Il compito estivo di Tom – verniciare lo steccato – somigliava terribilmente nella noia a quello affidato a me: tagliare le foglie più lunghe di una vite rampicante. Tom se ne libera affidando a quello che Twain e il suo traduttore italiano, entrambi un po’ colonialisti, chiamano il «negretto», «quieto ed ubbidiente», uno che ama il lavoro e non sogna avventure.

Nel romanzo di Twain, così come nelle mie giornate di ragazzino decenne, non accadeva molto di più. Ma il bello era questo: ritrovare in una storia altrui la mia, vedere fissati su carta i minuti, le ore e ciò che li riempiva – piccole e stupefacenti scoperte, incontri anche solo immaginari, o potenziali. Per esempio, per come ero fatto, non avrei mai azzardato la conoscenza di qualcuno dei ragazzacci, più grandi e spigliati di me, che giocavano a pallone fra le macchine parcheggiate su via Margotti. Fra loro, ne ero sicuro, c’era il tipo più burbero che somigliava a Huck, quell’Huckleberry Finn invidiato da tutti – tronfio, brusco, sicuro di sé. Tom, nel romanzo, gli domanda dove stia andando. Lui, un po’ sulle sue, risponde: «In giro». E intanto porta con sé «un gatto morto e stecchito». Gatti, circolavano anche dalle nostre parti, gatti soprattutto randagi, che mia nonna – una zia Polly più avanti con gli anni e meno severa – si occupava di sfamare. Erano, come spesso sono i felini di campagna, magri, scattanti, sospettosi. Non era raro che ci impegnassimo a braccarli, con fatica, o li inzuppassimo con secchi d’acqua, spinti da quello spiritello sadico tipico del branco di maschi imberbi.

Insomma, c’era proprio tutto, non mancava niente, nemmeno la bambina dai capelli biondi che prima o poi deve pur spuntare – come un miraggio, un indizio luminoso che si ritrae e che, in quel mondo a misura di «piccoli uomini», rinviava a quello parallelo delle «piccole donne».

(…) Il tema più astratto e più autentico di queste narrazioni formative è, in sostanza, lo stupore di stare al mondo, la meraviglia di essere vivi. Non è poco: l’isola del tesoro, in questi casi, è la vita stessa, tutti i giorni, lunedì compresi, in cui i sentimenti sono più grandi di noi. E se siamo tristi, lo siamo immensamente; se siamo allegri, lo siamo senza misura. Se immaginiamo, sogniamo, sentiamo, lo facciamo senza difese, senza risparmio. Nella solitudine, che talvolta pesa addosso come una zavorra, c’è il principio di ogni fuga, anche mancata, e di ogni ribellione. Anziché saltare oltre gli steccati e andarmene – quando, come accade a Tom, tutti quelli che ti stanno attorno appaiono «nemici o esseri del tutto estranei» –, io aprivo un libro e leggevo.


Paolo Di Paolo, Vite che sono la tua. Il bello dei romanzi in 27 storie


Paolo Di Paolo (Roma, 1983) è autore, tra l’altro, dei romanzi Dove eravate tutti (Feltrinelli 2011, Premio Mondello e Premio Vittorini), Mandami tanta vita (Feltrinelli 2013, finalista Premio Strega), Una storia quasi solo d’amore (Feltrinelli 2016) e di Tempo senza scelte (Einaudi 2016).


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