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Zygmunt Bauman - Retrotopia

Zygmunt Bauman, foto Mario Boccia
RETROTOPIA
L'ultimo libro di un grande maestro


Retrotopia

«L'ultimo libro di uno dei più grandi pensatori della nostra epoca», così Eugenio Scalfari su "la Repubblica" a proposito di Retrotopia di Zygmunt Bauman. Un brano dall'introduzione dell'autore.



Il fenomeno che definisco «retrotopia» deriva dalla seconda delle due negazioni di cui ho detto sopra – dalla negazione della negazione dell’utopia, che con il lascito di Tommaso Moro ha in comune il riferimento a un topos di sovranità territoriale: l’idea saldamente radicata di offrire, e possibilmente garantire, un minimo accettabile di stabilità, e quindi un grado soddisfacente di fiducia in sé stessi. Al tempo stesso, la retrotopia si discosta dall’eredità di Moro in quanto approva, fa proprie e assimila le contribuzioni/correzioni apportate dal suo precedessore immediato, che aveva rimpiazzato l’idea di «perfezione assoluta» con l’assunto di non-definitività e di endemico dinamismo dell’ordine delle cose, ammettendo in tal modo la possibilità (e desiderabilità) di una infinita successione di cambiamenti ulteriori, che l’originaria idea di utopia delegittimava e precludeva a prio­ri. Fedele allo spirito dell’utopia, la retrotopia è spronata dalla speranza di riconciliare finalmente la sicurezza con la libertà: impresa mai tentata – e, in ogni caso, mai realizzata – né dalla visione originaria né dalla sua prima negazione.

Ho intenzione di compiere questo breve excursus ripercorrendo i meandri più significativi dei cinque secoli di storia dell’utopia moderna dopo Tommaso Moro, e provare a dipanare, illustrare e registrare alcune delle più significative tendenze di «ritorno al futuro» che si riscontrano in questa incipiente fase «retropica» della storia dell’utopia. In particolare, esaminerò la riabilitazione del modello di comunità tribale, il ritorno alla concezione di un io primordiale/primigenio predeterminato da fattori non culturali e immuni alla cultura e il sostanziale abbandono – sia nelle scienze sociali, sia nelle opinioni diffuse – della nozione che l’«ordine civile» possieda alcune caratteristiche essenziali che si presumono non negoziabili e sine qua non.

Questi tre sviluppi, ovviamente, non rappresentano un ritorno diretto e immediato a una modalità di vita praticata in passato: sarebbe semplicemente impossibile, come ha ben dimostrato Ernest Gellner. Essi rappresentano invece – per richiamare la distinzione concettuale proposta da Derrida – tentativi consapevoli di iterazione (e non reiterazione) dello status quo che esisteva, o si immagina esistesse, prima della seconda negazione, sulla base di un’immagine in ogni caso riciclata e modificata significativamente attraverso un processo di memorizzazione selettiva strettamente intrecciata all’oblio selettivo. Come che sia, nel tracciare la strada che porta a Retrotopia, i principali punti di riferimento sono gli aspetti veri o presunti del passato che, pur avendo dato buoni risultati, sarebbero stati inopportunamente abbandonati o irresponsabilmente mandati in rovina.

Per collocare nella giusta prospettiva l’innamoramento retrotopico per il passato, è opportuno premettere un altro avvertimento. Boym nota che un’epidemia di nostalgia «spesso segue le rivoluzioni», e saggiamente aggiunge che nel caso della Rivoluzione francese del 1789 «non fu solamente l’ancien régime a produrre la rivoluzione, ma anche la rivoluzione, per certi versi, a produrre l’ancien régime, dandogli una forma, un senso di compiutezza e un alone di rispettabilità». Fu invece il crollo del comunismo a far nascere l’idea che gli ultimi decenni dell’impero sovietico fossero stati «un’età dell’oro di stabilità, forza e “normalità”, che è l’immagine oggi prevalente in Russia». In altri termini, ciò a cui di solito «torniamo» nei nostri sogni nostalgici non è il passato «in quanto tale» – wie es ist eigentlich gewesen, com’è stato davvero –, quel passato che Leopold von Ranke raccomandava di recuperare e rappresentare (come diversi storici hanno cercato di fare, con scarsi consensi). Ecco cosa scriveva Edward Carr in un volumetto molto influente, Sei lezioni sulla storia:

Lo storico è costretto a scegliere. Credere in un duro nocciolo di fatti storici esistenti oggettivamente e indipendentemente dallo storico che li interpreta, è un errore assurdo, che tuttavia è molto difficile da estirpare. [...] Si suol dire che i fatti parlano da soli: ma ciò è, ovviamente, falso. I fatti parlano soltanto quando lo storico li fa parlare: è lui a decidere quali fatti debbano essere presi in considerazione, in quale ordine e in quale contesto.

Carr si rivolgeva ai suoi colleghi, storici di professione, augurando loro di trovare e comunicare la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. Tuttavia quando, nel 1961, il testo di Carr comparve sugli scaffali, la diffusione, o meglio ancora la generalizzazione, della «politica della memoria» – espressione dietro cui si nascondeva un’operazione arbitraria di selezione e/o esclusione dei fatti a fini politici (di parte) – non era quel segreto di Pulcinella che oggi è diventata grazie soprattutto alla spaventosa e raggelante analisi orwelliana del «Ministero della Verità» costantemente impegnato ad «aggiornare», e in realtà a riscrivere, gli atti della storia per stare al passo con il rapido cambiamento delle politiche statali. Quale che sia la strada che decidono di seguire coloro che per mestiere si occupano di ricercare la verità storica, e quali che siano i loro sforzi per rimanere a tutti i costi fedeli alla strada scelta, le loro scoperte e le loro voci non sono certo le uniche disponibili sulla pubblica piazza, né necessariamente, tra le tante voci in gara, le più facilmente percepibili o quelle più suscettibili di raggiungere il pubblico più ampio – mentre i loro più ingegnosi rivali, e i loro più spregiudicati controllori e amministratori, tendono a preferire alla verità dei fatti l’utilità pragmatica come criterio guida per distinguere le proprie narrazioni (giuste) dalle altre (sbagliate).

Ci sono buone ragioni per ipotizzare che l’avvento del World Wide Web e di Internet abbia segnato il declino dei «Ministeri della Verità», ma non certo il tramonto della «politica della memoria storica», di cui ha semmai moltiplicato le possibilità di applicazione, reso infinitamente più accessibili gli strumenti per praticarla e potenzialmente spinto all’estremo le conseguenze. In ogni caso, la scomparsa dei «Ministeri della Verità» (ossia del monopolio incontrastato dell’autorità costituita sulle sentenze in materia di veridicità) non ha certo spianato la strada ai messaggi inviati alla coscienza pubblica da chi per mestiere ricerca e comunica la «verità dei fatti», ma ha semmai reso quella strada ancora più accidentata, tortuosa, infida e incerta.

Dato il divario sempre più profondo tra potere e politica – ossia tra la capacità di fare e la possibilità di decidere quali cose fare, che era prerogativa dello Stato territoriale sovrano –, l’idea originaria di ricercare la felicità umana attraverso la progettazione e la costruzione di una società più accogliente verso i bisogni, i sogni e le aspirazioni degli uomini diventava sempre più nebulosa, in mancanza di un attore ritenuto all’altezza di una impresa tanto grandiosa e di una sfida tanto complessa. Come dichiarò ruvidamente Peter Drucker – forse ispirato anche dal precetto TINA di Margaret Thatcher (There Is No Alternative, ‘non ci sono alternative’) –, tramontava la prospettiva di una società che collegasse indissolubilmente il perfezionamento individuale a quello sociale, e non aveva più senso attendersi la salvezza dalla società. La conseguenza, illustrata di lì a poco da ­Ulrich Beck, fu che ormai ciascun individuo si trovava costretto a cercarsi o costruirsi soluzioni individuali ai problemi prodotti dalla società, e poi a metterle in pratica, sulla base del proprio intelletto e delle proprie abilità e risorse individuali. L’obiettivo non era più una società migliore (non essendoci più speranze concrete di migliorarla), ma il miglioramento della propria posizione individuale nell’ambito di quella società sostanzialmente e sicuramente impossibile da correggere. Al posto di premi comuni per gli sforzi collettivi di riforma sociale, rimaneva solo un bottino da conquistare a scapito dei concorrenti.


Zygmunt Bauman, Retrotopia


Zygmunt Bauman, è stato uno dei più noti e influenti intellettuali del secondo Novecento, maestro di pensiero riconosciuto in tutto il mondo. A lui si deve la folgorante definizione della «modernità liquida».


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