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Franco Cardini e Barbara Frale - La Congiura

Ritratto di Lorenzo il Magnifico, Giorgio Vasari. Particolare
LA CONGIURA

La Congiura

Nell'aprile 1478 Lorenzo il Magnifico è all’apogeo della sua fortuna. L’invidia cementa il legame tra i suo nemici e li determina all’azione, con un tragico epilogo. La ricostruzione appassionante di Franco Cardini e Barbara Frale. 



In quanto promotore della fastosa armeggeria del ’59, Lorenzo si era mostrato chiaramente nel ruolo di signore: i partecipanti al gioco erano tutti membri di famiglie patrizie ed erano stati invitati a banchetto, come suoi ospiti personali in quanto amici e sostenitori della sua famiglia, nella nuova casa Medici edificata da Michelozzo a due passi dal battistero e da San Lorenzo, i due simboli più forti dell’identità cristiana e cittadina di Firenze.

Di sicuro impatto era stata anche la scena finale dell’evento, un trionfo di Cupido nel quale Lorenzo occupava il ruolo di capo della “brigata”, celebrato in versi come “un giovanetto assai virile / giovan di tempo e vecchio di sapere”.

Era stato, quello, un inequivocabile debutto in società con tutti i crismi della leadership. Alla riuscita aveva contribuito, accanto alla sua, la presenza dell’altro giovanissimo personaggio, di pochi anni più anziano di lui: il rampollo della casa ducale milanese ch’era ormai, e lo sapevano tutti, la potente alleata di Firenze. Per stringere quell’amicizia politica con Francesco Sforza, Cosimo aveva inaugurato un vero e proprio “rovesciamento delle alleanze”, abbandonando quella con Venezia ch’era tradizionale fino dai tempi della lotta antiviscontea.

I duchi di Milano erano già in precedenza stati ospiti a Firenze in qualità di graditissimi amici, tanto della Signoria quanto a titolo personale di Cosimo: si era anche allora voluto solennizzare il loro arrivo con spettacoli pubblici che comportavano prodezze di cavalieri ed erano pertanto consoni al prestigio di quella che ormai veniva considerata a tutti gli effetti come una delle principali casate dell’oligarchia dominante.

Il 17 ottobre nel 1435 si era tenuta difatti nella grande piazza antistante la basilica francescana di Santa Croce una giostra in onore di Francesco Sforza, ancora lontano dal dominare sulla Lombardia, ma condottiero illustre ed amico di Cosimo; quest’ultimo era appena tornato dall’esilio trascorso a Venezia e aveva sgominato i suoi avversari guidati da Rinaldo degli Albizzi. Nel medesimo luogo se ne tenne poi un’altra nel 1465, combattuta dai suoi uomini d’arme. Cosimo era morto da appena un anno, Francesco Sforza lo avrebbe seguito un anno dopo: ma l’alleanza sforzesco-medicea teneva bene.

Oltre che potentissimi alleati, gli Sforza avevano rappresentato per Cosimo e continuavano a rappresentare per suo figlio Piero anche un modello da seguire per orientare i destini della famiglia.

Erano difatti scaturiti da umili origini “popolane” assurgendo poi al ducato grazie a un matrimonio vantaggioso: il loro capostipite duecentesco Muzio Attendolo era un agiato borghese di campagna, forse un mugnaio proprietario d’una certa quantità di terre a Cotignola presso Lugo di Romagna. Un nipote che portava il suo stesso nome, figlio di Giovanni Attendolo, si fece valere come capitano di ventura, cioè mercenario, meritando il soprannome di Sforza: ovvero non solo “il forte”, ma “quello che viola”, che “soggioga”. Tale epiteto suggerisce diverse forme di violenza; se può sembrare strano di vederlo usato in senso onorifico, va ricordato che il mondo medievale aveva della violenza un concetto ambivalente: essa costituì il connotato specifico del ceto aristocratico per un lungo arco di tempo durante il quale, prima dell’avvento delle armi da fuoco, la guerra era ferma portatrice di una cultura, di un’etica, di un’estetica e perfino di una ritualità sue proprie.

Il nome-soprannome “Sforza”, divenuto cognome, era passato nel tempo a Francesco (1401-1466), condottiero al servizio del duca di Milano Filippo Maria Visconti; nel 1423, per cogenti ragioni di opportunità politica e anche perché Filippo Maria non aveva eredi maschi, le nozze di Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti avevano segnato la consacrazione dinastica della famiglia.

Le origini dei Medici erano altrettanto dimesse di quelle degli Sforza: la famiglia proveniva da una schiatta di agiati imprenditori che nell’area nordorientale della Toscana, il Mugello, vivevano dei proventi della manifattura laniera. Inurbati già nel Duecento, si erano distinti in Firenze per aver dato alla città alcuni gonfalonieri di giustizia, detentori cioè della più alta carica tra le magistrature cittadine del “Comune delle Arti”. L’ascesa degli Sforza era stata senza dubbio per Cosimo de’ Medici un modello da seguire: ma fatte le debite distinzioni e, soprattutto, nei dovuti tempi.

La vera differenza tra le due famiglie, non solo a livello formale, risiedeva nel loro inquadramento sociale in rapporto alla rispettiva storia delle diverse regioni nelle quali si erano affermate.

Gli Sforza avevano percorso attraverso il “mestiere delle armi” la loro carriera nobilitante che li aveva condotti a ereditare il blasone visconteo, reso illustre dalla dignità di duchi e dalla funzione di vicari imperiali; i Medici, cittadini di un libero Comune che aveva progressivamente allontanato da sé e battuto in breccia orpelli nobiliari e aspirazioni aristocratiche (quelle che fra Due e Trecento si erano qualificate come “magnatizie”), si erano anzi orgogliosamente detti “di popolo”, e durante gli ultimi decenni del XIV secolo avevano risalito con abilità e prudenza gli strati subalterni della società fiorentina. Di quei “gradini bassi” si erano serviti per la loro scalata al potere: dapprima entrati nel ristretto nòvero delle casate oligarchiche che avevano superato la crisi degli anni Settanta-Ottanta del Trecento – il “tumulto dei Ciompi” e l’incerta fase sociopolitica che gli era tenuta dietro –, erano quindi riusciti a prevalere eliminando l’una dopo l’altra le aspirazioni delle famiglie avversarie come Alberti e Ricci prima, Albizzi e Strozzi poi.

Tutto ciò rendeva molto problematico, in Firenze, il parlare di “nobiltà”, un concetto che aveva ricevuto definizioni oscillanti nel corso del tempo: e i poeti del Dolce Stil Novo, ch’erano spesso anche uomini impegnati nelle lotte politiche della loro epoca, avevano indicato semmai la nobiltà personale – non quella genealogica – con i termini qualificanti di “cortesia” e di “gentilezza” (un termine peraltro, quest’ultimo, desunto appunto dal latino gens, nel senso anche d’illustre casato). Il concetto era stato riassunto da Dante, sulla scorta di Giovenale, come un primato morale (nobilitas animi sola est atque unica virtus) nel quale era la virtù il vero segno di elezione nella società.

Più pragmaticamente, a livello delle idee diffuse circolanti nella Firenze del Quattrocento, e in fondo condivise tra membri delle famiglie oligarchiche e gente di più comune origine, si era fatto strada un sentire diverso: in esso contava non poco la ricchezza, ma contavano al tempo stesso anche il prestigio e un genere di vita che, adottato magari da famiglie che dovevano la loro fortuna all’attività bancaria, commerciale o imprenditoriale (nell’àmbito della produzione dei tessuti di lana e più tardi anche di seta), continuava a fondarsi anche sulla detenzione di ricche dimore cittadine e di vasti possessi terrieri.

Ma tale condizione comportava altresì, appunto in termini di genere di vita – e ben oltre l’antichità del casato, che si poteva in qualche modo acquisire anche mediante un’adeguata politica matrimoniale –, l’adozione di modi e di costumi “cavallereschi”. Al tempo di Dante, la “gente nòva”, quella dei “sùbiti guadagni”, aveva ad esempio individuato nella detenzione a titolo ereditario della dignità cavalleresca uno dei segni d’appartenenza a quel ceto dei potentes ai quali doveva essere addirittura  vietato l’accesso alla vita politica. Ma circa un secolo e mezzo dopo le cose, a Firenze e in Toscana non meno che nel resto d’Italia e in Europa, erano molto cambiate.

Nel Settentrione e in parte anche nel Centro della penisola le istituzioni cittadine si erano andate evolvendo nei termini delle signorie, che almeno formalmente mantenevano ancora un qualche legame con le istituzioni “popolane”, e quindi dei principati, che necessitavano della sanzione d’un potere “universalistico” (il papa o l’imperatore). Tanto al di là delle Alpi quanto nel Meridione italico si erano invece andate affermando “monarchie feudali” di cui una, la francese, aveva sino dal primo Trecento sancito con forza la natura superiorem non recognoscens del suo potere. A quel punto il concetto di nobiltà si avvicinava molto a quella definizione pratica ma lapidaria che ne aveva fornito l’imperatore Federico II: “antica ricchezza e belli costumi”.

A Firenze, la radicata fierezza repubblicana impediva che si parlasse di “nobiltà”, salvo che in termini di una virtus che già gli stilnovisti avevano collegato alle stelle; e d’altronde gli umanisti insistevano nel contrapporre la virtus alla fortuna.

Ma le famiglie che da generazioni si erano impadronite del potere e della sua pratica, con il tempo ne avevano assunto anche i segni: nella Firenze del Quattrocento i nipoti e i pronipoti dei mercanti ostentavano insegne araldiche, correvano nelle giostre e nei tornei e, per quanto notoriamente e quasi proverbialmente non fossero né granché abili né granché valorosi in guerra, eccellevano nelle armeggerie cavalleresche e nelle cacce.

Nell’Europa dei secoli precedenti, almeno a partire dall’anno Mille, un sicuro indicatore di nobiltà era il fatto di aver ottenuto l’addobbamento cavalleresco, o come si diceva, il “cingolo militare” durante una cerimonia che poteva essere più o meno fastosa secondo le circostanze e le tasche di chi diventava cavaliere; oggetto e protagonista di riti solenni, il nuovo miles entrava con l’addobbamento in un’élite guerriera, una casta con tradizioni proprie, e poteva trasmettere con fierezza tale dignità appena assunta ai suoi eredi: nel Paradiso, Dante ricorda e celebra le proprie radici cavalleresche nate con il suo antenato Cacciaguida, che sarebbe stato addobbato dal “re dei Romani” Corrado III per meriti militari:

poi seguitai l’imperator Currado,
ed el mi cinse della sua milizia,
tanto per bene ovrar li venni in grado.

Quel ch’era accaduto a Cacciaguida, ricevere il cingulum militiae dall’imperatore, costituiva il sogno di ogni aspirante alla cavalleria, la via più nobile e ambita: significava ottenere tale onore dalla massima autorità nel senso che noi moderni comunemente attribuiamo a tale termine: ciò avveniva perché la “regalità sacra” fatalmente trasmetteva il suo carisma attraverso i riti dell’investitura feudale e della vestizione cavalleresca.

Fino dal XII secolo la dignità cavalleresca aveva preso a venir considerata ereditaria e successivamente, nella stessa Italia dei Comuni, anche le istituzioni cittadine avevano cominciato a concedere il cingolo militare, spesso addirittura con prodigalità: alla fine si facevano cavalieri anche cento giovani alla volta, in cerimonie ora solenni ora sommarie, attingendo in gran parte alle famiglie borghesi più ricche. Questi milites civitatis, o addirittura milites populi, che in qualche caso le fonti distinguono dai consueti milites (o gentiles homines), cioè quelli nati da schiatta militare, potevano essere anche valorosi e spesso ben equipaggiati, insomma non si distinguevano nella sostanza dai giovani che avevano avuto gli antenati cavalieri. D’altronde, l’evoluzione dell’arte della guerra e le dinamiche sociali avevano creato un progressivo scollamento tra la dignità cavalleresca – sovente ritenuta necessaria per il conseguimento di certi uffici pubblici – e la pratica militare.

Il caso italiano appariva sui generis nel panorama europeo, per via della sua fortissima e inusitata fluidità sociale. Alla metà del XII secolo Ottone di Frisinga, sceso in Italia al seguito del nipote Federico Barbarossa, notava incuriosito che i Comuni lombardi concedevano l’addobbamento cavalleresco a gente “meccanica”, cioè dedita alle professioni artigianali: cosa che in Germania, come pure in area francese, sarebbe stata inammissibile. Nel 1209 l’imperatore Ottone IV considerava veri cavalieri, perciò esentati dal pagare la tassa detta “fodro”, solo quelli nati da stirpe militare, mentre nella Assisi dello stesso anno il giovane Giovanni figlio del ricchissimo mercante Pietro Bernardone, detto Francesco a causa della sua passione per le chansons de geste e la cultura francese, adottava in tutto lo stile di vita dei suoi coetanei aristocratici e ambiva alla cintura cavalleresca che avrebbe “nobilitato” tutta la sua famiglia.

La città di Firenze era piuttosto all’avanguardia, in questo processo, dato che nell’anno 1231 aveva inviato a San Gimignano un suo ambasciatore che era al tempo stesso miles e calzolaio, mentre nella Francia di fine secolo Filippo III l’Ardito (re dal 1270 al 1285) e suo figlio, il più noto Filippo IV il Bello (re dal 1285 al 1314), suscitavano le proteste della nobiltà di sangue perché occasionalmente avevano concesso il cavalierato a uomini di estrazione borghese che si erano distinti per meriti particolari nei confronti della corona.

Fra Tre e Quattrocento, le distinzioni cavalleresche erano state complicate dall’istituzione di “Ordini di corte” che seguivano una moda diffusa ma al tempo stesso avevano la funzione di raccogliere attorno ai sovrani un sostanzioso numero di sudditi potenti e influenti. Anche la guerra e la sua gestione mercenaria in senso imprenditoriale avevano influito sulla selezione operata dai nuovi padroni, mentre si stava intanto affermando la nuova dimensione dello “stato territoriale” che riuniva, attorno a una città “dominante”, un certo numero di comunità soggette, spesso a loro volta floridi centri urbani.

La scalata sociale degli Sforza, in breve, non aveva niente di straordinario; né appariva rivoluzionario il fatto che per mezzo di un colpo di stato avessero conseguito il dominio familiare su Milano e il suo ducato. L’esperienza dell’Aurea Repubblica Ambrosiana era durata solo tre anni, dal 1447 al 1450: un fugace quanto fallimentare tentativo di dar vita a un governo repubblicano perpetrato da un pugno di nobili e di giuristi dell’università di Pavia. I popoli lombardi non sentivano come propria questa forma di governo, e Francesco Sforza, chiamato in aiuto per difendere la città dall’aggressione dei potentati limitrofi, facilmente se ne impadronì ripristinando il potere ducale.

Il principato dei Visconti, durato dal 1277 al 1447, dopo l’intervallo repubblicano sfociò in quello sforzesco nel modo che sembrò il più “naturale” possibile: cioè per quella via matrimoniale attraverso la quale si perpetuava un diritto dinastico garantito addirittura dal permanere delle medesime insegne araldiche (“la Vipera, ch’el Melanese accampa”, come la definisce Dante).

Ma quel che a Milano era stato relativamente facile perché in fondo assecondava tendenze e desideri dei ceti dirigenti, a Firenze si rivelava un azzardo molto rischioso, da evitare a ogni costo.


Franco Cardini e Barbara Frale, La Congiura. Potere e vendetta nella Firenze dei Medici


Franco Cardini, è professore emerito nell’Istituto di Scienze Umane e Sociali (ora denominato Istituto di Scienze Umane e Sociali/SNS), Directeur de Recherches nell’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e Fellow della Harvard University.

Barbara Frale, storica del Medioevo ed esperta di documenti antichi, è Ufficiale presso l’Archivio Segreto Vaticano. 


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