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Alberto Mario Banti - Wonderland

Particolare di copertina
WONDERLAND
"Ginsberg, Kerouac e la beat generation"

Wonderland

Wonderland è l'America con la sua industria culturale, un 'soft power' che ha costruito una vera e propria ideologia. Da una parte la cultura 'di massa', dall'altra la cultura 'alternativa', entrambe entrate a far parte del nostro immaginario. Un brano sulla 'beat generation'. 



Tutto prende avvio nel 1955, lontano da New York, a San Francisco. Lì, sin dagli inizi degli anni Cinquanta, si sono trasferiti prima Neal Cassady, e poi Ginsberg, occasionalmente raggiunti anche da Kerouac. A San Francisco Ginsberg, oltre a Peter Orlovsky (che diventa il compagno della sua vita), conosce anche Lawrence Ferlinghetti, un raffinato intellettuale, proprietario della libreria City Lights e della omonima casa editrice di avanguardia; e Wally Hedrick, un poeta locale, che gli propone di organizzare una lettura pubblica nella quale si possano ascoltare le produzioni di una nuova generazione di poeti. Dopo un’iniziale incertezza, Ginsberg accetta e contatta prima Kenneth Rexroth (50 anni), autorevole poeta californiano, al quale chiede di fare da chairman della serata; poi invita Philip Lamantia (28 anni), Michael McClure (23 anni), Philip Whalen (32 anni) e Gary Snyder (25 anni), che insieme a lui si impegnano a leggere pubblicamente delle composizioni poetiche. La lettura pubblica ha luogo alle 20 del 7 ottobre 1955 alla Six Gallery, 3119 Fillmore Street, San Francisco; prima si esibiscono gli altri invitati; poi alle 23 arriva il turno di Ginsberg, che legge la prima parte di Howl. Jack Kerouac, presente alla serata, la descrive così in The Dharma Bums (1958):

Comunque seguii tutta la banda di poeti schiamazzanti al reading alla Gallery Six quella sera, che fu, fra le altre cose importanti, la sera in cui ebbe inizio il Rinascimento poetico di San Francisco. C’erano tutti. Fu una notte pazzesca. E fui io a scaldare l’ambiente andando in giro a raccogliere monetine e quarti di dollari da un pubblico piuttosto sulle sue in piedi in galleria e tornando con tre enormi brocche da quattro litri di borgogna californiano e facendoli ubriacare sicché verso le undici mentre Alvah Goldbrook [Allen Ginsberg] leggeva, ululava il suo poema Ululato [Howl/Urlo] ubriaco fradicio e a braccia tese, tutti si misero a urlare “Vai! Vai! Vai!” (come in una jam session) mentre il vecchio Reinhold Cacoethes [Kenneth Rexroth] padre della ribalta poetica di Frisco piangeva dalla felicità.

La performance pubblica in cui per la prima volta viene letta la prima parte di Howl ha una risonanza inizialmente solo locale. Le testimonianze disponibili, tuttavia, insistono tutte su un aspetto particolare, ovvero la intensa fisicità della lettura, che in questa occasione è scandita dagli interventi di Kerouac, mezzo ubriaco, che a ogni pausa incoraggia Ginsberg ad andare avanti, gridando «Go! Go! Go!». Come scrive lo stesso Kerouac, la ritmicità complessiva assume quasi la prosodia di un’improvvisazione jazz; e del resto già da qualche anno autori come ruth weiss, per esempio, hanno cominciato a leggere pubblicamente le loro poesie con l’accompagnamento di musicisti jazz.

È un aspetto importante, teorizzato e praticato nel modo più esplicito da Jack Kerouac che, in Mexico City Blues – un poema pubblicato nel 1959, ma scritto tra il 1954 e il 1957 –, asserisce: «Voglio essere considerato un poeta jazz che suona un lungo blues in una jam session di domenica pomeriggio»; e a più riprese riflette sulla tecnica di scrittura, i cui principi fondamentali sono la spontaneità («first thought, best thought»), l’improvvisazione, il ritmo. In realtà Ginsberg non ha seguito del tutto fedelmente i consigli dell’amico; il testo di Howl è stato lungamente lavorato, ritoccato, corretto, cosicché la versione letta alla Six Gallery non è modellata davvero sull’esempio di un’improvvisazione jazzistica; ma ciò che Ginsberg ha deciso di perdere nell’elaborazione testuale lo riacquista nella dimensione performativa, che non si limita alla serata del 7 ottobre 1955, ma si ripeterà ancora in una serie di letture pubbliche che egli continuerà a tenere nelle più diverse location: la fisicità, la corporeità, l’oralità, la apparente immediatezza delle associazioni sono tutti aspetti che sfidano l’elegante compostezza della forma poetica prediletta dall’establishment critico, e reinterpretano componenti essenziali delle principali manifestazioni artistiche e musicali afroamericane.

Lawrence Ferlinghetti è talmente colpito da Howl che il giorno dopo la lettura alla Six Gallery propone a Ginsberg di pubblicarlo. E così Ginsberg continua ancora a lavorare al testo, aggiungendo alla prima parte (quella letta pubblicamente il 7 ottobre) altre sezioni, fino a giungere alla versione definitiva che viene pubblicata in Howl and Other Poems, uscito nell’ottobre del 1956 come n. 4 della City Lights Pocket Poets Series.

Il poema non è certo semplice, né per la struttura del verso – libero e guidato da associazioni visionarie –, né per i temi che vi sono affrontati. Nella prima parte, la descrizione di una generazione visceralmente «contro» si accompagna a una esplicita celebrazione della pazzia, di una sessualità priva di limiti, etero- od omosessuale che sia, della bellezza e della creatività delle visioni derivanti dall’uso della droga: il tutto è descritto con la sfrontata provocatorietà di chi sa benissimo (e lo sa perché l’ha sperimentato sulla sua pelle) quanto queste idee e queste pratiche siano osteggiate, marginalizzate e represse nella società americana di metà anni Cinquanta:

Ho visto le migliori menti della mia generazione [...]

che trombavano in limousine col cinese di Oklahoma su impulso di invernal mezzonotturna illampionata pioggia di provincia,

che ciondolavano affamati e soli per Houston cercando jazz o sesso o zuppa, e seguivano quel brillante spagnolo per conversar d’America e d’Eternità, tempo sprecato, e poi via per nave in Africa,

che sparivan nei vulcani in Messico lasciandosi dietro nient’altro che l’ombra di una tuta jeans e la lava e ceneri di poesia sparse nel focolare Chicago,

che riapparivan sulla West Coast a investigare l’Fbi con barba e short e grandi occhi pacifisti sexy su pelle bruna dando via volantini incomprensibili,

che con sigarette si bruciavan buchi nelle braccia per protesta contro la foschia tabacco narcotica del Capitalismo,

che distribuivan pamphlet Supercomunisti a Union Square piangendo e spogliandosi mentre le sirene di Los Alamos ululando li zittivano, ululando giù per Wall Street, e ululava lo Staten Island ferry,

che crollavano in pianto in bianche palestre nudi e tremanti davanti al macchinismo di altri scheletri,

che mordevan sul collo poliziotti e poi gridolini di piacere una volta in macchina per non aver commesso altro crimine che la propria ganza pederastia e intossicazione,

che urlavano in ginocchio nella metro e li trascinavan giù dal tetto sventaglianti genitali e manoscritti,

che se lo facevan dare in culo da pii motociclisti e strillavano di gioia,

che facevan pompe a ed erano pompati da quei serafini umani, i marinai, carezze d’Atlantico e d’amor caraibico,

che mattino e sera scopazzavan tra roseti ed erba di parchi pubblici e cimiteri spargendo seme liberalmente in chiunque si trovasse a passare,

che tutti una risatina singhiozzante finivan poi in un gemito dietro un tramezzo di bagno turco quando l’angelo biondo e nudo veniva a trapassarli con la spada,

che perdevan i ragazzi amore tolti loro dalle tre megere del fato la megera guercia del dollaro eterosessuale la megera guercia che ci strizza l’occhio dall’utero e la megera guercia che sta lì seduta sul culo pronta a tranciare gli intellettuali fili d’oro del telaio artigiano,

che copulavano estatici e insaziati con una bottiglia di birra col morosocon pacchetto di sigarette con candela e cadevano dal letto e continuavano per terra e giù nell’ingresso finendo svenuti contro il muro con una visione di superna fica e venute eludendo l’ultima sborata della coscienza,

che addolcivan la fregna a milioni di ragazze tremanti nel tramonto e avevan gli occhi rossi la mattina pronti però ad addolcire la fregna dell’alba, con le chiappe all’aria nei granai e nudi nel lago,

che andavano a battere per il Colorado in macchine da notte rubate a miriadi, N.C., eroe segreto di queste poesie, uomo tutto cazzo e Adone di Denver – gioia alla memoria di innumerevoli ragazze che ha scopato in terreni incolti e parcheggi ristoro da camionisti, e sedie sgangherate di cinema, su cime montane in caverne o con cameriere ossute per strade familiari a desolata sottoveste alzata e soprattutto segreti solipsismi da cesso di stazione di servizio, e in stradine della sua città [...].


È bene insistere sulla forza innovativa del molteplice coming out di cui Ginsberg si fa portavoce per conto della comunità di outsiders a cui appartiene. Fin allora – come abbiamo già visto – il tema della sessualità è stato sistematicamente rimosso dalla cultura mainstream, in particolare nella sua eclinazione omosessuale; e se è vero che nelle grandi città americane esiste una subcultura gay e lesbica, organizzata in speciali centri di ritrovo – bar, caffetterie, associazioni –, è anche vero che fino a ora questa cultura ha vissuto nell’ombra della massima discrezione possibile, sostanzialmente nella invisibilità quasi assoluta. D’altro canto, le non molte opere letterarie che hanno esplorato una trama gay lo hanno fatto trasformando la storia in un melodramma autopunitivo, guidato da un incontrollabile senso di colpa. In The City and the Pillar (La statua di sale, 1948), di Gore Vidal, per esempio, il protagonista nega la sua omosessualità, considerandola una innocua diversione, da attribuire alla sua difficoltà di aver rapporti con le donne; nel finale, quando Bob, il suo amore giovanile ritrovato, lo rifiuta, lui lo uccide. In Finistère (1951), di Fritz Peters, un giovane, trasferitosi in Francia con la madre divorziata, avvia una relazione con un suo insegnante, più vecchio di lui, in un contesto di rapporti personali e affettivi assai complesso; da un lato la storia erotica è descritta come una vera liberazione del proprio sé più intimo; dall’altro, però, il romanzo finisce col suicidio del giovane, dopo che la madre, alla quale ha rivelato la sua vicenda, lo rifiuta. In Giovanni’s Room (La stanza di Giovanni, 1956), di James Baldwin, il protagonista, David – un americano espatriato in Francia –, ha una fidanzata, rispettabile, con la quale però non prova alcun piacere sessuale, e un amante, un giovane italiano – Giovanni –, col quale ha una storia intensa, che tuttavia gli procura senso di colpa e di vergogna; alla fine, dopo aver cercato di vivere solo nella dimensione etero, David incontra e uccide un anziano omosessuale, Guillaume, il che lo porta a essere lui stesso giustiziato. Ben diversamente da tutto ciò, Ginsberg ha il coraggio di dichiarare, con immagini gioiosamente e aggressivamente dirette, la bellezza e la legittimità del desiderio sessuale, di ogni desiderio sessuale.

Non dissimile è l’atteggiamento di Ginsberg riguardo all’uso delle droghe. Anche in questo caso la questione era stata affrontata, in precedenza, in forme censorie e anche legittimamente preoccupate, nel campo del giornalismo, della memorialistica o della saggistica. Lo stesso Burroughs, che ha già trattato il tema nel 1953 col suo primo libro – Junkie. Confessions of an Unredeemed Drug Addict (La scimmia sulla schiena) –, lo ha tuttavia fatto in un modo peculiarmente difforme da quello scelto da Ginsberg. Intanto il libro di Burroughs è uscito in una collana economica di libri – la Ace Books – in cui in un solo volume sono contenuti due romanzi; e il testo accoppiato a quello di Burroughs è la riedizione di un libro del 1941 – Narcotic Agent. Gripping True Adventures of a T-Man’s War Against the Dope Menace – che contiene le memorie di Maurice Helbrandt, ex agente del Federal Bureau of Narcotics. Questo secondo testo è scelto dai responsabili della casa editrice con l’evidente intento di attenuare, o quanto meno contestualizzare moralmente, l’impatto del romanzo di Burroughs, che in pratica rielabora in forma fictional la sua propria esperienza di tossicomane e spacciatore. Burroughs scrive in un periodo in cui è dipendente da eroina: questo aspetto, oltre alla scelta di seguire uno stile hard-boiled particolarmente distaccato, dà alla sua narrazione un tono chirurgico, neutrale, quasi del tutto anaffettivo, che non sarà privo di influenze su rivisitazioni letterarie e musicali del tema che si incontreranno negli anni seguenti. Ginsberg, invece, sceglie un tono alto, enfatico, gridato, celebrativo, rivendicativo: la voce che emette lo Howl non ha nulla da nascondere, nulla di cui si debba vergognare.

E tuttavia la litania cerimoniale di Ginsberg ha un incombente tono tragico, che deriva dalla perfetta consapevolezza dello stato di marginalità in cui si trova chi voglia sfidare l’orizzonte etico dominante. Questo aspetto del poema appare particolarmente evidente nella sua seconda parte, nella quale Ginsberg spiega la ragione profonda della ribellione bohémien, descrivendo la società americana come Moloch, una divinità patriarcale che sacrifica i suoi figli in nome dell’ossessione per la ricchezza, talmente pervasiva da rendere tutti completamente insensibili alla bellezza e all’intelligenza critica. La terza e la quarta parte concludono l’opera con un dolente inno all’amicizia tra intellettuali alternativi – il riferimento costante è a Carl Solomon, conosciuto durante il ricovero nell’istituto psichiatrico –, e, infine, con una celebrazione della «santità» controculturale dei «battuti» – i beat.

Il testo di Ginsberg ha una sua consapevole complessità letteraria, che non ne fa certo, in sé e per sé, un prodotto adatto al mercato di massa. Tuttavia, a trasformarlo in un oggetto mitico e attrattivo ben al di là delle cerchie dei letterati più chic, ci pensa Chester MacPhee, funzionario delle dogane dello Stato della California, che il 25 marzo del 1957 ordina il sequestro di 520 copie del libro di Ginsberg per proteggere i bambini – come lui stesso dichiara – dall’oscenità di cui grondano quelle poesie.

Prevedendo che, prima o poi, la tempesta si sarebbe addensata su Howl, Ferlinghetti ha da tempo allertato gli avvocati della American Civil Liberties Union (Aclu) che, il 3 aprile 1957, entrano in azione e contestano la legittimità dell’iniziativa di MacPhee. Al tempo stesso Ferlinghetti fa una nuova edizione riservata al mercato statunitense, il che sottrae il libro alla giurisdizione delle dogane, mentre su diverse riviste, letterarie e non, si sviluppa una intensa discussione sul caso, con diversi interventi critici nei confronti dell’iniziativa di MacPhee. Questa specifica iniziativa, peraltro, si chiude il 29 maggio 1957, quando il procuratore di San Francisco decide di lasciar cadere l’accusa di oscenità sollevata da MacPhee, imponendo alle dogane la restituzione delle copie sequestrate.

Ma intanto il caso giudiziario si riapre in un’altra forma, perché in quello stesso 29 maggio 1957 il capitano William Hanrahan, della polizia di San Francisco, invia alla City Lights Bookstore due poliziotti in borghese i quali, dopo essersi fatti vendere una copia di Howl da Shigeyoshi Murao, il commesso della libreria, gli notificano un mandato d’arresto per lui e per Ferlinghetti per spaccio di materiale osceno. Ginsberg non è coinvolto solo perché in quel periodo è in Marocco, a Tangeri, con Peter Orlovsky e William Burroughs. Il 3 ottobre 1957, al termine del procedimento giudiziario, il giudice Clayton Horn assolve gli imputati basandosi sia su una sentenza emessa dalla Corte Suprema degli Usa il 24 giugno 1957 per un caso analogo, sia sul diritto costituzionale alla libertà di espressione. Il «San Francisco Chronicle», nell’articolo che descrive la seduta, informa i lettori che la sentenza di assoluzione viene accolta dal pubblico che si è affollato nell’aula con applausi e grida di approvazione. L’intera vicenda ha creato un notevole clamore intorno al libro, che vale – sia a Ginsberg che a Ferlinghetti – la notorietà su scala nazionale e un insperato lancio promozionale che, nelle settimane seguenti, ha come risultato la vendita di 10.000 copie: un esito tutto sommato mediocre se lo si confronta con le dimensioni del pubblico raggiunto normalmente dalle produzioni culturali mainstream (cinema, radio, televisione, fumetti); e nondimeno, di fatto, un risultato eccezionale, considerata l’audacia tematica ed estetica della poesia di Ginsberg.


Alberto Mario Banti, Wonderland. La cultura di massa da Walt Disney ai Pink Floyd


Alberto Mario Banti, è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Pisa, dove insegna anche Storia culturale.


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