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Federico Pace - La libertà viaggia in treno

Particolare di copertina
CONOSCERE IL MONDO DAI BINARI
"La liturgia del saluto" 


La libertà viaggia in treno

Federico Pace, con una scrittura che incanta, ci conduce in un nuovo affascinante viaggio attraverso l'Europa: da Parigi a Malaga, da Venezia ad Atene, attraverso il Brennero e sull'orlo dell'oceano. E riscopriamo così il piacere lento di conoscere il mondo dai binari. Perché quando si parte in treno, si parte davvero.
Ve ne proponiamo un brano. 

LA LITURGIA DEL SALUTO (Monaco-Berlino)

Nessun addio è così definitivo come quello pronunciato lungo la banchina di un treno. Nessun abbraccio ha la stessa urgente necessità di quello che viene scambiato sulla soglia di una partenza. Anche l’indifferenza, il mancato saluto, la mano che non s’alza ad agitarsi nell’aria, nell’universo di una stazione, paiono assumere un peso che si fa più fatica a sostenere.

Nulla è insignificante quando si ha a che fare con due persone che stanno per separarsi al confine di un viaggio. Per questo si sviluppa sempre una propensione all’allerta quando si va ad accompagnare qualcuno a una partenza. O quando si aspetta che qualcuno torni da città lontane dopo un lungo tempo di separazione. È come se lì, sul confine di quel viaggio, sia possibile afferrare il filo che risale fino alle più intime paure e ai più intimi bisogni. Forse è per questo che anche la stazione centrale di Monaco è piena di persone che muovono i propri passi consapevoli che qualcosa di importante sta per accadere. Chi si tiene per mano, chi sottobraccio, chi si segue un passo indietro. Ciascuno pare pensare già a quando ci si separerà e alle conseguenze di quello che ci si sarà detti.

Vicino al chiosco della Dulce Chocolate & Ice Cream, mentre la ragazza in divisa color cioccolato sistema le mercanzie, davanti al viaggiatore sfila un ragazzo con i jeans, le scarpe da ginnastica, un filo di barba e un bracciale di stoffa azzurra. Ha una smorfia allegra. Porta le borse di una ragazza che indossa dei pantaloni scuri, tacchi alti, un bel ciondolo d’argento e una montagna di ricci color castagna. È difficile dire se quella smorfia stia lì sul volto per testimoniare la gioia adulta di chi sta per partire con la donna che ama, o se invece confessi inconsapevolmente l’allegra urgenza di chi sta per liberarsi di una presenza divenuta d’improvviso troppo ingombrante. Anche loro due, immagina il viaggiatore, sono stati ieri sera al Viktualienmarkt, ad assaporare l’annottare dolce all’aperto, tra i tavoli di legno, la birra e il pesce cotto sulla griglia. Anche loro hanno fatto una passeggiata nel tepore bavarese, si saranno fermati nella galleria lì vicino ad ascoltare il quartetto di giovani ragazze con i violini e la viola da gamba. Avranno gettato loro qualche centesimo e poi si saranno infilati sotto le lenzuola fresche di un letto in una camera d’albergo per cercare il varco segreto che conduce l’uno verso l’altra.

Tra Monaco e Berlino, nel giro delle ventiquattro ore di ogni giorno, vanno e vengono settantasei treni. Non tutti seguono le stesse traiettorie. Forse perché le due città hanno bisogno di intessere fili di colori diversi, di inviare dispacci continui, di fare richiami costanti e proseguire un ininterrotto dialogo. Si potrebbe pensare che le due città sentano il bisogno di chiamarsi sempre più spesso, così come fanno gli enigmatici uomini delle diplomazie sul punto di chiudere un accordo o gli amanti che si sono conosciuti da poco e ad ogni istante cercano di gettare una parola nel lago dell’altro, per capire quali cerchi si formeranno e quanto grandi potranno essere. L’intercity 1608 parte alle nove e diciannove del mattino dal binario diciotto. Va verso Augsburg, verso la Svevia, verso il cielo basso e le nuvole nere. Zigzaga come intorno a un’immaginaria linea retta, come se cercasse nell’approssimazione, e non nella definitezza, la strada migliore verso la meta.

Basta un piccolo segnale, una piccola dimenticanza, lungo la complessa liturgia del saluto in stazione, per lasciare intravedere quel che davvero si pensava. Il ragazzo con il braccialetto azzurro, al momento della partenza, ha stretto con passione la fidanzata dai grandi ricci, ma poi ha dimenticato qualcosa. L’ha lasciata salire sul vagone senza aspettare, senza aggiungere un ultimo saluto, senza fare in modo che la persona che stava per intraprendere il viaggio potesse intravedere al di là del finestrino un ultimo scampolo di quell’altro da sé a cui si era affidata senza remore. Prima ancora che il treno partisse, infatti, il ragazzo ha preso a camminare con una certa fretta lungo il binario. Forse pensando già all’uscita dalla stazione, al lungo tratto da percorrere della Neuhauser Strasse, e al tipo di abbraccio che avrebbe offerto a chi lo stava aspettando alla Fontana del pesce. Il treno è filato via veloce andando verso ovest e portando con sé i viaggiatori. Ciascuno già con il proprio carico di abbracci ricevuti, di saluti mancati, di pensieri e aspettative.

Sul vagone, due donne sulla cinquantina celano lo sguardo dietro le lenti brunite degli occhiali da sole. Sono amiche e hanno imparato da tempo che c’è molto più da imparare dalle diversità dell’altra di quanto si possa trarre dalle rassomiglianze. Una è abbigliata in modo sportivo, l’altra ha invece una mise classica. Pantaloni per entrambe, ma una li ha corti e verdi, l’altra lunghi e bianchi. Sono in viaggio di piacere, hanno sistemato una guida di Berlino sul tavolo e si dedicano a quel che più piace loro: una scrive e legge, l’altra guarda fuori dal finestrino. Solo di tanto in tanto scambiano qualche parola. Tutte e due hanno quell’età in cui si comincia a meditare su tutto quello che è accaduto fino ad ora. Alla vita, e al tanto e al poco che ne è venuto. Ad Augsburg il treno consuma l’attesa di qualche minuto e lo scambio di qualche frettoloso saluto. Da questa stazione infinite volte è partito Bertolt Brecht, il bavarese che cominciò a trovare il successo proprio nella città alter ego.

Da qui, quando era giovanissimo, spesso andava verso Monaco per studiare e sentire l’odore primaverile delle ragazze. Ma nell’abbrivio cruciale della sua vita, il treno lo prese per andare verso Berlino. Come lui stava per diventare il grande drammaturgo, così pure quella città del nord stava per divenire il nucleo creativo artistico degli anni Venti del Novecento.

Anche lui, come la giovane dalla folta capigliatura, come molti di quelli che partono, si era fatto accompagnare alla stazione. Alla liturgia del saluto però, come il giovane che solo poco fa ha preso a camminare con una certa fretta lungo il binario della stazione di Monaco, non sembrò prestare molta attenzione. Ad accompagnarlo c’era una ragazza: «Bi», la giovane Paola Banholzer; così innamorata di lui da sopportare tradimenti continui e l’interruzione di una gravidanza. Quel giorno Bertolt stava pensando ad altro. All’epoca non c’era modo di prenotare un posto, e se si voleva partire da una stazione intermedia ci si doveva affidare al fato per poter sperare di trovare un posto per sé. Lui, che al fato evidentemente almeno in quel caso non voleva lasciar fare, era ricorso a un escamotage. Aveva convinto l’amico Caspar Neher ad andare fino a Monaco e partire con l’espresso per Berlino delle 7.30 del mattino. Tutto questo solo per prendergli un posto.

Così alla stazione di Augsburg, mentre Bi stava lì per trovare il varco giusto per baciarlo o abbracciarlo, lui invece stava attento a non perdersi il fischio di Caspar. Una volta salito, anche Bertolt rimase colpito dall’idilliaco paesaggio dell’altopiano. Il parco naturale, la Reisenschau, più dolce e ampia, poi la Holzwinkel, più boscosa. Poi Donauwörth, e il parco naturale di Altmühltal con i pascoli aperti e le valli dolci e poco profonde. Gli appezzamenti dei campi coltivati, le gradazioni diverse del giallo. Dall’ocra vivido e caldo, che fa pensare alla curcuma e al curry, fino al colore del grano, meno intenso ma ugualmente caldo. L’azzurro del cielo e una grandissima nuvola bianca che pare invadere il cielo. Bianchissima e mossa dal vento. Poco dopo le undici, entrati in Franconia, s’arriva alla stazione di Norimberga. Fuori dal finestrino le casette ordinate sotto il sole, ciascuna con il proprio orto e la bandierina tedesca.

Una specie di rappresentazione di sé, orgogliosa, ordinata, rassettata e ostinata. Di un paese, e di quel che vi accade, a volte ci pare di intravedere qualcosa di più esplicito, comprensibile e immediato, nel microscopico dettaglio piuttosto che nelle parole degli editoriali delle grandi testate giornalistiche. Si passa Bamberg e si attraversa la Turingia, Lichtenfels, Saalfeld e poi Jena. Sono quasi le due e manca ancora poco per arrivare a Lipsia. Le due signore, in viaggio per mettere a punto la contabilità della propria vita o per dimenticarla per sempre, mettendo da parte i profitti e le perdite, i ricavi e i costi, si sono sdraiate e hanno cominciato a dormire, una di fronte all’altra. Anche nella posa, ciascuna sembra differente dall’altra. Quella con i pantaloncini corti e verdi e lo sguardo sempre perduto nel finestrino sta completamente sdraiata e con i piedi verso il finestrino. L’altra, invece, con il capo appena reclinato, quasi ancora seduta. Chiunque ha viaggiato su un treno per lungo tempo sa che niente è così comodo come un posto comodo. Anche Bertolt Brecht lo sapeva, tanto che scrisse al suo «carissimo Cas», per ringraziarlo, che un buon posto in treno vale come un bacio.

Federico Pace, La libertà viaggia in treno

www.libertaviaggiaintreno.it


Federico Pace, giornalista e scrittore, lavora per il Gruppo Espresso dal 1997.


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