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Tullio De Mauro, editore

Tullio De Mauro


Pubblichiamo di seguito i testi degli interventi tenuti da Enrico Cravetto (UTET), Biagio Forino (Il Mulino) e Stefano Gensini (Università La Sapienza) in occasione dell'incontro "Tullio De Mauro, editore" svoltosi il 21 aprile 2017 a Tempo di Libri.  


Tullio De Mauro e il Grande dizionario italiano dell’uso
di Enrico Cravetto

1. L’avvio del progetto

 Il primo progetto di quello che sarebbe poi stato il Grande dizionario italiano dell’uso (comunemente detto Gradit) fu presentato da Tullio De Mauro – che aveva già pubblicato nel 1980, in appendice alla Guida all’uso delle parole degli Editori Riuniti, un “vocabolario di base” di poco più di settemila lemmi, suddivisi su base statistica in tre fasce: parole “fondamentali”, parole “di più alto uso” tra le parole comuni, parole “di alta disponibilità” – a Livio Garzanti nella seconda metà degli anni Settanta. Garzanti aveva già in catalogo un grande dizionario di italiano, che era un punto di forza della casa editrice; De Mauro però gli spiegò la novità del suo progetto, al contempo esponendo alcune critiche al dizionario garzantiano (tra cui quella di non dichiarare le fonti utilizzate e i criteri di selezione ed esclusione), tanto da convincerlo a dare il via libera all’iniziativa.
La fase preparatoria si prolungò per molti mesi, dedicati alla selezione delle fonti, alla costituzione del lemmario – che De Mauro intendeva far nascere dall’integrazione sistematica dei lemmari di tutti i dizionari moderni, dal Tommaseo in poi, includendo anche i dizionari commerciali –, alla definizione della struttura delle voci: come affermò lo stesso De Mauro, dopo qualche tempo Livio Garzanti si spazientì e decise di sospendere il progetto.
Una nuova prospettiva si aprì un decennio più tardi quando De Mauro entrò in contatto con Tancredi Paravia, che accolse molto positivamente il progetto ma, valutando lo sforzo finanziario occorrente al di sopra delle possibilità della casa editrice, propose alla Utet di associarsi all’iniziativa.
Nel 1989 le tre parti – Utet, Paravia e De Mauro – stipularono gli accordi che diedero il via alla lavorazione. Il contratto prevedeva la realizzazione di un dizionario in 4 volumi, di circa 1100 pagine ciascuno, per Utet, e di uno derivato monovolume di massimo 2500 pagine per Paravia: circa 400.000 lemmi il primo, circa 120.000 il secondo. Obiettivo era «costituire il più ricco repertorio di vocaboli e delle dizioni oggi in uso».
Nel documento contrattuale erano presenti due clausole fortemente sponsorizzate da De Mauro: esse stabilivano che il dizionario si sarebbe realizzato «con l’utilizzo degli strumenti elettronici per attività lessicografica» e che «allo scopo di definire con precisione i programmi e le procedure necessari all’immagazzinamento e all’elaborazione dei dati linguistici per via elettronica in grado di gestire tutte le fasi della produzione, così come il tipo e la quantità della strumentazione elettronica sia nella fase redazionale, sia nella fase di composizione e di stampa, si farà luogo a uno studio congiunto con alcuni esperti della società IBM o altra società primaria del settore, a cui parteciperà il prof. De Mauro».
Si stabiliva inoltre che le attività redazionali sarebbero state svolte da due redazioni, una romana costituita da elementi scelti da De Mauro, «con compiti prevalentemente lessicologici», l’altra torinese «con compiti prevalentemente lessicografici».
Per la realizzazione del progetto Utet e Paravia crearono una società terza, la Serv.Edi, che avrebbe assunto il personale necessario allo svolgimento dei lavori affidati alla redazione torinese.


2. L’organizzazione dei lavori

L’idea di De Mauro era di organizzare il lavoro in modo policentrico: alle redazioni di Roma e di Torino si sarebbe aggiunto l’apporto di un nucleo redazionale a Salerno, intorno a Annibale Elia, e di due collaboratori d’eccezione: Edoardo Sanguineti, a Genova, e Giulio Lepschy, a Reading. Ogni voce o gruppo di voci, o parti di voci, avrebbe dovuto essere sottoposto alla comune lettura di tutti, e tutti avrebbero potuto far pervenire osservazioni e suggerimenti. La circolazione sarebbe stata resa rapida dall’utilizzo di computer dei vari centri collegati in rete. Si manifestò però subito un ostacolo tecnologico: ci sarebbero volute reti dedicate, a banda larga, che erano in quei tempi costosissime. Si dovette così ripiegare su posta e corrieri, e la lentezza e farraginosità dei collegamenti comportò la rinuncia al “tutti leggono tutto”.

Inizialmente si pensava che il grosso del lavoro redazionale delle voci dovesse svolgersi a Roma, mentre a Torino si sarebbe svolto il lavoro di revisione e di immissione dei materiali validati in un database consultabile on line anche da Roma. Poi, anche per le difficoltà di collegamento, si decise di affidare alla redazione di Torino la prima stesura delle voci (sulla base delle indicazioni fornite da De Mauro, tra cui le raccomandazioni relative alla chiarezza delle definizioni e al non eccedere nelle accezioni delle parole), l’individuazione dei sinonimi e contrari delle diverse accezioni, l’elenco delle polirematiche in cui appariva ciascun lemma. Roma avrebbe avuto la supervisione delle voci e l’inserimento di parti specialistiche, quali l’etimologia (affidata a Marco Mancini), la verifica della qualifica grammaticale, la trascrizione fonetica e quella degli esotismi, la datazione della prima testimonianza d’uso delle parole e delle loro accezioni, la costruzione di quadri grammaticali delle flessioni nominali e verbali. Annibale Elia avrebbe curato le polirematiche. Edoardo Sanguineti avrebbe fornito le sue schedine, frutto dello spoglio di testi letterari, storico-politici, giornali, contenenti neologismi, parole sfuggite ai dizionari, prime attestazioni di parole. Giulio Lepschy avrebbe dato le trascrizioni fonetiche. De Mauro, oltre a effettuare – con meticolosità certosina – il controllo delle voci, si incaricò della redazione di voci di particolare complessità e di tutte le voci e accezioni di termini linguistici e filologici.
Le varie integrazioni e correzioni tornavano poi a Torino, dove le voci subivano un ultimo controllo e venivano immesse nel database informatico tramite un parser particolarmente sofisticato, che verificava la correttezza sintattica dei file da immettere rispetto alla grammatica formale del dizionario. La codifica delle voci, in tutti i loro elementi, era particolarmente complessa e dettagliata; errori formali o lacune di codifica provocavano il rifiuto dell’inserimento da parte del parser e richiedevano verifiche e correzioni puntuali.
Per dare una idea della complessità della struttura delle voci e della loro codifica, si pensi che il normario redazionale era un vero e proprio “libro” di 135 pagine!


3. Le caratteristiche del Gradit

Le caratteristiche del Gradit emergono dalla lunga e dettagliata Introduzione premessa da De Mauro al primo volume dell’opera (accompagnata da una altrettanto lunga Postfazione in fondo al sesto volume, nella prima edizione dell’opera, contenente le «Considerazioni sulla formazione e la struttura del lessico italiano»).
«Il Grande dizionario italiano dell’uso si propone di rappresentare il lessico della lingua italiana in uso nel Novecento tra gli italofoni»: questo è l’esplicito obiettivo dell’opera dichiarato da De Mauro. Un tema emerge sopra tutti gli altri nell’Introduzione: l’esplicita dichiarazione delle fonti utilizzate, contro l’abitudine di tutti i dizionari, che – come nota De Mauro – prendono dai predecessori senza dichiarare il debito, nonché dei criteri di selezione e di esclusione.
De Mauro dichiara poi il suo «liberalismo linguistico»: che significa «offrire una descrizione circostanziata delle possibilità e modalità degli usi nella loro varia ed eterogenea funzionalità comunicativa». Il dizionario ammette quindi tutta la gamma dell’uso possibile, dando spazio alle innovazioni dell’uso comune e popolare.
Altra caratteristica fondante del Gradit è la schedatura dei lemmi (e anche di singole accezioni) mediante una serie di marche d’uso, stabilita prevalentemente su base statica. La griglia delle marche d’uso, molto più dettagliata di quella di altri dizionari dell’uso, considera 11 categorie:

FO = fondamentali (2049 vocaboli di altissima frequenza, le cui occorrenze costituiscono circa il 90% delle occorrenze lessicali nell’insieme di tutti i testi scritti e discorsi parlati);

AU = alto uso (2576 vocaboli di alta frequenza);

AD = alta disponibilità (1897 vocaboli relativamente rari nei testi e nei discorsi ma ben noti);

(FO+AU+AD costituiscono il “vocabolario di base”);

CO = comune (47.060 vocaboli generalmente noti a chiunque abbia un livello medio-superiore di istruzione);

TS = tecnico-specialistici (107.194 vocaboli usati e noti in rapporto a particolari settori delle tecnica e della scienza);

LE = letterario (5208 vocaboli usati specificamente nei testi della tradizione letteraria);

RE = regionale (5407 usati soprattutto nelle diverse varietà regionali dell’italiano);

DI = dialettale (338 vocaboli di provenienza specificamente dialettale);

ES = esotismo (6983 vocaboli avvertiti come stranieri);

BU = basso uso (22.550 vocaboli rari, ma ancora circolanti nei testi e nei discorsi del Novecento);

OB = obsoleto (13.554 vocaboli obsoleti, ancora presenti in vocabolari molto diffusi).


4. Edizioni e derivati dal Gradit

La realizzazione del Grande dizionario italiano dell’uso richiese 10 anni di lavoro: l’opera fu infatti pubblicata nel 1999. Insieme all’ideatore e direttore De Mauro e ai collaboratori all’ideazione e alla direzione Edoardo Sanguineti e Giulio Lepschy, parteciparono all’impresa 8 collaboratori alla direzione scientifica (redazione romana e Annibale Elia); 15 consulenti scientifici; un responsabile del coordinamento generale (Luca Terzolo); una cinquantina di collaboratori – principalmente redattori – nell’ambito della redazione di Serv.Edi.
Nel 2003 e nel 2007 furono pubblicati due volumi di “aggiornamento” (Nuove parole dell’uso) realizzati con il fondamentale contributo delle “schedine” di Sanguineti (non utilizzate nel Dizionario o provenienti da nuovi spogli); nello stesso 2007 venne pubblicata una nuova edizione del Dizionario in 8 volumi.
Sia l’edizione del 1999 che quella del 2007 vennero prodotte anche in versione digitale per PC e Mac: su supporto CD-Rom la prima (uscita nel 2003), su chiavetta USB la seconda.
Nel 2000 venne pubblicato il previsto Dizionario monovolume per Paravia, per qualche tempo fruibile anche on line. Il Gradit è inoltre servito come fonte primaria per la realizzazione di dizionari scolastici minori.
Per la Utet, dal Gradit è stato derivato, con integrazioni e perfezionamenti, un Grande dizionario dei sinonimi e contrari, con un’appendice di olonimi e meronimi, in 2 volumi, sempre diretto da Tullio De Mauro, pubblicato nel 2010.
Infine, il Gradit è stato la base di lavoro per la realizzazione del Primo tesoro della lingua letteraria italiana del Novecento, opera diretta da De Mauro e prodotta in collaborazione con la Fondazione Bellonci. Si tratta di un DVD-Rom in cui sono stati riversati i testi di 100 volumi del Premio Strega, interrogabili con varie chiavi di ricerca sotto forma di «dizionario delle parole dello Strega».



Tullio De Mauro e il Mulino
di Biagio Forino

Quando Giuseppe Laterza mi ha chiesto di dar conto della collaborazione di Tullio De Mauro con il Mulino, ho accettato di buon grado l’invito, che mi dà l’occasione di ricostruire un piccolo spaccato di vita editoriale e culturale che ho sempre sentito vicina, in passato per gli studi che ho fatto, adesso per il lavoro che svolgo.
Il tema meriterebbe in realtà di essere trattato con maggiori dettagli e alla luce di qualche ricerca, compito che richiederebbe altri spazi e soprattutto un altro scrivente. Mi limiterò dunque a fornire un quadro di massima e qualche testimonianza personale.
La storia dei rapporti di De Mauro con l’editore bolognese è assai più lunga, intensa e articolata di quanto possa sembrare a chi consideri soltanto i volumi usciti a sua firma per il Mulino. È una storia fatta di vicinanza e di rapporti personali, che si sottrae perciò a uno sguardo esterno alla realtà della casa editrice.
Volendo schematizzare, si possono distinguere un esordio e tre fasi, distanziate nel tempo e molto diverse per i frutti che hanno prodotto.
La collaborazione d’esordio è con la rivista «il Mulino», sulla quale De Mauro ha tenuto fra il 1970 e il 1971 una rubrica dal titolo Minima linguistica, secondo una consuetudine che continuerà in altre forme e altre sedi per approdare in ultimo alle pagine di «Internazionale».

Negli anni che vanno dal 1973 al 1988 la presenza di De Mauro al Mulino si concretizza poi nella direzione della collana «Studi linguistici e semiologici» (gli SLES). È un periodo che richiederebbe un approfondimento a sé, perché coincide grosso modo con l’arrivo – al Mulino e in Italia – di una nuova linguistica di matrice genericamente «post-saussuriana». Aveva preso da poco avvio quel processo di sprovincializzazione degli studi linguistici che proprio in De Mauro ha avuto uno dei protagonisti più attivi. È l’epoca delle prime cattedre di Linguistica generale (De Mauro a Palermo, Luigi Rosiello a Cagliari) e dei primi congressi della Società di linguistica italiana, che De Mauro aveva fondato insieme a Luigi Heilmann, e di cui è stato presidente dal 1970 al 1973.
Per mettere a punto il progetto degli SLES, De Mauro chiama a raccolta intorno all’editore bolognese un gruppo di linguisti di formazione diversa, ma accomunati dallo stesso atteggiamento di apertura verso le nuove tendenze emerse nella disciplina. Fra gli altri, Giulio Lepschy, Paolo Ramat, Lorenzo Renzi, Luigi Rosiello, Francesco Sabatini, Alfredo Stussi e Alberto Varvaro. La collana ha prodotto una trentina di volumi, perlopiù di autori italiani, alcuni dei quali giovani esordienti, e con qualche grande nome straniero (fra questi, per esempio, William Labov). Nel 1980 De Mauro entra anche a far parte del gruppo di lavoro del Mulino per i programmi di linguistica e critica letteraria, dove rimane per due mandati.

Esauritasi l’esperienza degli SLES, negli anni successivi De Mauro passa a curare per il Mulino tre guide: Guida alla scelta della facoltà universitaria (16 edizioni fra il 1988 e il 2004), Le lauree brevi (con F. De Renzo, 6 edizioni fra il 1994 e il 1999) e Il nuovo esame di maturità (con P. Legrenzi, 1999). Si tratta di volumi di servizio, ma utili per l’orientamento degli studenti nel mondo degli studi in trasformazione.
Poi, dopo alcuni anni di rapporti se non interrotti comunque diradati, nel 2005 si apre una nuova, ultima fase, sulla quale mi prendo la libertà di diffondermi più a lungo, per essere stato il suo riferimento in casa editrice.

L’anno prima ero passato infatti a lavorare in direzione editoriale e avevo cominciato a guardarmi intorno in cerca di idee per dare impulso ai programmi dei settori che mi erano stati affidati, fra i quali la linguistica. Avevo sentito parlare di un libretto autobiografico che De Mauro aveva scritto nel 2003 per i settant’anni di Alberto Asor Rosa e che aveva avuto circolazione soltanto privata. Si intitolava Parole di giorni lontani. Credo sia stato Salvatore Sgroi a procurarmi il testo in fotocopia. Lo lessi subito e mi piacque moltissimo. La suggestiva ambientazione nella Napoli del 1930-40, i ricordi della sua iniziazione linguistica, l’inconfondibile tocco dell’ironia demauriana: un mix perfetto, sembrava un’occasione da non perdere. Ma perché nessun editore aveva preso l’iniziativa di pubblicarlo? Correva voce che l’autore fosse contrario, proprio perché era pensato come regalo privato e personale all’amico. Ma un tentativo andava fatto. E così, ottenuto un appuntamento dopo qualche iniziale titubanza dell’autore, mi sono presentato nella casa di via Garigliano.
Nel salotto incombeva una grande foto, ma io non riconoscevo la persona ritratta. «Professore, posso chiederle di chi si tratta?». «Come chi è? È Vito Laterza!». All’improvviso ho visto la mia fine sul suo viso. Nessuna speranza che scegliesse il Mulino. E invece, ripreso coraggio, gli ho detto che mi sarebbe piaciuto pubblicare il libro. Sembrava quasi sorpreso dell’interesse, ma intuivo che gli avrebbe fatto piacere. «Beh, devo chiedere al mio agente». Pausa. «Che poi è mia moglie». Mi ricordo ancora la risposta della signora: «Parole di giorni lontani è un amore!». Il libro è uscito a gennaio del 2006, conquistando rapidamente un cospicuo numero di ammiratori, primo fra tutti il nostro direttore editoriale di allora, Giovanni Evangelisti, che lo considerava il libro più bello della nostra produzione di quell’anno.
Lo abbiamo rieditato da poco, identico a prima, anche nella copertina, che era molto piaciuta a Tullio, dopo che qualcuno aveva suggerito che i due scolari ritratti assomigliassero, rispettivamente, uno all’autore, l’altro addirittura a Enrico Berlinguer.

Il libro ha segnato anche un nuovo inizio nei rapporti con il Mulino. Si sono moltiplicati i contatti e si è stabilita una piccola consuetudine di mie visite periodiche nel già ricordato salotto, un’occasione per me imperdibile di scambio e di confronto editoriale, culturale e civile.
È in questo nuovo contesto che sono nati altri due volumi. Nel 2009 è uscito In principio c’era la parola?, che riprende e amplia i contenuti della lezione magistrale tenuta da De Mauro nel 2008 all’Università di Trento per l’inaugurazione dell’anno accademico. Infine, nel 2012, De Mauro si è generosamente prestato a scrivere un sequel autobiografico, Parole di giorni un po’ meno lontani, in cui racconta del suo arrivo a Roma nel 1942 rievocando di nuovo una stagione della propria vita e della nostra storia.

Infine, ci sono i progetti rimasti in sospeso, primo fra tutti un libretto dedicato alla parola tramonto, destinato a una nuova piccola serie del Mulino, dal titolo «Parole nostre». Ne avevamo parlato in più occasioni. Voleva prendere spunto dagli ultimi versi del Parlamento di Carducci: «Il sole / Ridea calando dietro il Resegone». È un noto errore topografico del poeta, perché quel monte è a nord-est di Milano e dunque, per chi si trova nel capoluogo lombardo, il sole non può tramontare al di là del Resegone. Tullio era divertito dall’idea di partire da qui per ridiscutere l’etimologia fin troppo trasparente che stabilisce un nesso intuitivo tra il calare del sole e le montagne. Ci stava lavorando ancora nel settembre del 2016, quando, reduce da un’altra estate nel buen retiro di Contrada Spagnola, mi scriveva: «frugo ancora per trovare sostegni filologici antichi a un’idea di cui sono sempre più convinto». So che gli sarebbe piaciuto portarlo a termine, ma non c’è stato tempo. Sarebbe stata una minima cosa rispetto alle opere fondamentali che ci ha lasciato, ma un’ulteriore testimonianza della sua inesauribile curiosità per la lingua e le parole.



Tullio De Mauro e i «Libri di base»
di Stefano Gensini

L’esperienza editoriale di De Mauro, nell’arco della sua lunga vita, è stata molteplice, ricca di occasioni e di registri diversi. Si va dal lavoro, quando non era ancora laureato, come redattore dell’«Architettura» diretta da Bruno Zevi (1955-) alla direzione di collane specialistiche come gli «Studi linguistici e semiologici» del Mulino (1974-), dalla collaborazione giornalistica a «Paese Sera» nel corso degli anni Settanta fino alla progettazione e realizzazione del Grande dizionario italiano dell’uso (Gradit), ultimata nel 1999 (seconda edizione, 2007). È stato giustamente osservato che anche in questa fervida e caleidoscopica attività fra libri, giornali e redazioni lo studioso aderiva alla sua sensibilità per il mondo stratificato dei linguaggi, metteva in pratica la sua idea che il linguaggio vive di una gamma variegata di usi, più o meno formali, rivolti a pubblici e finalità culturali differenti, ancorché complementari fra loro.

In questo quadro merita d’essere ricordata l’iniziativa dei «Libri di base», la collana di divulgazione scientifica avviata nel 1979 presso gli Editori Riuniti di Roma e conclusasi esattamente dieci anni dopo con un bilancio di 139 volumi pubblicati, una media di venduto di circa diecimila copie a titolo, con punte di molte decine di migliaia di copie, come nel caso della Guida all’alimentazione di Emanuele Djalma Vitali, dell’Infinito di Lucio Lombardo Radice o della giustamente famosa Guida all’uso delle parole dello stesso De Mauro. La scommessa non solo editoriale, ma politico-culturale della collana stava già tutta nell’idea di “divulgazione” che De Mauro sosteneva, e che aveva con una certa fatica fatto digerire alla proprietà degli Editori Riuniti, che, come si sa, non era un’impresa privata, ma la casa editrice del Partito comunista italiano, al tempo guidato da Enrico Berlinguer.

Divulgazione non era – e non è – parola pacifica nella cultura italiana, specialmente in quella di tradizione umanistica, perché ad essa è spesso collegata la preoccupazione di un abbassamento della qualità del sapere, di una sua impropria e rischiosa semplificazione. Tale era anche la preoccupazione – se si vuole il pregiudizio – di una parte importante della cultura di sinistra, alimentata più di quanto non sembrasse da una visione rigida e monocentrica, polarizzata verso l’alto, della circolazione delle idee e dei linguaggi: una visione – oggi lo si può dire senza ambagi – in cui non erano purtroppo penetrate a fondo, malgrado le tante dichiarazioni in proposito e gli affollati dibattiti, le teorie e le esperienze culturali di Antonio Gramsci. Coi «Libri di base» (e con una serie di convegni scientifici organizzati in collaborazione con «Selezione dal Reader’s Digest» nei primi anni Ottanta) De Mauro cercò di mettere in circolo un’idea di divulgazione inedita per l’Italia: si trattava da una parte di impegnare il meglio della intellighenzia nazionale a sintetizzare il frutto delle proprie conoscenze specialistiche in libretti di agile mole (da 124 a 160 pagine a stampa) che potessero interessare, potenzialmente, ogni campo del sapere e delle problematiche culturali; dall’altra, di costruire ogni singolo libro secondo parametri di alta leggibilità (dall’inglese readability, un termine allora assai poco noto anche in sede tecnica) riguardanti sia lo strumentario linguistico, sia l’apparato di illustrazioni, tabelle e grafici utilizzati, soggetti a rigorosi criteri di chiarezza e funzionalità.

L’idea-chiave del progetto stava, come era facile immaginare, nell’intelaiatura comunicativa e linguistica dei libri: De Mauro e la sua redazione avevano messo a punto un vocabolario di base della lingua, ovvero una lista delle circa settemila parole italiane statisticamente più frequenti e disponibili alla coscienza dei parlanti, parole che formavano il nucleo a partire dal quale occorreva introdurre qualsiasi termine o espressione tecnica inerente ad aree più specifiche del lessico. Diversamente da quanto intesero (o finsero di intendere) alcuni giornalisti o uomini di pensiero (fra cui Alberto Arbasino) contrari all’iniziativa, non si trattava di “chiudere” tutto lo scibile in settemila parole, ma di usare il vocabolario di base come veicolo dei definienda, consentendo così anche a un lettore provvisto della sola licenza media di impossessarsi di espressioni e lemmi estranei alla sua esperienza culturale di riferimento. Un principio “donmilaniano”, se vogliamo – è la lingua che fa uguali –, articolato secondo precisi criteri scientifici e lessicologici, e orientato a un’operazione politico-culturale di evidenti intenti democratici e progressisti. Analoga attenzione andava riservata alla sintassi, privilegiando periodi brevi di massimo 25 parole a frase, e dunque uno stile solo debolmente ipotattico. L’iconografia – funzionale, mai solo esornativa – doveva rispettare analoghi criteri. Gli autori, firmando il contratto, si impegnavano ad accettare tali criteri, e comunque a discutere tutte le ipotesi di rielaborazione e/o vera e propria riscrittura proposte dalla redazione per adeguare ad essi il testo consegnato. Alla fine, il testo “redazionato”, discusso e rifinito assieme all’autore veniva sottoposto a un test obiettivo di leggibilità (dapprima il cosiddetto Indice di Flesch, in seguito indici più sofisticati, messi a punto con l’aiuto di esperti informatici del gruppo Èulogos) che verificava l’accettabilità o meno del risultato. (Su una scala teorica da 0 a 100, un risultato soddisfacente si aggirava allora intorno a 50 punti: si consideri che i maggiori quotidiani nazionali dell’epoca, perfino in prima pagina, spesso si aggiravano fra i 20 e i 30 punti, livelli dunque di bassa leggibilità, con luminose eccezioni quali gli articoli di Scalfari, Montanelli e pochi altri, che schizzavano talora oltre quota 60.)

De Mauro ha raccontato in più sedi, con la sua prosa calda, solare, come il rapporto con gli autori non fosse sempre tranquillo. Più di un illustre cattedratico, e sia pure democratico e benintenzionato, abituato a far colare dall’alto l’oro delle sue parole, sopportava a fatica i giovani redattori-linguisti (fra cui anche chi scrive ora queste note, assieme a un’altra allieva di De Mauro, Emilia Passaponti, alla giornalista di lungo corso Elisabetta Bonucci, proveniente dall’«Unità», e al grafico Luciano Vagaggini) che facevano le pulci a ogni frase, a ogni parola non sufficientemente chiarita. Altri, specialmente gli autori di formazione scientifica, avevano meno problemi a sintonizzarsi coi criteri dei «Libri di base», e facevano a gara con noi a trovare soluzioni comunicative insieme semplici ed efficaci. Ma non mancò qualche incidente: come accadde ad esempio con un valoroso esponente del partito, esperto di cose scolastiche, cui era stato affidato il volume sulla storia della Democrazia cristiana. Innervosito, strappò i fogli pieni di correzioni inviatigli dalla redazione; e tuttavia tornò, e torna a suo postumo onore il fatto che ci restituì di lì a poco il testo, coi fogli reincollati e integrati, nei quali teneva conto di pressoché tutte le nostre indicazioni. Va anche detto che lavoravamo in una redazione com’erano le redazioni di allora (primi anni Ottanta): non c’erano computer e si lavorava a mano, né sempre avevamo il tempo di ribattere con la macchina da scrivere i dattiloscritti pervenuti. Né va dimenticato che i mezzi economici disponibili non autorizzavano ricchi compensi agli autori, come non consentivano alla redazione di uscire da un orizzonte tutto sommato artigianale.

Nel suo insieme, il formato editoriale dei «Libri di base» era quello di una enciclopedia scomponibile ripartita per grandi sezioni: vi erano libri di scienza (ho già ricordato L’infinito di Lombardo Radice; un altro best seller fu Dalla pietra al laser di Roberto Fieschi come pure Che cos’è una legge fisica di Carlo Bernardini), di temi sociali e civili (ricorderò La famiglia di Claudia Mancina o Le libertà dell’uomo di Demetrio Neri), volumetti dedicati a classici del pensiero (come il Darwin di Giuseppe Montalenti o il Marx di Nicolao Merker), a quadri geo-economico-politici di singole realtà (come La Palestina di Andrea Giardina, Mario Liverani e Biancamaria Scarcia), a problemi della vita e della persona umana (come il citato Guida all’alimentazione di Vitali, Tossicomanie di Luigi Cancrini o Saper invecchiare di Alberto Oliverio). De Mauro si affiancò nella direzione alcuni consulenti di area quali lo storico Mario Mazza, lo scienziato e politico Giovanni Berlinguer, e coinvolse largamente nell’iniziativa altri intellettuali variamente legati al Pci, ma indipendenti di nome e di fatto, quali l’anglista Agostino Lombardo, il giudice Luciano Violante, e i già menzionati Bernardini, Lombardo Radice, Merker e Oliverio. Era quella, del resto, una stagione in cui attorno al partito leader della sinistra ruotava un gran numero di prestigiosi uomini e donne di cultura, disposti a collaborare a titolo pressoché gratuito (il particolare non mi sembra irrilevante), garantendo non solo ai «Libri di base» ma a tutta la casa editrice una rete di rapporti con persone e ambienti non comunisti il cui apporto si rivelava prezioso in termini di iniziative editoriali, di svecchiamento dell’immagine e delle politiche culturali del comunismo italiano.

Ciò è tanto più rilevante in quanto, dopo aver discusso a lungo del progetto dei «Libri di base» con amici fidati e antichi, quali Vito Laterza o Luciano Manzuoli, o nuovi come Renato Giunti, De Mauro aveva trovato le condizioni per realizzarlo nella casa editrice del partito che più di tutti, almeno in teoria, doveva apprezzarne il senso e la portata culturale e, in certo modo, perfino direttamente politica, connessa com’era a una grande battaglia di alfabetizzazione e di rafforzamento dei livelli di istruzione allora propri della grande maggioranza degli italiani. (Vale forse la pena ricordare che il censimento del 1971 aveva rivelato che solo il 25% scarso dei cittadini italiani aveva almeno la terza media.) Fu merito di Roberto Bonchio, allora presidente degli Editori Riuniti, aver capito questa funzione e aver convinto di ciò la segreteria del partito, che doveva autorizzare l’investimento (finanziario e culturale): un gruppo dirigente nel quale De Mauro aveva tuttavia interlocutori diretti, quali Gerardo Chiaromonte e, almeno per un periodo, Giorgio Napolitano. Il Pci significava fra l’altro un importante mercato interno, rappresentato dalle librerie Rinascita, dai circoli, dalle Feste dell’Unità, che certo ebbero un ruolo nella penetrazione dei «Libri di base», se non fino a scalfire la muraglia impenetrabile della non-lettura, certamente nella loro circolazione in un ambito non solo specialistico, al di là dunque dei limiti tradizionali della produzione saggistica italiana.

Purtroppo le vacche grasse dell’editoria di sinistra, a metà degli anni Ottanta, erano ormai agli sgoccioli. Si era esaurito il boom dei classici del marxismo e dei libri direttamente impegnati sul versante politico, che aveva consentito la grande espansione degli Editori Riuniti (ma anche di una serie di altre case editrici di area, a quella data ormai avviate alla chiusura o ai margini del mercato). Nel decennio che è passato alla storia – e che molti di noi ricordano – come il decennio del riflusso, di Craxi, dell’arretramento della classe operaia annunciato nella famosa “marcia dei quarantamila” del 14 ottobre 1980, altri temi stimolavano l’attenzione, altri valori culturali cominciavano a permeare la mentalità sociale, grazie anche al fenomeno delle TV private col connesso processo della esplosione del “privato” e della “estetizzazione” della persona. I «Libri di base», pur reggendo, anche in termini di vendite, come spazio editoriale autonomo, vennero coinvolti nella crisi degli Editori Riuniti, apertasi ufficialmente nel 1985: anche grazie all’apporto diretto come responsabile editoriale di De Mauro e al sostegno della rete da lui tessuta di autori e collaboratori, la casa editrice andò avanti, zoppicando, per qualche anno, venendo alla fine stroncata da gravi errori nella gestione del comparto rateale e dai debiti che ne conseguirono. Ma il colpo di scena fu il cambio di amministrazione e indirizzo editoriale deciso nel fatidico 1989, allorché, morto da tempo Berlinguer ed emarginato senza complimenti Alessandro Natta, Achille Occhetto ascese alla guida del partito, promuovendo la svolta di indirizzi politici e l’ingresso nel gruppo dirigente di nuovi nomi che tutti ricordano. Si deve supporre che la divulgazione non garbasse al nuovo segretario e al mitico club di Capalbio che in lui s’esprimeva, perché i «Libri di base», ancorché unica collana in attivo, vennero chiusi d’autorità, e medesima sorte toccò alla gloriosa rivista «Riforma della Scuola» che in quegli anni, dapprima con Lombardo Radice, poi con la direzione di De Mauro, subentrato nel 1983, era ridiventata una protagonista del dibattito pedagogico.

Come si debba giudicare tale scelta, e il percorso indi intrapreso dal maggior partito della sinistra non è ovviamente argomento che interessi in questa sede. Concludo invece con qualche considerazione personale, tornando ai temi culturali d’insieme che avevano ispirato l’iniziativa dei «Libri di base» e caratterizzato la sua piccola ma laboriosa officina redazionale: autori, redattori, collaboratori, grafici. Quella dei «Libri di base» fu, per chi ebbe l’occasione di prendervi parte, un’impresa profondamente istruttiva, che ci condusse nel mezzo di un clima di lavoro culturale realmente interdisciplinare, come si conviene a ogni impresa di carattere enciclopedico, grande o media o piccola che sia. Personalmente, pur avendo poi fatto tutt’altro nella vita, non ho più smesso di attingere al patrimonio di conoscenze e, se posso dire così, di “sensibilità”, che gli anni dei «Libri di base» hanno depositato nella mia memoria e, con tutti i limiti del caso, nel mio stesso stile di lavoro. Presumo che così sia stato anche per gli altri. Occupandomi in seguito, per un certo periodo, di editoria scolastica, ho notato che inizia press’a poco da allora l’attenzione per una efficace comunicazione didattica: presero a diffondersi i glossari, mutò lo stile delle note, invalsero verifiche della leggibilità mai praticate prima, per non dire degli strumenti più specialistici (penso ovviamente ai vocabolari) che cominciarono a fare sistematico riferimento al vocabolario di base, dallo stesso De Mauro recuperato e aggiornato negli anni Novanta nell’ambito della ben più ambiziosa operazione del Gradit, presso la Utet-Paravia.

La battaglia per la leggibilità, che allora De Mauro conduceva quasi in solitudine, si è estesa, ha ispirato ricerche di grandi istituti statistici sulla reale conoscenza della lingua italiana, si è collegata a imprese internazionali volte ad accertare le competenze alfabetiche degli adulti, spesso non coincidenti col titolo di studio conseguito. Nelle discussioni degli ultimi anni sul macrofenomeno dell’analfabetismo di ritorno, su quel 70% di cittadini che, sebbene molto più istruiti di trent’anni fa, si situano sotto la soglia di quel che oggi s’intende per alfabetismo funzionale, vive e in certo senso si esprime con ancora più forza il messaggio lanciato da De Mauro in tutta la sua inesausta «vertenza linguaggio» (come ebbe a definirla nel 1976) e, fra l’altro, nella collana dei «Libri di base». Alcuni di essi sono ancora in catalogo, mutati quanto a grafica e a collocazione di serie, presso la piccola casa editrice che ha ereditato il glorioso marchio degli Editori Riuniti. Altri sono stati ripresi e ripubblicati da altre sigle. Altri ancora si trovano su eBay o sugli scaffali delle biblioteche, qualcuno circola liberamente in formato pdf sulla rete. Pur nel crogiuolo di un mercato dell’informazione e del sapere che non ha più centro e si consuma ormai nel giro di poche settimane, anche questo, a me pare, è un segno della forza del progetto, che ancora oggi, a distanza di quasi trent’anni dalla fine, si presenta ai nostri occhi con tutta la sua carica innovatrice.




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