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Alessandro Barbero - Caporetto

Alessandro Barbero
Caporetto
Il nuovo avvincente libro di Alessandro Barbero

Caporetto


Nel nuovo libro di Alessandro Barbero, il racconto appassionante della disfatta che ancora ci interroga sul nostro essere una nazione. 



Lo sfondamento di Caporetto costrinse Cadorna a ordinare la ritirata non solo della Seconda Armata dall’Alto Isonzo e dalla Bainsizza, ma anche della Terza Armata dal Carso, e poi della Quarta Armata dalla Carnia. Più di un milione di uomini si riversò sulle strade che portavano ai pochi ponti sul Tagliamento, senza sapere chi sarebbe riuscito a passare e chi sarebbe rimasto in trappola. Innumerevoli memorialisti e parecchi scrittori, da Gadda a Soffici, da Hemingway a Comisso, hanno descritto quei giorni di tragedia e di follia: i saccheggi e le fucilazioni, i magazzini incendiati, i carri e i cannoni abbandonati, i cadaveri e le carogne, la fuga dei civili dal Friuli invaso, le scene dantesche dei ponti sul Tagliamento fatti saltare con tutti quelli che li affollavano, l’illusione che al di là del fiume ci fosse la salvezza – mentre poi la linea non poté essere tenuta, perché i tedeschi erano riusciti a passare il fiume più a nord, e la ritirata proseguì fino al Piave.

Assistere a quelle scene rendeva eloquenti; ecco perché è difficile resistere alla tentazione di citare ampiamente le descrizioni dei testimoni. Perfino la Commissione d’inchiesta trovò parole memorabili per descrivere quel che divenne la ritirata a partire dal secondo e ancor più dal terzo giorno:

Le strade in corrispondenza dei settori sfondati sono occupate per tutta la loro ampiezza da carriaggi e da fiumane di uomini, che procedono come possono, senza che alcuno ne regoli il deflusso; nella ressa molti corpi perdono i vincoli organici, gli ufficiali si trovano disgiunti dai loro reparti, taluno rimasto isolato e stanchissimo profitta dei carri per montarvi su... Le colonne in ritirata procedono tra gli incendi dei baraccamenti e dei magazzini, che non si vogliono abbandonare al nemico; gli scoppi dei depositi di munizioni accrescono lo sgomento e l’orrore. Molti dei fuggiaschi si arrestano ai magazzini abbandonati o che stanno per essere bruciati, per provvedersi di viveri o di abiti; non è ancora un saccheggio, forse anzi nessuno vi pensa; ma gli sbandati si lasciano tentare troppo facilmente dai depositi delle sussistenze e nella imprevista abbondanza ben pochi conservano la misura. Pochi intervengono a porvi un freno e cominciano a spesseggiare gli ubriachi che si abbandonano disfatti sui margini delle strade, facile preda al nemico. Gli avvinazzati, gli elementi più torbidi, si indugiano talvolta nei paesi sgombrati, e al saccheggio dei magazzini di sussistenze si aggiunge quello dei negozi di generi commestibili, spesso anche di case private. Il saccheggio può compiersi sfacciato e impunito, la disciplina è allentata in tutti i reparti, l’intervento dei superiori nei meandri delle piccole viuzze è inefficace: a Palmanova la nostra cavalleria carica torme di saccheggiatori ubriachi senza riuscire a por fine alla oscena baraonda.

Via via che la folla si avvicinava ai ponti sul Tagliamento, la situazione diventava più ingestibile. Il generale Giacinto Ferrero, cui era stato affidato il comando di tre corpi della Seconda Armata, arrivò a piedi al ponte di Madrisio, uno di quelli in cui il passaggio avvenne in modo più ordinato e dove fu mantenuta una parvenza d’inquadramento dei reparti:

Ad ora tarda seguendo l’argine che da Varmo conduce al ponte di Madrisio dovetti impiegare circa due ore a percorrere quattro chilometri passando sopra i carri e sotto i cavalli di parecchie colonne intrecciate ed intasate sull’angusta strada dell’argine; a pié delle scarpate nella palude circostante, cavalli sfiniti cadevano ad ogni tratto ed affogavano. Davo ordini e consigli ed opera qua e là a gente che non comprendeva più. Il ponte pericolante e minato non consentiva che il transito nella parte centrale. Al di là del ponte sul terreno naturale i carreggi trainati da cavalli sfiniti e sovraccarichi inceppavano; i pedoni carichi anch’essi, molti disarmati, si arrestavano in mezzo alla strada per udire il richiamo sperato dei rappresentanti dei vari reparti i quali in guisa dei conducenti d’albergo che all’uscita delle stazioni ferroviarie gridano il nome del rispettivo albergo urlavano un numero di reggimento o di reparto in un clamore assordante.

Ecco invece quello che vedeva chi arrivava a Codroipo sperando di passare il fiume sui ponti della Delizia, dove la catastrofe toccò il culmine:

Lo spettacolo che offriva la strada è indescrivibile. Il raccapriccio, lo scoraggiamento provato nel vedere a che punto era arrivato lo sfacelo del nostro esercito, non saprò mai dirlo. Immaginatevi uno stradone largo circa 8 metri, lungo a perdita d’occhio, tutto gremito di carri, carrette, artiglierie, cannoni, automobili, motociclette, insomma tutti i veicoli usati oggigiorno. Immaginatevi tutti questi veicoli rovesciati o spezzati o sfasciati, ribaltati con tutti i carichi sparsi per terra, casse sventrate, fogli per tutto, interi archivi di comandi sparpagliati. I carreggi della sanità che avevano profuso per ogni dove quantità di medicinali, di fasce, di strumenti chirurgici, tutti alla rinfusa nel fango, nei fossati a lato della strada. Carreggi della sussistenza che avevano sparso per tutto scatolette di carne, di salmone, pagnotte, farina, grano, carne, olio. Carri con le cassette degli ufficiali sventrate, spaccate, con tutte le biancherie, abiti, utensili di ogni genere disseminati. E per ogni carro il relativo mulo o cavallo morto ancora attaccato alle stanghe. Si camminava in fretta calpestando uniformi, biancheria, medicinali, carte.

Il senso di fine del mondo era accentuato dalla mescolanza dei soldati in ritirata e dei profughi. I civili intasavano le strade anche perché era autunno, subito dopo il raccolto, e ai contadini sembrava inconcepibile abbandonare la loro roba perché la confiscassero gli invasori – l’importanza della stagione è un dato che oggi ci può sfuggire, ma la colse bene il generale Caviglia:

Eravamo in autunno avanzato, e tutti i raccolti dell’annata erano già immagazzinati; i granai ed i fienili colmi, le cantine ripiene, le stalle ed i pollai zeppi. La gente nella sua fuga cercava di salvare quanto più poteva delle sue ricchezze, e tutti si dirigevano verso i ponti; per cui, frammischiate con le truppe e con i servizi militari, le popolazioni ingombravano tutte le strade. Il fascio stradale principale, affluente ai ponti di Codroipo, versava alla riva sinistra del Tagliamento torrenti di materiali, di quadrupedi e di persone, sotto la pioggia dirotta.

Poi i ponti saltarono, con la gente sopra. Lo racconta uno dei genieri incaricati della mina:

In giornata anche questi due ponti sono saltati in aria in un modo molto tragico, e cioè mentre la gente borghesi e militari continuavano a passare, il Generale a un certo momento ha incominciato a gridare dicendo loro che fra trenta minuti il ponte salta chi fa in tempo passi chi non fa in tempo rimanga al dilà, ma la povera gente tutti vorrebbero passare ed era un continuo spingi spingi, ogni 5 minuti il Generale col suo alto parlante ricordava i minuti che rimanevano sino a quando mancavano 5 minuti dicendo: fra cinque minuti il ponte salta in aria, e continuava: meno 4 – meno 3, meno 2, ma il ponte era sempre pieno di gente e così a l’ultimo minuto il ponte è saltato in aria pieno zeppo di uomini, donne e bambini e quanto loro possedevano, non si doveva fare diciamo per umanità, ma la guerra vuole così, non facendo così sarebbe passato il nemico con tutti i mezzi a loro disposizione.

Ma per chi era riuscito a passare, era come essere entrati in un altro mondo. Giovanni Comisso, reduce da Plezzo, è fra quelli che giunsero in tempo ai ponti della Delizia:

Un rumore continuo di motori, di carri, di voci e di passi si sentiva avvicinandoci al ponte. La strada era ingombra. Un cannone, sfasciata la ruota, ostruiva il passaggio. Molti, stanchi di attendere, abbandonavano gli autocarri e proseguivano a piedi: signore con poca roba assieme ai soldati, una fila di soldati ammanettati, con paia di scarpe nuove da borghese appese al collo, qualche ufficiale superiore solo con una valigetta, prigionieri austriaci che se n’andavano liberi... Come un’altra aria era di là. Qualcuno fermo ci guardava arrivare e sorrideva. I campi vicini erano invasi da soldati che accendevano fuochi. Uno s’era messo a radere barbe all’aperto. Altri tiravano su da un fosso un cavallo morto e già preparavano le baionette per dividerselo.

Anche l’atteggiamento degli uomini cominciò a cambiare: si viveva sempre come in un sogno, ma un po’ per volta si riportavano i piedi per terra. La notizia che non si restava lì, ma bisognava continuare fino al Piave provocò costernazione, ma non più panico. L’esercito ricominciava a funzionare. Ma in quelle due settimane quel milione di uomini aveva vissuto un’esperienza che non aveva comune misura con nulla che si fosse mai conosciuto prima; un’esperienza che oscillò continuamente fra il carnevale e l’apocalisse.


Alessandro Barbero, Caporetto


Alessandro Barbero, uno dei più originali storici italiani, è noto al largo pubblico per i suoi libri – saggi e romanzi – e per le sue collaborazioni televisive. Studioso di prestigio, insegna Storia medievale presso l’Università del Piemonte Orientale.


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