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Matteo Stefanori - Ordinaria amministrazione

Il campo di concentramento di Fossoli
GLI EBREI E LA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA
"Dentro e fuori i campi"

Ordinaria amministrazione

Il 30 novembre 1943, con un’ordinanza di polizia, il governo della Repubblica sociale italiana decise di arrestare e rinchiudere in campo di concentramento tutti gli ebrei che vivevano in Italia. Nel giro di poche settimane uomini, donne e bambini furono fermati dalle autorità, privati dei loro beni, condotti prima in campi ‘provinciali’ e poi trasferiti in una struttura ‘nazionale’, a Fossoli di Carpi, vicino Modena. Di seguito, alcune pagina del libro di Matteo Stefanori Ordinaria amministrazione. Gli ebrei e la Repubblica sociale italiana.  


Al momento del mio arrivo, e cioè alla fine di gennaio 1944, gli ebrei italiani nel campo erano centocinquanta circa, ma entro poche settimane il loro numero giunse a oltre seicento. Si trattava per lo più di intere famiglie, catturate dai fascisti o dai nazisti per loro imprudenza, o in seguito a delazione. Alcuni pochi si erano consegnati spontaneamente, o perché ridotti alla disperazione dalla vita randagia, o perché privi di mezzi, o per non separarsi da un congiunto catturato, o anche, assurdamente, per 'mettersi in ordine con la legge”'

In queste righe, tratte dal celebre romanzo Se questo è un uomo, Primo Levi descrive il suo arrivo al campo di concentramento di Fossoli di Carpi nel gennaio del 1944: come è noto, egli fu arrestato sulle montagne della Val d’Aosta, dove era 'salito' insieme ad altri compagni partigiani. Trattenuto per qualche giorno nella caserma di Aosta, durante gli interrogatori preferì dichiarare la sua appartenenza alla 'razza ebraica' piuttosto che rivelare di essere un partigiano, confessione che altrimenti lo avrebbe esposto, come lui era convinto, a maggiori pericoli o addirittura a una fucilazione immediata. In quanto ebreo, dunque, venne trasferito al campo vicino Modena, da dove sarebbe stato deportato al lager di Auschwitz-Birkenau.

Le parole di Primo Levi ci restituiscono un’immagine molto efficace di coloro che, perseguitati per motivi razziali, finirono in quei mesi imprigionati nei campi di concentramento della Repubblica sociale: uomini, donne e bambini, catturati da zelanti agenti di Polizia fascisti o forse traditi dalla denuncia di un vicino di casa. In molti furono colti di sorpresa dall’ordinanza di fine novembre ’43 e si ritrovarono in una situazione nella quale mai avrebbero pensato di dover vivere: braccati e ricercati come fossero dei pericolosi criminali, portati in un carcere o rinchiusi tra le mura di un campo di concentramento, inconsapevoli di ciò che le autorità italiane e tedesche avessero ancora in mente per loro.

Fino a quel momento, del resto, sebbene vi fosse in vigore da anni una normativa antiebraica, l’Italia era stata considerata un rifugio da tantissimi ebrei che fuggivano alle persecuzioni nel resto d’Europa. Un rifugio 'precario', in realtà, come lo definisce Klaus Voigt, perché dopo l’8 settembre ogni ebreo fu posto di fronte a una scelta obbligata, difficile ma decisiva per la sua sopravvivenza: scappare e vivere in clandestinità oppure sottostare, ancora una volta, alla legge del persecutore?

La maggior parte degli ebrei sembrò consapevole del pericolo che correva ed ebbe la prontezza di nascondersi: riuscì in questo modo a non farsi prendere, anche grazie all’aiuto di amici o di semplici sconosciuti. Migliaia di persone, invece, vennero arrestate e internate, finendo poi deportate in lager da cui tantissimi non fecero più ritorno. Vi fu chi, braccato, tentò la fuga, ma cadde lo stesso nella rete delle autorità; e chi, invece, non se la sentì di infrangere le regole stabilite dal nuovo Stato fascista e accettò, anche perché costretto a farlo, le misure di internamento: in qualche caso, gli ebrei si sentirono ancora cittadini del paese nel quale erano nati e vissuti e, per questo, credettero che la sua legge li avrebbe tutelati dai pericoli provenienti dall’esterno.

1. I numeri

Grazie alle ricerche condotte dal Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano (CDEC), sappiamo che furono quasi 7.600 gli ebrei arrestati con certezza nel territorio italiano dopo l’8 settembre 1943: di questi, 6.806 furono deportati nei campi di concentramento e di sterminio dell’Europa orientale (per lo più ad Auschwitz), circa 450 riuscirono a scappare e a evadere oppure furono rilasciati, mentre in 322 morirono nella penisola (una quarantina di questi si suicidarono). Tra i deportati accertati, gli ebrei di nazionalità italiana risultano essere quasi il doppio degli stranieri (più di 4.000 contro poco meno di 2.500 individui): sono divisi invece in numero uguale tra donne e uomini, con una leggera maggioranza a favore di questi ultimi (circa 400 in più). Quasi tutti i deportati erano adulti e una buona parte aveva superato i sessant’anni. I giovani, coloro cioè che erano nati dopo il 1920, ammontano invece a 1.300, dei quali più di 700 bambini o ragazzi minori di sedici anni.

Queste cifre ci mostrano l’impatto della persecuzione antiebraica nei mesi di occupazione tedesca e di governo della RSI. Su un totale di 30-35.000 ebrei presenti nel Centro-Nord d’Italia, uno su cinque subì dunque l’arresto e la deportazione. Solo 837 persone tornarono vive dai lager.

Sempre secondo le ricerche del CDEC, le forze di Polizia tedesca catturarono un numero maggiore di ebrei rispetto a quelle italiane: circa 2.500 contro poco meno di 2.000. Tra le 300 e le 350 persone, invece, furono arrestate in operazioni condotte insieme. In queste cifre rientrano anche le persone fermate nelle regioni sotto il diretto controllo delle autorità germaniche (le zone di operazioni del Litorale Adriatico e delle Prealpi), dove ad eseguire i rastrellamenti furono principalmente i tedeschi, sebbene aiutati in molti casi da italiani ai loro ordini. Dell’arresto di un significativo numero di ebrei (più di 2.000), in ogni modo, non si conoscono ancora con precisione i responsabili.

Scendendo ancor più nel dettaglio, è possibile individuare periodi in cui la caccia all’ebreo ebbe una più forte intensità. Tra il mese di settembre e quello di novembre 1943, in poche settimane le operazioni antiebraiche volute dai nazisti portarono nella rete della persecuzione circa 2.500 ebrei: tra questi, vi sono le vittime della razzia del 16 ottobre a Roma (più di 1.000), gli ebrei stranieri provenienti dal Sud della Francia e deportati dal campo di Borgo San Dalmazzo, in provincia di Cuneo (più di 300), e tutti coloro che finirono arrestati nel corso delle retate di ottobre e novembre nelle principali città del Nord Italia; infine, va incluso in questa cifra anche chi fu fermato alla frontiera con la Svizzera mentre tentava di fuggire dall’Italia.

Diversa, invece, la situazione che si venne a delineare a partire dalla fine di novembre, dopo l’ordinanza n. 5, quando anche la Polizia di Salò cominciò sistematicamente a ricercare gli ebrei. Nel periodo che va dal dicembre 1943 all’estate del 1944, così, su un totale di circa 3.000 ebrei, moltissimi (la maggior parte) furono arrestati dalle forze di Polizia italiane. Si è scelto qui di prendere come termine conclusivo l’estate del 1944 per due motivi. Innanzitutto, il numero degli arresti successivi si attestò in media sulle poche decine di individui al mese contro le centinaia del periodo precedente: per dare un’idea di quanto si sta dicendo, tra gennaio e agosto gli ebrei fermati furono quasi 2.000 mentre tra settembre e dicembre intorno ai 250 – e 'solo' 10 nei primi due mesi del 1945. Secondo motivo: da settembre i convogli di deportati non partirono più dal campo di Fossoli di Carpi o da Milano e Verona, ovvero dal territorio della RSI, bensì dalle zone di diretta occupazione tedesca. Salvo eccezioni, furono soprattutto gli ebrei arrestati in quelle province a essere rinchiusi nel lager di Bolzano Gries o nella Risiera di San Sabba a Trieste e a subire, poi, la deportazione.

Quanti arresti, dunque, eseguirono di preciso gli italiani? Di certo, nelle loro mani finirono circa 2.000 ebrei, poi deportati: ma la cifra è probabilmente più alta, se si tiene conto delle centinaia di fermati di cui non si conoscono con esattezza i responsabili e di coloro che, arrestati, vennero rilasciati o non subirono per forza la deportazione. Inoltre, risulta difficile distinguere quanti furono presi dalle forze regolari di Polizia italiana, ovvero dipendenti dal Ministero dell’Interno, e quanti dalle bande autonome fasciste presenti su tutto il territorio della RSI.

A metà dicembre 1943, il governo di Mussolini provò a calcolare il numero degli ebrei arrestati fino a quel momento: il capo della Polizia, forse anche perché pressato dall’“alleato” tedesco desideroso di avere informazioni a riguardo, chiese a tutte le prefetture gli elenchi degli internati in esecuzione dell’ordinanza di Buffarini Guidi e dei ricercati. Sulla base delle risposte ricevute quasi subito da 12 province (Rieti, Forlì, Aosta, Venezia, Sondrio, Parma, Torino, Firenze, Ancona, Milano, L’Aquila, Varese) si sarebbe dovuto trovare il modo di sistemare 1.407 ebrei. Quindici giorni dopo, la cifra fu aggiornata grazie ai dati provenienti da altre località: in un appunto scritto al capo della Polizia si parlava di 'migliaia' di ebrei da smistare nei vari campi di concentramento.

Grazie all’azione di Polizia e carabinieri italiani, in effetti, il numero degli ebrei arrestati aumentò rapidamente in poche settimane, raggiungendo e superando anche i 2.000 individui: risultati in linea, quindi, con quanto previsto dal Ministero. La caccia all’ebreo non fu portata avanti mediante grandi rastrellamenti, come era avvenuto a opera dei tedeschi nei mesi precedenti (si pensi a Roma): salvo eccezioni, come a Venezia, quella voluta dalla RSI fu una persecuzione ramificata su tutto il territorio e attuata attraverso l’arresto costante, ogni giorno, di singoli individui o di poche decine di ebrei, scovati casa per casa.

Col passare dei mesi la previsione di arrestare migliaia di persone subì un forte ridimensionamento: non sempre, infatti, le ricerche degli individui 'irreperibili' portarono alla loro cattura e tantissimi riuscirono a scappare o a rimanere nascosti. A volte, inoltre, potevano capitare degli imprevisti dovuti alla guerra in corso: a Forlì, prima che fosse istituito un campo di concentramento, la questura inviò al capo provincia e al locale comando militare germanico un minuzioso elenco degli ebrei censiti nella provincia, completo di indirizzo, legami di parentela, proprietà immobiliari e terriere. Solo a Rimini, erano 70 le persone interessate dai provvedimenti di Polizia. Gli arrestati a dicembre, in attesa di essere trasferiti in un campo di concentramento, furono rinchiusi nella Rocca Malatestiana (all’epoca una prigione), dalla quale però riuscirono a scappare dopo pochi giorni perché un bombardamento alleato ne ruppe il portone d’ingresso.

2. Gli ebrei internati: uomini, donne e bambini

Nei mesi che vanno dal dicembre 1943 all’estate del 1944 furono almeno 800 gli ebrei che transitarono nei vari campi di concentramento provinciali. Questa cifra, messa in relazione con quelle appena presentate, indica che nelle zone in cui fu attivo un campo non si osserva in media un incremento significativo di arresti rispetto, ad esempio, a quelle località dove vennero utilizzate le carceri cittadine. Si può invece affermare che, laddove sorsero dei campi, la maggior parte degli arresti fu attuata dalle forze italiane della Pubblica sicurezza o cosiddette regolari, dipendenti cioè ufficialmente dal Ministero dell’Interno, e si concentrò soprattutto tra il mese di dicembre ’43 e quello di gennaio ’44, a testimonianza di come queste strutture fossero strettamente funzionali al progetto antisemita di Salò, messo in atto con la disposizione di Buffarini Guidi.

Non tutti gli internati nei campi provinciali alla fine furono deportati: un centinaio circa non vennero né trasferiti a Fossoli né consegnati alle autorità tedesche, ma liberati in applicazione degli ordini ministeriali. Alcuni esempi aiutano a chiarire quanto appena detto. A Padova, nel campo provinciale di Vo’ Vecchio, come si è visto, furono rinchiuse in tutto più di 70 persone, ma al momento dell’incursione di luglio del comando germanico ne erano presenti 43: le altre erano state rilasciate in quanto anziane, malate o di famiglia mista. Anche a Grosseto, dove il capo della provincia Ercolani aveva dimostrato un particolare zelo antisemita, sempre per le stesse ragioni degli 80 ebrei finiti nel campo ne furono infine trasferiti 64 a Fossoli. In alcuni casi, invece, come a Perugia, tutti gli ebrei rimasero nel campo provinciale fino alla Liberazione e, come vedremo tra poco, riuscirono a scampare alla deportazione.

Grazie alle liste compilate meticolosamente dalle autorità di Salò possiamo ricostruire con precisione la tipologia degli internati in queste strutture. La maggior parte di loro aveva un’età compresa tra i 30 e i 60 anni e, nel complesso, il numero di persone di sesso maschile equivale a quello delle persone di sesso femminile. La presenza di più donne o di più uomini, così come di individui più giovani o anziani, variava da campo a campo e fu una diretta conseguenza della situazione bellica, politica o sociale della zona in cui ci si trovava: dipendeva dalla tradizionale concentrazione di popolazione ebraica in determinate città e province italiane oppure dalla intensità della repressione nazifascista e dalle fasi della guerra in corso. Nel suo studio sulla provincia di Livorno, Enrico Acciai spiega ad esempio che la persecuzione antiebraica in quella zona fu strettamente legata alle dinamiche dello sfollamento che interessarono l’intera popolazione civile.

In alcune province venne internato un numero molto ridotto di ebrei di sesso maschile, scappati a nascondersi prima degli arresti. Ancora alla fine del 1943 era molto diffusa la convinzione che le persone considerate inabili al lavoro, quali le donne, gli anziani e i bambini, non sarebbero state toccate, perché in realtà i veri ricercati erano gli uomini fisicamente più forti e in salute, da deportare nelle fabbriche in Germania. Una tale percezione del pericolo non riguardava solo la sorte degli ebrei, ma in generale quella di tutti i civili. Si pensi, ad esempio, alle stragi di Marzabotto o di Sant’Anna di Stazzema: in vista dell’arrivo dei nazisti, gli uomini scapparono a nascondersi, convinti di essere loro soltanto le persone ricercate. La realtà, come noto, fu un’altra: la violenza tedesca si abbatté su donne, anziani e bambini, rimasti nei villaggi o rifugiatisi nelle chiese.

Quello della provincia di Apuania (Massa) rappresenta un caso limite, dal momento che nel campo furono rinchiuse solo tre donne. Ad Asti, invece, fu lo stesso capo provincia a osservare che gli internati erano quasi esclusivamente di sesso femminile, perché gli uomini "si erano allontanati" e non era stato possibile rintracciarli. Vi sono poi situazioni del tutto particolari per le dinamiche che le determinarono. In provincia di Cuneo, il commissario di Polizia di Salluzzo volle interpretare a modo suo le disposizioni ministeriali: propose di inviare gli uomini al lavoro, inquadrandoli nell’organizzazione nazista Todt (forse anche in continuità con quanto deciso dal regime fascista pochi mesi prima), mentre per le donne aveva previsto la reclusione nel campo di Borgo San Dalmazzo. Il 4 dicembre alcuni uomini furono in effetti inviati al lavoro obbligatorio: probabilmente perché rimaste sole, molte donne si presentarono in maniera spontanea alla questura per essere internate. Dei 26 ebrei che finirono in quel campo provinciale, diciassette erano donne. Infine, va detto che, a parte il caso di Parma, dove furono aperti due campi provinciali, uno maschile e uno femminile, generalmente gli internati venivano sistemati in un’unica struttura, salvo passare la notte in locali separati.

La tipologia delle persone rinchiuse nei campi era determinata soprattutto dai criteri di arresto stabiliti dal governo: dalla misura di internamento, infatti, sarebbero dovuti restare esclusi gli anziani, i malati e gli appartenenti a famiglia 'mista'. Laddove fossero già stati fermati, quindi, da molte strutture vennero fatti uscire coloro che avevano superato i 70 anni di età (ma a volte anche solo i 60 anni) e gli ammalati più gravi, nonché i cosiddetti 'misti', sottoposti però a vigilanza. Per motivi di salute, in realtà, alcuni non erano stati nemmeno condotti in campo di concentramento e per loro fu prevista una stretta sorveglianza negli ospedali in cui erano ricoverati. Come vedremo meglio più avanti, sulla sorte di queste potenziali vittime della deportazione, temporaneamente risparmiate, si aprì un contenzioso tra autorità italiane e tedesche, in disaccordo sulla linea da adottare nei loro confronti. In ogni modo, considerando i documenti a nostra disposizione, si può affermare che nei campi provinciali le autorità si impegnarono ad applicare, quasi ovunque, la normativa di Salò e, di conseguenza, vi si ritrovarono generalmente internati quegli individui previsti dalle disposizioni ministeriali.

In alcuni casi vennero trattati con una specifica attenzione anche i minori. Ad Aosta, oltre agli anziani e ai malati, furono esentati dalla misura di internamento i bambini e i ragazzi che avevano meno di 14 anni. A Rovigo, dove in realtà non sorse un campo provinciale e per gli ebrei arrestati era stato inizialmente immaginato il trasferimento a Vo’ Vecchio, le autorità disposero che i figli degli internati trovassero accoglienza presso alcune famiglie della provincia che si offrivano di mantenerli usufruendo di un indennizzo comunale per le spese supplementari. Non mancarono però i problemi: il commissario prefettizio chiese al capo di quella provincia di spostare altrove due bambini perché, a suo dire, “arrecavano disturbo” alla famiglia che li ospitava. Ma, il più delle volte, erano gli stessi ragazzi a voler rimanere accanto ai loro genitori, sebbene internati o in carcere. Simili accortezze da parte delle autorità non rappresentarono però la prassi: a Parma erano presenti ben 18 minori, rinchiusi insieme ai familiari. Anche ad Aosta, dove, come abbiamo appena detto, in un primo momento erano stati esentati i minorenni, vi fu un repentino ripensamento e si decise che i figli dovessero seguire la sorte dei genitori.

Nei campi di concentramento finirono così intere famiglie. Si è già visto il caso di Vo’ Vecchio a Padova, dove erano presenti molti nuclei familiari. Anche a Sondrio i 12 internati componevano quattro famiglie, così come a Ferrara i 18 ebrei rinchiusi a dicembre nella Sinagoga erano in gran parte imparentati tra di loro (del resto, abitavano quasi tutti nello stesso palazzo). A Parma erano internate alcune famiglie di ebrei stranieri. Ben consapevoli di questa situazione erano anche le autorità: a metà gennaio, il questore di Modena comunicava al capo della Polizia che nel campo di Fossoli affluivano ogni giorno numerosi internati, «per la maggioranza in gruppi famigliari». Questo induce a riflettere sulle modalità in cui furono condotti gli arresti e le ricerche: la Polizia italiana indirizzò la sua azione soprattutto su quelle famiglie che vivevano in abitazioni comuni oppure in edifici e strade contigue. Così facendo, riusciva facilmente a catturare, con il minimo sforzo e in tempi rapidi, un buon numero di persone tutte in una sola volta. In Italia, come altrove del resto, la persecuzione colpì intere famiglie e non soltanto singoli individui.

Ogni ebreo internato riceveva un’indennità giornaliera fissa, ma nell’erogarla l’autorità competente non tenne sempre conto dei rapporti gerarchici presenti all’interno dei nuclei familiari rinchiusi nei campi: secondo quanto deciso in precedenza per l’internamento libero, infatti, un capo famiglia aveva diritto a percepire una quota più alta rispetto agli altri componenti. Nel dicembre 1943, la questione fu al centro di uno scambio di opinioni tra gli uffici della questura e della prefettura di Parma e il direttore del campo di Monticelli Terme, dove il sussidio serviva a coprire interamente le spese relative all’alimentazione:

Come è noto, a norma delle disposizioni vigenti agli internati isolati viventi in gruppi familiari nei diversi comuni della Provincia era attribuito un sussidio giornaliero in diversa misura al capo famiglia ed agli altri membri di essa. Ma agli internati viventi in campi di concentramento con rancio comune era attribuito un sussidio eguale per tutti, e cioè quello assegnato al capo famiglia nei nuclei famigliari isolati. Ora questo campo non mantiene né potrebbe mantenere suddivisioni famigliari e tutti gli internati fruiscono di un rancio comune ed uguale per tutti i conviventi, né alcuno d’essi potrebbe essere autorizzato a provvedere direttamente all’alimentazione propria e della propria famiglia. Ciò stante sembra a questa direzione che nell’attribuzione del sussidio a questi internati, sussidio che deve servire completamente al pagamento del rancio, non si possa né si debba tener conto dei rapporti di parentela o di precedente costituzione famigliari tra di essi e pertanto a ciascheduno dovrebbe essere assegnato il sussidio di lire 9 giornaliere che rappresenta il costo del vitto consumato da ciascheduno. Tutto al più si potrebbe attribuire il sussidio ridotto ai ragazzi fino ad una certa età, in cui presumibilmente consumano una quantità pure ridotta di rancio.

Un discorso a parte meritano invece i 'misti', ovvero i figli di un coniuge 'ariano' e di un ebreo o le persone unite in matrimonio con qualcuno che non era considerato di 'razza ebraica': per loro, come detto, era prevista una vigilanza speciale. Generalmente, dunque, non furono arrestati e, se ciò avvenne, le autorità locali procedettero (o meglio, avrebbero dovuto procedere), al loro rilascio.

La misura di fine novembre e le disposizioni successive, in realtà, scoperchiarono un vaso di Pandora: obbligarono tutte le prefetture a riaprire numerose pratiche per accertare l’effettiva appartenenza razziale di tantissimi individui, così da poter poi decidere in merito al loro arresto. Proprio la complessità di molti casi fece sì che il fermo di una persona 'mista' dipendesse innanzitutto dall’interpretazione che ogni singolo capo provincia o questore dava della normativa, sollecitato anche dalle locali forze di Polizia germanica, interessate a catturare e deportare quanti più ebrei possibile. A questo proposito lo storico Fabio Levi afferma che proprio i “misti” «rappresentano un luogo di osservazione privilegiato, perché costituiscono l’anello di congiunzione fra il mondo dei reietti e quello dei “salvati”»: ancor più in Italia, dove il processo di assimilazione degli ebrei, avvenuto nei decenni precedenti, fece emergere un gran numero di questi casi.

La scelta di non inviare in un campo questa tipologia di persone era legata anche a un preciso motivo: la volontà di non rompere l’unità dei molti nuclei familiari formati da membri di origine ebraica e da 'non ebrei'. Il governo intendeva cioè preservare questi ultimi e non voleva complicare la loro vita, come si legge nella seguente comunicazione interna al Ministero:

diversa è la situazione degli ebrei predetti [puri] quando siano coniugati con cittadini o nazionali ariani [...]. In questo caso essi risulterebbero appartenenti a famiglia mista e, come tali, esclusi almeno temporaneamente dall’assegnazione a campi di concentramento. Tale interpretazione nei riguardi degli stranieri sembra autorizzata [...] anche dallo scopo della disposizione di favore che è, indipendentemente dalla nazionalità, quello del rispetto al principio dell’unità famigliare e della tutela della sfera degli interessi morali del coniuge e  dei figli non ebrei. È ovvio peraltro che in questo, come nei casi analoghi di cittadini italiani, deve trattarsi di famiglia mista vera e propria, come tale specie nei riguardi dei figli accertata od accertabile ai sensi di legge e di prassi.

Gli ebrei 'misti', se potevano scampare all’arresto, non dovevano comunque, almeno in teoria, essere risparmiati dalla confisca dei beni, prevista dal decreto-legge n. 2 del 4 gennaio 1944. L’applicazione di questo decreto rischiava tuttavia di tradire proprio quel principio in nome del quale si dovevano tutelare innanzitutto gli interessi dei cittadini italiani non ebrei: i 'misti' non vennero dunque privati di tutti gli averi, altrimenti ogni loro difficoltà economica si sarebbe rovesciata sui loro parenti “ariani”. Un simile modo di intendere la questione non cambiò nemmeno con l’istituzione dell’Ispettorato generale per la Razza presieduto da Preziosi. Anzi, consultato a proposito, questo ufficiò confermò che non fosse opportuno togliere ai 'misti' quei beni di prima necessità indispensabili alla loro sopravvivenza:

Con riferimento alle norme contenute nel Decreto legge numero due 4 gennaio 1944 et in attesa disposizioni legislative di imminente emanazione sul regime giuridico dei beni mobili appartenenti at persone razza ebraica questo Ispettorato generale Razza fa presente opportunità che nell’applicazione suddette norme vengano escluse da confisca somme valori et in genere cose mobili indispensabili per la vita anzidette persone et dei viventi at carico delle medesime punto Così ad esempio est opportuno che non siano sottoposte confisca pensioni dovute at persone razza ebraica dallo Stato, da Provincie, da Comuni aut altri Enti atteso loro carattere essenzialmente alimentare.

Nell’autunno del 1944, infine, anche quando la Direzione generale di Polizia propose di inviare in campo di concentramento tutti i misti dei quali fosse stata accertata in via definitiva l’appartenenza alla 'razza ebraica', si premurò comunque di precisare: "fermo restando, secondo le norme vigenti, in omaggio al principio dell’unità familiare, l’esclusione dall’internamento, senza pregiudizio della confisca dei beni di loro pertinenza, degli ebrei sposati ad ariani e con essi conviventi". 


Matteo Stefanori, Ordinaria amministrazione. Gli ebrei e la Repubblica sociale italiana


Matteo Stefanori è dottore di ricerca in Storia contemporanea all’Università della Tuscia e all’Université Paris X - Nanterre (Parigi). 


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